Le elezioni in Brasile e Serbia del 25 ottobre 2026 hanno prodotto due risultati che fino a poche ore prima apparivano tutt’altro che scontati: Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto presidente brasiliano, mentre Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta del proprio schieramento davanti a un movimento nato nelle università serbe.
Due vicende lontane migliaia di chilometri, accomunate da una questione che va oltre la contrapposizione tra destra e sinistra: che cosa succede quando i cittadini tornano a utilizzare il voto per contestare un equilibrio di potere che sembrava difficilissimo da modificare?
La risposta, almeno per ora, è meno rassicurante di quanto possano suggerire le immagini dei festeggiamenti. Vincere un’elezione non significa necessariamente aver risolto la crisi della democrazia. Può voler dire, al contrario, trovarsi improvvisamente a gestire tutte le contraddizioni che fino al giorno precedente erano rimaste nascoste dietro la campagna elettorale.
In Brasile prevale un presidente ottantenne, espressione di una tradizione politica consolidata, che riesce a recuperare terreno dopo un primo turno sfavorevole. In Serbia si afferma una coalizione costruita attorno alla protesta studentesca, senza la struttura e l’esperienza di un partito tradizionale. Uno rappresenta la continuità che resiste, l’altra la rottura che deve ancora trovare una forma istituzionale.
Brasile, Lula vince ma il Paese resta diviso
Il Tribunale superiore elettorale brasiliano ha certificato la rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva con il 51,79% dei voti validi, pari a 64.256.232 preferenze. Il suo avversario, Flávio Bolsonaro, si è fermato al 48,21%, raccogliendo 59.826.041 consensi. La differenza supera i 4,4 milioni di voti, un margine sufficiente a stabilire il vincitore ma non a cancellare la profonda spaccatura politica del Paese.
Il risultato assume un significato particolare perché Lula aveva concluso il primo turno alle spalle del candidato conservatore. La rimonta gli consegna il quarto mandato presidenziale, un traguardo storico per un politico che, dagli scioperi operai dell’area industriale di San Paolo, ha attraversato quasi mezzo secolo di storia brasiliana.
Ma il dato più interessante non riguarda soltanto il vincitore. Riguarda quante persone sono tornate alle urne.
Secondo le informazioni ufficiali diffuse dalle autorità elettorali, al ballottaggio hanno partecipato circa 128,2 milioni di cittadini. L’astensione, che al primo turno aveva raggiunto il 21,08%, è scesa intorno al 19,2%. Una variazione apparentemente contenuta che, su un elettorato di oltre 158 milioni di aventi diritto, coinvolge milioni di persone.
Il numero racconta qualcosa che spesso viene trascurato nelle analisi concentrate sui leader: la partecipazione può modificare gli equilibri politici anche quando le opinioni degli elettori sembrano già rigidamente schierate.
Non basta convincere chi ascolta. Bisogna mettere le persone nelle condizioni di votare. Per questo, durante il ballottaggio, sono state importanti anche le misure per facilitare l’accesso ai seggi, compresi i servizi di trasporto gratuito e la distribuzione capillare dei punti di votazione.
La sconfitta di Bolsonaro apre un altro conflitto
La battaglia politica brasiliana, tuttavia, non si è conclusa con lo scrutinio. Flávio Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere la sconfitta e ha annunciato l’intenzione di contestare il risultato, criticando in particolare la decisione di prolungare le operazioni di voto in alcune circostanze.
Il ricorso agli strumenti previsti dalla legge è naturalmente un diritto. Altra cosa sarebbe trasformare una contestazione non dimostrata in una delegittimazione permanente delle istituzioni elettorali. È proprio su questo confine che il Brasile continua a misurare la solidità del proprio sistema democratico.
Il precedente familiare è politicamente rilevante. Jair Bolsonaro, padre del candidato sconfitto, aveva contestato la propria sconfitta del 2022 ed è stato successivamente condannato per il tentativo di sovvertire l’ordine democratico. Le vicende giudiziarie del padre non dimostrano, naturalmente, alcuna responsabilità del figlio. Rendono però particolarmente delicato il linguaggio utilizzato dopo il nuovo ballottaggio.
Durante i festeggiamenti, Lula ha presentato il successo come una vittoria della democrazia e una sconfitta del negazionismo. Ma il presidente rieletto dovrà governare anche un Brasile nel quale quasi metà dei voti validi è andata all’avversario.
Il consenso necessario per vincere non coincide automaticamente con quello necessario per governare senza conflitti. Questa distinzione sarà decisiva per i rapporti con il Parlamento, le istituzioni giudiziarie e i settori della società che non si riconoscono nel Partito dei Lavoratori.
Serbia, la protesta degli studenti diventa maggioranza
Se in Brasile ha prevalso un protagonista storico, a Belgrado è accaduto quasi il contrario. La Lista studentesca ha sconfitto il blocco politico guidato da Aleksandar Vučić, interrompendo un dominio che aveva caratterizzato la politica serba per oltre un decennio.
È stato lo stesso Vučić ad ammettere pubblicamente la sconfitta. Nelle prime valutazioni presentate dopo il voto, ha attribuito alla formazione sostenuta dagli studenti tra 135 e 140 seggi nel Parlamento composto da 250 membri, contro circa 105 del proprio schieramento. Si trattava di stime preliminari, non ancora di una distribuzione definitiva dei mandati.
Per comprendere la portata di questa svolta bisogna tornare al novembre 2024. Il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, nel quale morirono 16 persone, diventò il punto di partenza di una mobilitazione contro la corruzione e la mancanza di responsabilità delle istituzioni.
Le manifestazioni non rimasero confinate alle università. Progressivamente coinvolsero cittadini, professionisti, insegnanti e comunità lontane dalla capitale, trasformando una protesta legata a una tragedia in una contestazione generale del sistema politico.
Il passaggio fondamentale fu proprio questo: una mobilitazione nata per chiedere risposte su un fatto concreto riuscì a diventare un’alternativa elettorale.
Le assemblee, gli incontri pubblici e il rapporto diretto con i territori contribuirono a costruire un legame con gli elettori che i partiti tradizionali di opposizione non erano riusciti a consolidare. Secondo le informazioni riportate dall’agenzia Reuters, l’affluenza si è avvicinata al 70%, raggiungendo livelli eccezionali per la storia elettorale recente del Paese.
Il voto dimostra che un movimento privo delle caratteristiche classiche di un partito può conquistare una maggioranza parlamentare. Non dimostra ancora, però, che sarà capace di conservarla.
La vera difficoltà per gli studenti serbi comincia adesso
Governare la Serbia è un compito molto diverso dall’organizzare una manifestazione, anche quando quest’ultima raccoglie centinaia di migliaia di partecipanti.
La Lista studentesca riunisce personalità provenienti da ambienti diversi: professori universitari, professionisti, esponenti della società civile e figure che non condividono necessariamente una medesima cultura politica. Questa eterogeneità ha rappresentato un vantaggio nella fase di opposizione, perché ha permesso di aggregare sensibilità lontane attorno alla richiesta di cambiamento.
Il problema nasce quando un fronte costruito contro un sistema deve mettersi d’accordo sul sistema da costruire.
La scelta del primo ministro, la composizione del governo, la riforma delle istituzioni e la gestione della pubblica amministrazione richiederanno decisioni sulle quali non basterà richiamarsi alla battaglia contro Vučić.
Radivoje Grujić, consulente elettorale citato da Reuters nelle analisi successive al voto, ha indicato proprio nell’identità della futura squadra di governo e nella sua capacità di realizzare le promesse anticorruzione alcuni dei principali interrogativi della nuova fase.
C’è poi una questione spesso ignorata quando si parla di questa vittoria come di un successo della sinistra europea: il movimento studentesco serbo non può essere automaticamente identificato con una formazione progressista tradizionale. La sua composizione attraversa orientamenti differenti, uniti soprattutto dall’opposizione al precedente assetto di potere.
Confondere una coalizione democratica contro un governo contestato con un partito ideologicamente omogeneo significherebbe attribuirle un’identità che dovrà ancora definirsi attraverso le scelte politiche.
Elezioni in Brasile e Serbia: due modelli opposti di consenso
Il confronto tra le elezioni in Brasile e Serbia permette di osservare due modalità quasi inverse di costruzione del consenso.
Nel primo caso, Lula dispone di un’organizzazione politica storica, di una riconoscibilità internazionale e di un rapporto consolidato con ampi settori dell’elettorato popolare. Eppure ha dovuto affrontare una competizione estremamente difficile, in un contesto segnato dalla frammentazione dell’informazione e dal peso crescente delle comunità digitali.
In Serbia è accaduto qualcosa di diverso. Una rete di mobilitazione nata fuori dalle strutture partitiche è riuscita a organizzarsi fino a conquistare il Parlamento, facendo leva sulla presenza territoriale e sulla credibilità acquisita durante quasi due anni di proteste.
Questo non significa che la politica digitale sia destinata a fallire o che le piazze rappresentino necessariamente il futuro. Significa che nessuno strumento, da solo, è sufficiente a produrre una relazione stabile tra cittadini e potere.
Una campagna condotta sui social può raggiungere milioni di persone, ma non necessariamente trasformarle in partecipanti attivi. Una manifestazione può riempire le strade, senza riuscire a costruire un programma amministrativo credibile. Un partito può conservare una macchina organizzativa imponente e perdere progressivamente il contatto con la società.
È qui che i due casi acquistano un significato generale: l’efficacia della comunicazione non sostituisce la fiducia, così come l’entusiasmo collettivo non sostituisce le competenze necessarie per governare.
La partita internazionale tra Washington, Bruxelles e Mosca
Le conseguenze delle due consultazioni non si fermano ai rispettivi confini nazionali.
La rielezione di Lula conferma il Brasile come interlocutore autonomo negli equilibri dell’America Latina, in una fase nella quale Washington e Pechino competono per influenza economica, risorse strategiche e accesso ai mercati.
La presidenza brasiliana dovrà continuare a gestire rapporti complessi con gli Stati Uniti, con la Cina e con gli altri Paesi emergenti. Per una potenza che occupa una posizione centrale nella produzione agricola, nelle materie prime e nelle relazioni commerciali del continente, la politica estera non è un semplice complemento dell’agenda interna.
Anche la Serbia si trova davanti a decisioni strategiche. Per anni Belgrado ha cercato di mantenere rapporti con l’Unione europea, la Russia e la Cina, ricavando margini di manovra dalla competizione tra queste potenze.
La vittoria degli studenti è stata accolta favorevolmente dai vertici europei. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha manifestato disponibilità a collaborare per accompagnare il percorso serbo verso l’adesione all’Unione.
Ma le congratulazioni non risolvono automaticamente le questioni aperte: il rapporto con il Kosovo, la dipendenza energetica, gli investimenti stranieri e la posizione nei confronti di Mosca resteranno dossier difficili per qualsiasi nuovo esecutivo.
Una maggioranza parlamentare può cambiare il governo in una notte. Cambiare la collocazione internazionale di un Paese richiede molto più tempo.
La democrazia non si misura soltanto con chi arriva primo
Nel dibattito europeo, le elezioni in Brasile e Serbia potrebbero essere interpretate come la prova che l’avanzata delle destre nazionaliste non sia inevitabile. Sarebbe però una lettura incompleta, oltre che politicamente imprecisa.
In Brasile ha vinto un esponente storico della sinistra. In Serbia si è imposta una coalizione trasversale che ha raccolto il rifiuto di un sistema percepito da molti cittadini come poco trasparente. Considerare i due risultati un unico successo ideologico rischierebbe di cancellare le loro differenze.
La lezione più interessante riguarda invece la possibilità di modificare rapporti di forza che sembravano consolidati.
Per anni una parte del dibattito pubblico ha descritto la crisi della rappresentanza come un processo quasi irreversibile: elettori disillusi, partiti incapaci di parlare ai cittadini, istituzioni sempre più lontane dalle esigenze quotidiane.
Il voto del 25 ottobre non cancella nessuno di questi problemi. Mostra però che la partecipazione può ancora incidere profondamente sugli equilibri politici, quando gli elettori riconoscono una posta in gioco sufficientemente importante.
Non è una garanzia di stabilità. In una democrazia, del resto, la possibilità di cambiare chi governa conta almeno quanto la capacità di chi governa di mantenere il consenso.
Da questo punto di vista, sarà altrettanto significativo osservare il comportamento degli sconfitti: riconoscimento delle regole, rispetto dei risultati e disponibilità a svolgere un ruolo di opposizione costituiscono elementi essenziali della qualità democratica.
Il vero esame politico arriverà dopo i festeggiamenti
Lula dovrà dimostrare che la sua vittoria può produrre risultati concreti per una società attraversata da profonde differenze economiche, culturali e politiche. I rappresentanti del movimento studentesco serbo saranno chiamati a trasformare una straordinaria mobilitazione in un governo capace di prendere decisioni, amministrare risorse e rispondere delle proprie scelte.
Le difficoltà saranno differenti, ma entrambe metteranno alla prova il rapporto tra aspettative e risultati.
Perché chi vota non consegna soltanto una preferenza. Affida a qualcuno la possibilità di incidere sulla propria vita, sulla qualità dei servizi, sull’economia e sul funzionamento delle istituzioni.
La democrazia entra in crisi non soltanto quando impedisce ai cittadini di scegliere, ma anche quando le scelte sembrano incapaci di produrre conseguenze riconoscibili.
È questo il terreno sul quale si misurerà il significato delle due elezioni. Non la durata delle celebrazioni a San Paolo o a Belgrado, né il numero delle dichiarazioni dei leader internazionali, ma la capacità di trasformare il risultato delle urne in decisioni verificabili.
Il 25 ottobre 2026 ha dimostrato che anche gli equilibri politici più resistenti possono essere messi in discussione. Adesso viene la parte meno spettacolare: dimostrare che il cambiamento, o la continuità scelta dagli elettori, può migliorare il modo in cui viene esercitato il potere.