Le elezioni in Serbia 2026 potrebbero segnare la fine di un’epoca politica che sembrava destinata a durare ancora a lungo. Domenica 25 ottobre, i cittadini serbi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento in una consultazione anticipata che mette di fronte due realtà profondamente diverse: da una parte l’apparato costruito negli ultimi quattordici anni attorno ad Aleksandar Vučić, dall’altra un movimento nato nelle università e diventato progressivamente il principale riferimento di chi chiede un cambiamento.
La sfida va ben oltre la consueta alternanza tra maggioranza e opposizione. A essere contestato è un modello di gestione del potere nel quale, secondo i suoi critici, partito, istituzioni e comunicazione pubblica hanno finito per sovrapporsi. Gli studenti promettono di restituire autonomia agli organismi dello Stato, ma la loro capacità di trasformare una straordinaria mobilitazione civile in una maggioranza parlamentare rimane tutta da dimostrare.
Il confronto ha trovato la sua rappresentazione più evidente giovedì 22 ottobre, quando una folla imponente ha riempito piazza Slavija, nel cuore di Belgrado, per la chiusura della campagna della Lista Studentesca-Studenti vincono. Secondo la stima dell’Archive of Public Gatherings, organizzazione indipendente che monitora la partecipazione alle manifestazioni, erano presenti circa 150mila persone. Un’immagine di forza, certamente. Ma la storia insegna che una piazza gremita e un risultato elettorale sono due cose differenti.
Dalle vittime di Novi Sad alla nascita di un’alternativa politica
Per comprendere le dimensioni della crisi serba bisogna tornare al primo novembre 2024. Quel giorno, il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò la morte di sedici persone. La tragedia, avvenuta in un’infrastruttura sottoposta a lavori di ristrutturazione, alimentò interrogativi sulla sicurezza, sulle procedure di controllo e sulla trasparenza degli interventi finanziati con risorse pubbliche.
La richiesta iniziale dei manifestanti era circoscritta: conoscere le responsabilità dell’accaduto e ottenere piena chiarezza sulla documentazione relativa ai lavori. Le proteste, tuttavia, portarono rapidamente alla superficie un malessere più antico. Per molti cittadini, Novi Sad divenne il simbolo di un problema istituzionale: la difficoltà di individuare responsabilità precise quando gli interessi politici e quelli amministrativi si intrecciano.
Da quel momento gli universitari hanno costruito una rete di partecipazione insolita per la politica serba. Blocchi delle facoltà, cortei, assemblee e lunghi spostamenti a piedi o in bicicletta hanno progressivamente collegato i grandi centri alle comunità periferiche. L’iniziativa conosciuta come Uno studente in ogni villaggio ha consentito al movimento di raggiungere territori nei quali il Partito Progressista Serbo conserva un radicamento particolarmente forte.
È questa una delle caratteristiche più interessanti della mobilitazione: non si è limitata a contestare il governo nelle principali città universitarie, ma ha provato a costruire un rapporto diretto con persone che normalmente non partecipano alle manifestazioni. Nel maggio 2025 è arrivata la richiesta di elezioni anticipate. Da allora la protesta ha assunto una dimensione apertamente politica, pur mantenendo una struttura decentralizzata e una certa diffidenza verso i leader tradizionali dell’opposizione.
Vučić cerca il ritorno al governo, gli studenti puntano sulle istituzioni
La competizione delle elezioni in Serbia 2026 presenta un elemento particolare: Aleksandar Vučić non è più formalmente il presidente della Repubblica. Si è dimesso il 27 settembre, prima della scadenza naturale del secondo mandato, per partecipare alla campagna parlamentare e candidarsi alla guida del governo. Le funzioni presidenziali sono state assunte temporaneamente da Ana Brnabić, presidente dell’Assemblea nazionale.
La decisione consente all’ex capo dello Stato di tentare una nuova fase della propria carriera politica. Il suo Partito Progressista Serbo, forza dominante dal 2012, guida la coalizione Serbia Unita e presenta la continuità di governo come una garanzia di stabilità, sicurezza e difesa degli interessi nazionali. Durante la campagna Vučić ha accusato ripetutamente gli avversari di essere sostenuti da interessi stranieri, una ricostruzione contestata dal movimento studentesco.
La Lista Studentesca, invece, ha scelto di affidarsi a candidati provenienti soprattutto dalla società civile: docenti universitari, medici, professionisti e persone prive di precedenti incarichi politici di primo piano. La sua proposta insiste sulla lotta alla corruzione, sull’indipendenza della magistratura e sulla necessità di ricostruire la credibilità delle istituzioni pubbliche.
Il progetto conserva però alcune zone d’ombra. Secondo un’analisi pubblicata il 21 ottobre dal Centro di studi orientali di Varsavia, il movimento ha elaborato un programma articolato in undici punti, ma non ha ancora chiarito completamente come intenda realizzare alcune riforme. Il passaggio dalla denuncia delle irregolarità alla concreta amministrazione dello Stato potrebbe dunque rappresentare la sua prova più difficile.
Elezioni in Serbia 2026, i sondaggi raccontano un Paese diviso
Le rilevazioni disponibili restituiscono un confronto dall’esito tutt’altro che scontato. Un’indagine pubblicata il 20 ottobre dall’istituto Nova srpska politička misao, realizzata telefonicamente tra il 25 settembre e il 5 ottobre su un campione di 1.050 persone, attribuisce alla Lista Studentesca il 44,5% dei consensi tra gli elettori che hanno espresso una preferenza, contro il 42,7% della coalizione guidata da Vučić.
La distanza è di appena 1,8 punti percentuali. Altri istituti, tuttavia, hanno rilevato un vantaggio più consistente per il blocco governativo. Il quadro va quindi interpretato con prudenza: metodologie differenti, indecisi e difficoltà nella misurazione dell’effettiva partecipazione possono modificare sensibilmente le previsioni.
La Serbia elegge 250 deputati attraverso un sistema proporzionale, con una soglia di accesso ordinaria del 3%, dalla quale sono esentate le liste riconosciute delle minoranze nazionali. Una forza politica può ottenere il maggior numero di voti senza necessariamente conquistare da sola i 126 seggi necessari a controllare l’Assemblea.
La possibile esclusione delle formazioni minori rende ancora più delicata l’assegnazione dei mandati. Il risultato della Lista Studentesca dipenderà anche dalla capacità di portare alle urne gli elettori più giovani e quella parte della popolazione che negli anni precedenti ha rinunciato a votare, spesso per sfiducia verso l’intero sistema dei partiti.
In altre parole, il vero interrogativo non riguarda soltanto chi arriverà primo. Conta anche quanto consenso riuscirà a trasformarsi in rappresentanza parlamentare e quali alleanze potranno nascere dopo lo scrutinio.
Media, pressioni sugli elettori e rischio di una crisi dopo il voto
La questione della regolarità elettorale pesa quanto quella dei programmi. Una delegazione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, guidata dall’italiano Piero Fassino, ha segnalato il 14 ottobre un contesto fortemente polarizzato e preoccupazioni relative alla disparità delle condizioni di campagna, all’utilizzo delle risorse amministrative e alla pressione esercitata sugli elettori.
Un ulteriore elemento riguarda l’informazione. Secondo i dati dell’organizzazione indipendente CRTA, richiamati dagli analisti del Centro di studi orientali di Varsavia, nelle prime tre settimane della campagna il 69% del tempo dedicato alla politica su cinque televisioni nazionali è stato riservato alle forze di governo, contro il 31% attribuito agli avversari. Numeri che aiutano a comprendere le difficoltà incontrate dalle nuove formazioni nel competere con strutture consolidate.
Le preoccupazioni espresse dagli osservatori non costituiscono, naturalmente, una prova anticipata di irregolarità nel voto del 25 ottobre. Indicano però quali aspetti dovranno essere controllati con particolare attenzione, dalla corretta gestione delle liste elettorali alla possibilità per i rappresentanti dei candidati di seguire le operazioni di scrutinio.
Per questo l’OSCE, attraverso il proprio Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani, ha predisposto una missione internazionale di osservazione. Il gruppo comprende esperti e osservatori di lungo periodo, ai quali si affiancheranno quelli impegnati direttamente durante la votazione. Le prime valutazioni pubbliche sono previste per lunedì 26 ottobre.
Il timore principale è che un risultato molto ravvicinato possa alimentare contestazioni reciproche. In un clima caratterizzato da accuse, sfiducia e mobilitazione permanente, persino una vittoria numericamente chiara potrebbe non essere sufficiente a ricomporre immediatamente le divisioni. La tenuta democratica si misurerà anche nella disponibilità dei protagonisti a riconoscere procedure e risultati verificati.
Perché il voto serbo riguarda anche Bruxelles, Mosca e Pechino
Le conseguenze delle elezioni in Serbia 2026 non si esauriscono entro i confini nazionali. Belgrado occupa una posizione strategica nei Balcani occidentali e intrattiene relazioni economiche e diplomatiche con interlocutori che perseguono interessi spesso divergenti. È candidata all’ingresso nell’Unione europea, mantiene rapporti consolidati con la Russia e ha sviluppato una cooperazione significativa con la Cina.
Questo equilibrio ha permesso a Vučić di presentarsi per anni come un interlocutore capace di dialogare con potenze differenti. Ma ha anche prodotto tensioni con Bruxelles, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La Serbia non si è allineata alle sanzioni europee contro Mosca, mentre il percorso di adesione all’Unione continua a risentire delle difficoltà nella tutela dello Stato di diritto e nei rapporti con il Kosovo.
Nel luglio 2026 il Parlamento europeo ha ribadito che l’avanzamento dei negoziati deve dipendere da progressi verificabili sul funzionamento della democrazia, sull’indipendenza della giustizia, sulla libertà dei mezzi d’informazione e sull’allineamento alla politica estera comune.
Una vittoria degli studenti non comporterebbe necessariamente un’immediata svolta filo-europea. La loro coalizione riunisce sensibilità differenti e ha preferito concentrare la campagna sui problemi interni, evitando di trasformare le questioni internazionali in ulteriori motivi di divisione. Anche sul Kosovo, tema particolarmente delicato nell’opinione pubblica serba, il movimento mantiene posizioni prudenti, richiamandosi alla Costituzione nazionale.
Qui emerge una contraddizione che qualsiasi futuro governo dovrà affrontare. Riformare le istituzioni e migliorare i rapporti con l’Europa non equivale automaticamente a modificare gli orientamenti geopolitici della popolazione. Le aspettative occidentali dovranno confrontarsi con sensibilità nazionali che attraversano tanto l’elettorato conservatore quanto quello favorevole al cambiamento.
Per l’Italia, che ha un interesse diretto alla stabilità politica ed economica dell’area adriatico-balcanica, un’eventuale transizione a Belgrado sarebbe quindi un passaggio da osservare con attenzione. Non soltanto per il futuro dell’allargamento europeo, ma anche per la capacità della regione di evitare nuove tensioni istituzionali.
Il vero test comincerà dopo le urne
La grande mobilitazione di Belgrado ha già conseguito un risultato politico: dimostrare che il consenso raccolto attorno al potere negli ultimi quattordici anni non è più incontestato. Tuttavia, l’eventuale affermazione elettorale della Lista Studentesca aprirebbe una fase complessa, nella quale occorrerebbe governare una macchina amministrativa plasmata da una lunga stagione di predominio del Partito Progressista Serbo.
Una vittoria di Vučić, d’altra parte, non cancellerebbe le ragioni che hanno portato migliaia di giovani a organizzarsi per quasi due anni. Le richieste di trasparenza sugli appalti, di responsabilità pubblica e di maggiore indipendenza istituzionale resterebbero questioni aperte, indipendentemente dalla composizione del nuovo Parlamento.
La particolarità di questa crisi sta proprio nell’origine della sfida. Non è stata una formazione tradizionale a costruire il dissenso, ma una generazione che ha trasformato la domanda di giustizia per sedici vittime in un progetto di partecipazione collettiva. Un percorso che merita attenzione anche al di fuori della Serbia, perché interroga il rapporto tra cittadini, rappresentanza e fiducia nelle istituzioni.
Il 25 ottobre 2026 dirà chi dispone dei numeri per governare. Non chiarirà automaticamente se il Paese abbia trovato il modo di superare la frattura che lo attraversa. La prova decisiva sarà verificare se la competizione potrà svolgersi senza degenerare e se il sistema politico saprà accettare un cambiamento, qualunque sia il verdetto degli elettori.
La domanda lasciata aperta dalla piazza di Belgrado, in fondo, è semplice: in Serbia si sta scegliendo soltanto un nuovo governo oppure si sta decidendo come dovrà funzionare il potere nei prossimi anni?
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