Contro il carovita, meglio andare a funghi

Contro il carovita, meglio andare a funghi

Quando il cittadino scopre che lo stipendio arriva ormai soltanto fino al reparto ortofrutta, la prima idea che gli viene è scendere in piazza. È una tradizione rispettabile: lui cammina, il governo osserva e il prezzo delle zucchine continua tranquillamente la propria carriera.

Alla fine della giornata il cittadino ha consumato le scarpe, il ministro ha espresso comprensione e le zucchine possono permettersi una piccola casa in collina.

Carovita e manifestazioni: quando a farsi notare sono le vetrine

Il corteo, naturalmente, parte con intenzioni eccellenti. Ci sono lavoratori, famiglie, pensionati e persone ancora affezionate all’idea di poter pagare sia la luce sia il pranzo. Poi arriva un giovanotto convinto che il centro operativo dell’inflazione si trovi nella vetrina di una profumeria e provvede a smantellarlo con un sampietrino. Da quel momento la manifestazione appartiene a lui. Diecimila persone possono aver spiegato per ore di non arrivare alla fine del mese: al telegiornale parlerà il vetro. Il vetro gode infatti di un privilegio negato ai salari: quando va in pezzi, qualcuno se ne accorge.

Il governo può così abbandonare la sgradevole questione del costo della vita e dedicarsi alla più comoda questione dell’ordine pubblico. Le bollette spariscono dietro i caschi, gli stipendi dietro i fumogeni, e il cittadino pacifico torna a casa dopo aver fornito gratuitamente la scenografia alla propria irrilevanza. Era uscito per protestare contro il prezzo del pane e si ritrova a dover precisare di non aver incendiato una pattumiera. Un risultato piuttosto modesto per chi aveva già rinunciato al pranzo della domenica.

Contro il carovita, la protesta alternativa: fermarsi e andare a funghi

Esiste però una possibilità diversa, talmente semplice da rischiare di essere esclusa da qualsiasi dibattito autorevole: fermarsi. Smettere di offrire ogni mattina il proprio contributo al funzionamento di un sistema che considera indispensabile il lavoro e accessorio il lavoratore. Alle nove ci si alza, si prepara il caffè e si lascia la giacca dell’ufficio sull’attaccapanni, dove potrà finalmente dedicarsi alla propria vita interiore. Poi si va a funghi. Chi non distingue un porcino da un soprammobile può scegliere il mare, una passeggiata in montagna o una panchina. L’importante è che la panchina non venga immediatamente trasformata in una postazione per rispondere alle email.

Un mese così, o fino a quando qualcuno non comincerà a comprendere la serietà della faccenda. Una protesta tranquilla, ostinata, diffusa, capace di produrre nei palazzi uno smarrimento assai più interessante del solito comunicato di condanna. Nessuna vetrina da mostrare, nessun cassonetto da intervistare attraverso le fiamme, nessun provvidenziale teppista da promuovere a rappresentante dell’intera popolazione. Soltanto un Paese che aspetta il ritorno di quelli che, fino al giorno prima, venivano invitati ad avere pazienza. Sarebbe magnifico vedere convocare una riunione d’emergenza per discutere della pericolosa tranquillità dei cittadini.

Carovita e lavoratori: la forza di una protesta collettiva

Trasportatori, agricoltori e pescatori hanno colto il punto: quando il problema è concreto, conviene fermare qualcosa che qualcuno abbia interesse a rimettere in moto. La familiarità con camion, campi e reti sembra aver conservato loro un rapporto pratico anche con il cervello. Gli altri lavoratori farebbero bene a ricavarne una lezione, invece di limitarsi a solidarizzare durante il tragitto verso l’ufficio. Il carovita non controlla la professione prima di entrare in casa: presenta il conto a tutti con un’imparzialità che molte istituzioni potrebbero studiare.

Lasciare sola una categoria significa inoltre offrire al governo una soluzione economica: un contentino a chi crea il disagio maggiore, una stretta di mano davanti alle telecamere e un invito alla responsabilità per tutti gli altri. Si distribuisce una sedia e si dichiara risolto il problema di quelli rimasti in piedi. Una protesta compatta, trasversale ai mestieri, renderebbe questo giochetto meno agevole. Sarebbe difficile celebrare il ritorno alla normalità mentre la normalità continua a passeggiare nel bosco.

Il vandalismo e la forza di una protesta senza violenza

Quanto ai mocciosi che rompono le vetrine, sarebbe salutare lasciarli senza corteo nel quale nascondersi e senza protesta da prendere in ostaggio. Anche il vandalismo dovrebbe assumersi la fatica della propria firma. E chi sfascia un negozio sventolando una bandiera palestinese aggiunge al danno una notevole confusione simbolica: per celebrare la prepotenza avrebbe a disposizione le bandiere di Israele, degli Stati Uniti o della NATO, un guardaroba già sufficientemente fornito. La Palestina potrebbe almeno essere dispensata dal patrocinio delle sue prodezze.

La forza di una protesta sta nella capacità di rendere impossibile ignorarne le ragioni. Fermarsi insieme toglierebbe al potere molti dei suoi alibi preferiti e gli ricorderebbe una circostanza che tende a dimenticare: il Paese funziona perché milioni di persone, ogni mattina, si alzano e lo fanno funzionare. Se quelle persone decidessero di alzarsi alle nove e prendere la strada del bosco, qualcuno dovrebbe finalmente occuparsi delle ragioni per cui hanno smesso di prendere quella dell’ufficio. E potrebbe scoprire, con comprensibile disappunto, che contro i funghi gli idranti servono soltanto ad aumentare il raccolto.

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