Sondaggi elezioni Israele 2026: il vincitore potrebbe “non governare”

Sondaggi elezioni Israele 2026: il vincitore potrebbe “non governare”

Le elezioni Israele 2026 potrebbero produrre un risultato apparentemente contraddittorio: un’opposizione capace di conquistare più seggi della maggioranza uscente, ma non abbastanza forte da sostituire Benjamin Netanyahu alla guida del Paese. Alla vigilia del voto del 27 ottobre, il problema non sembra essere tanto individuare quale schieramento arriverà davanti, quanto capire chi sarà effettivamente in grado di costruire un governo.

La distinzione è fondamentale. Israele si prepara a scegliere il nuovo Parlamento dopo tre anni segnati dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, dalla guerra a Gaza e dall’allargamento delle tensioni regionali. Eppure, proprio mentre una parte dell’elettorato chiede un cambiamento politico, il sistema delle alleanze rischia di impedire una soluzione immediata.

Il dato più interessante è che la possibile vittoria elettorale e la possibilità concreta di governare non coincidono. A complicare ulteriormente il quadro intervengono le divisioni tra i partiti, il peso della rappresentanza araba e una crescente sfiducia nella correttezza delle consultazioni. Tre problemi distinti che, sommati, potrebbero rendere particolarmente difficile il futuro politico israeliano.

Elezioni Israele 2026: cosa dicono gli ultimi sondaggi

Le rilevazioni pubblicate negli ultimi giorni descrivono un Parlamento nel quale nessuno dei principali schieramenti appare in grado di ottenere autonomamente la maggioranza. Per governare servono almeno 61 deputati sui 120 della Knesset, una soglia che nelle proiezioni più recenti resta fuori dalla portata sia della coalizione uscente sia del fronte che punta a sostituirla.

Secondo il sondaggio diffuso da Channel 12 il 23 ottobre, le forze contrarie a Netanyahu raggiungerebbero 56 seggi, contro i 50 attribuiti ai suoi alleati. I partiti arabi ne conquisterebbero complessivamente 14. La fotografia dell’emittente pubblica Kan è leggermente diversa: 52 deputati all’opposizione, 50 alla maggioranza uscente, 14 alle liste arabe e quattro alla formazione dei Riservisti.

Non si tratta di differenze irrilevanti. Bastano pochi parlamentari per modificare le possibili combinazioni, e il risultato dei partiti minori può cambiare radicalmente le prospettive di una coalizione.

Inoltre, un sondaggio non è una previsione certa del risultato elettorale. Le rilevazioni presentano margini di errore, mentre affluenza, indecisi e distribuzione dei voti possono produrre sorprese. Il dato politico comune a buona parte delle indagini, tuttavia, è evidente: trovare una maggioranza potrebbe rivelarsi più complicato che vincere le elezioni.

Netanyahu contro Eisenkot, ma il partito più votato non decide tutto

La competizione ruota attorno a due protagonisti. Da una parte Benjamin Netanyahu, leader del Likud e figura dominante della politica israeliana degli ultimi decenni. Dall’altra Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, diventato il principale riferimento della sfida al premier attraverso la formazione centrista Yashar.

Nei sondaggi conclusivi di Channel 12 e Kan, Yashar supera il Likud. È un passaggio significativo, perché indica la possibilità di una redistribuzione dei consensi anche all’interno dell’elettorato che considera prioritaria la sicurezza nazionale.

Eisenkot, però, non guida un fronte politicamente omogeneo. Tra le forze contrarie a Netanyahu convivono sensibilità differenti: la lista centrista che riunisce Naftali Bennett e Yair Lapid, la destra laica di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan.

Il principale elemento di coesione è l’opposizione al primo ministro uscente. Essere contrari allo stesso leader, però, non significa necessariamente condividere la medesima idea di governo.

Netanyahu dispone invece di rapporti consolidati con i partiti religiosi e della destra radicale, compresi quelli guidati da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Alleati che possono rappresentare una risorsa decisiva nella trattativa parlamentare, ma anche un vincolo sulle scelte future.

È qui che emerge una particolarità della consultazione: il risultato più favorevole in termini di seggi non garantisce automaticamente l’incarico di governo né, soprattutto, la capacità di portarlo a termine.

Il paradosso dei partiti arabi: decisivi nei numeri, esclusi dalle alleanze

Una delle questioni centrali delle elezioni Israele 2026 riguarda il ruolo delle formazioni rappresentative dei cittadini arabi israeliani.

Le principali liste sono Ra’am, guidata da Mansour Abbas, e la Lista Comune. Considerate insieme, potrebbero ottenere una rappresentanza parlamentare sufficiente a spostare l’equilibrio tra gli schieramenti.

L’aritmetica offre un esempio concreto. Nella proiezione di Channel 12, i 56 seggi dell’opposizione, sommati ai cinque attribuiti a Ra’am, permetterebbero di raggiungere esattamente quota 61. Ma questa possibilità numerica non corrisponde a un accordo politico già realizzabile.

Diverse componenti del fronte anti-Netanyahu hanno infatti escluso un’alleanza di governo con le formazioni arabe. Eisenkot ha espresso contrarietà a una coalizione con quei partiti, mentre Abbas ha manifestato disponibilità a contribuire a un cambiamento dell’esecutivo.

La contraddizione è evidente: i deputati potenzialmente indispensabili per sostituire Netanyahu potrebbero essere proprio quelli che una parte dei suoi avversari non vuole coinvolgere.

Conta anche la partecipazione alle urne. Secondo un’analisi Reuters pubblicata il 21 ottobre, i sondaggisti prevedono un’affluenza degli elettori arabi intorno al 63%, superiore a quella del 2022. Se questa previsione fosse confermata, potrebbe incidere sulla distribuzione dei seggi e aumentare il peso negoziale delle liste rappresentative della minoranza.

Resta però aperta una domanda: quanto potere politico può esercitare una rappresentanza parlamentare quando gli altri partiti considerano problematica la sua partecipazione alla maggioranza?

Riservisti e piccoli partiti: perché pochi voti possono cambiare il governo

Un’altra variabile riguarda la lista dei Riservisti, associata a Yoaz Hendel e all’economista Yaron Zelekha.

Alcune rilevazioni le assegnano quattro seggi, mentre altre la collocano sotto la soglia necessaria per entrare alla Knesset. La differenza può sembrare modesta, ma in un Parlamento diviso quasi a metà quattro deputati rappresentano una risorsa politica considerevole.

Il sistema elettorale israeliano è proporzionale e prevede una soglia di sbarramento del 3,25%. Una lista che non raggiunge questa percentuale resta esclusa dalla distribuzione dei posti parlamentari.

Questo meccanismo produce conseguenze particolarmente importanti quando le coalizioni sono in equilibrio. Una formazione che supera di poco lo sbarramento può ottenere una rappresentanza decisiva; se resta appena sotto, i suoi voti non si traducono in seggi e la distribuzione complessiva cambia.

La frammentazione non riguarda soltanto il numero delle sigle. Conta soprattutto la disponibilità dei loro rappresentanti a sostenere un determinato esecutivo. Hendel, nelle rilevazioni finali, non risultava impegnato pubblicamente a schierarsi con uno dei due blocchi principali.

In una competizione così incerta, la vera forza di un piccolo partito potrebbe emergere soltanto dopo lo scrutinio.

La guerra pesa sul voto, ma gli israeliani non la giudicano tutti allo stesso modo

La sicurezza resta il tema dominante della politica nazionale. Una ricerca Gallup pubblicata il 20 ottobre indica che il 56% degli intervistati considera guerra, sicurezza o ordine pubblico il problema più importante del Paese.

Il dato aiuta a comprendere perché la campagna elettorale sia fortemente concentrata sulla capacità dei leader di proteggere Israele e sulle responsabilità istituzionali legate al 7 ottobre 2023.

Ma sarebbe riduttivo interpretare il confronto come una semplice divisione tra favorevoli e contrari alle operazioni militari. Il dissenso nei confronti di Netanyahu non coincide necessariamente con un rifiuto delle principali scelte di sicurezza israeliane.

Le differenze riguardano anche la conduzione politica dei conflitti, la gestione delle alleanze internazionali e la richiesta di accertare le responsabilità per il fallimento della sicurezza che precedette l’attacco di Hamas.

Una ricerca dell’Israel Democracy Institute evidenzia inoltre una profonda differenza nelle priorità dei cittadini. Il 68% degli intervistati ebrei considera gli eventi del 7 ottobre un elemento centrale nella scelta elettorale. Tra gli arabi israeliani, la percentuale scende al 32%.

Per questi ultimi emergono esigenze differenti. Nella medesima indagine, il 53,5% colloca la criminalità nella società araba tra i primi due fattori di voto, mentre il 46% indica il costo della vita.

Sono numeri che raccontano qualcosa di più complesso di una contrapposizione ideologica: all’interno dello stesso Stato convivono comunità che chiedono alla politica risposte a problemi profondamente diversi.

La fiducia nelle elezioni cala: il dato Gallup che dovrebbe preoccupare tutti

C’è un elemento che rischia di passare in secondo piano rispetto alla contabilità parlamentare. Riguarda la percezione della correttezza delle elezioni.

Secondo Gallup, nel sondaggio realizzato nel luglio 2026, soltanto il 56% degli israeliani dichiara di avere fiducia nell’onestà delle consultazioni elettorali. Nel 2023 la percentuale aveva raggiunto il 71%.

Si tratta di una diminuzione di 15 punti percentuali che non dimostra l’esistenza di brogli o irregolarità. Misura invece la fiducia dichiarata dai cittadini, un indicatore importante per comprendere il rapporto tra popolazione e istituzioni.

Ancora più significativa è la distanza tra gli schieramenti. Tra quanti approvano la leadership nazionale, l’82% considera affidabile il processo elettorale. Tra gli intervistati che esprimono un giudizio negativo sui governanti, la quota scende al 37%.

Quarantacinque punti di differenza mostrano quanto la percezione delle regole democratiche sia diventata dipendente dall’orientamento politico.

È una dinamica pericolosa per qualsiasi sistema parlamentare. Quando la fiducia nelle procedure cambia così nettamente in funzione del giudizio sui governanti, il problema non si esaurisce nella scelta dei rappresentanti: riguarda anche la capacità delle istituzioni di ottenere riconoscimento da chi perde.

Il paradosso è che gli israeliani continuano ad attribuire grande importanza alla consultazione. Secondo un’indagine di ottobre del Jewish People Policy Institute, il 39% la considera la più importante nella storia nazionale e un ulteriore 40% la giudica particolarmente significativa.

La partecipazione emotiva al confronto politico appare dunque elevata. A risultare più fragile è la fiducia condivisa nelle sue regole.

L’economia israeliana: mercati forti, conti pubblici sotto pressione

Le conseguenze delle elezioni Israele 2026 non interessano soltanto la politica interna. Anche gli investitori osservano la possibilità di una nuova fase istituzionale.

Secondo un’analisi Reuters del 26 ottobre, il mercato azionario israeliano ha registrato una crescita di circa il 130% dall’ottobre 2023, mentre lo shekel si è rafforzato del 25%. Una performance sorprendente per un Paese attraversato da conflitti, tensioni diplomatiche e forte instabilità.

Una parte della tenuta economica viene attribuita alla competitività del settore tecnologico, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alle attività legate alla difesa.

Il quadro generale, tuttavia, è meno rassicurante di quanto suggeriscano gli indici di Borsa. Le stime della banca centrale richiamate da Reuters indicano che il costo economico della guerra aveva già superato i 55 miliardi di dollari entro il 2025. Il debito pubblico è salito verso il 70% del prodotto interno lordo.

Alcuni analisti finanziari considerano un eventuale governo senza Netanyahu favorevole a una riduzione del rischio politico e a un miglioramento dei rapporti con i partner occidentali. Altri sottolineano la capacità delle imprese israeliane di mantenere risultati positivi indipendentemente dall’esito delle urne.

Il rischio più immediato potrebbe essere un altro: un Parlamento incapace di esprimere una maggioranza stabile, con investimenti e riforme rallentati dall’incertezza istituzionale.

Un cambio di premier non significherebbe automaticamente un cambio di politica estera

Dal punto di vista internazionale, la consultazione viene osservata soprattutto per le possibili conseguenze sui rapporti con Washington, sulla guerra a Gaza, sulle tensioni con l’Iran e sulla situazione nei territori palestinesi.

Esiste però una distinzione che merita attenzione. La sostituzione di Netanyahu potrebbe modificare le relazioni diplomatiche e lo stile della leadership israeliana, senza necessariamente produrre una revisione radicale delle posizioni strategiche del Paese.

Le principali formazioni che compongono i due schieramenti non convergono su una soluzione politica fondata sulla nascita di uno Stato palestinese. Inoltre, il sostegno a una linea di sicurezza rigorosa attraversa una parte consistente dello spettro politico israeliano.

Una lettura che riducesse il voto a uno scontro tra una destra militarista e un’opposizione orientata automaticamente alla pace sarebbe quindi fuorviante.

Per l’Europa la questione è particolarmente delicata. Il Servizio di ricerca del Parlamento europeo ha sottolineato come l’esito della consultazione possa incidere sulla stabilità regionale e sui rapporti diplomatici, mentre Bruxelles continua a sostenere la soluzione dei due Stati.

La differenza tra i possibili governi potrebbe manifestarsi soprattutto nelle modalità di gestione delle crisi, nella disponibilità al confronto internazionale e nel peso attribuito agli alleati più radicali.

Dopo il voto, il rischio di una nuova paralisi politica

Il 27 ottobre gli israeliani eleggeranno i rappresentanti della Knesset. La scelta del nuovo primo ministro dipenderà invece dalla successiva formazione di una maggioranza parlamentare.

Dopo lo scrutinio, il presidente della Repubblica consulterà le formazioni e affiderà il tentativo di costruire un governo a un parlamentare ritenuto in grado di raccogliere il sostegno necessario.

Non è detto che l’incaricato appartenga automaticamente al partito arrivato primo. E non è neppure scontato che chi riceverà l’incarico riesca a concludere positivamente le trattative.

Se nessuna combinazione politica risultasse praticabile, Israele potrebbe affrontare un prolungamento della gestione provvisoria e, nel caso di persistente impossibilità di formare un esecutivo, un ritorno alle urne.

Netanyahu, in uno scenario di stallo, potrebbe quindi rimanere alla guida del governo uscente pur senza aver conquistato una nuova maggioranza.

È questa la questione che rende le elezioni Israele 2026 particolarmente significative. Il Paese non è chiamato soltanto a scegliere tra due protagonisti, ma a verificare se il proprio sistema politico sia ancora capace di trasformare il consenso elettorale in una direzione di governo riconoscibile.

Il vero banco di prova arriverà dopo la pubblicazione dei risultati. Si potrà allora capire se le distanze tra i partiti siano negoziabili o se i veti reciproci prevalgano sulla volontà di costruire una maggioranza.

Vincere le elezioni è una cosa. Avere i numeri per governare è un’altra. Convincere una società profondamente divisa ad accettare il risultato è una sfida ancora più grande. Israele si trova davanti a tutte e tre contemporaneamente.

Lascia un commento

Inserisci il risultato.