La rivoluzione degli idioti: pane, giustizia e una Gucci a carico di papà

La rivoluzione degli idioti: pane, giustizia e una Gucci a carico di papà

Milano aveva le vetrine sfondate e l’aria di chi aveva invitato la protesta sociale a cena e si era ritrovato il salotto svaligiato. Nel fine settimana del 17 e 18 ottobre, gruppi di giovanissimi hanno assaltato negozi e danneggiato il centro. Le cronache raccontano saccheggi, scontri e interventi della polizia.

Il carovita era il contesto. La merce portata via era merce portata via: chiamarla programma politico richiede una certa disinvoltura con il vocabolario.

Un sedicenne intervistato dal Fatto Quotidiano ha indicato il prezzo delle borse: “Costa un mese di stipendio di mio padre”. Nell’intervista parla anche della fatica dei genitori a sostenere le spese quotidiane. È un particolare che va conservato: la difficoltà economica non diventa immaginaria perché qualcuno la usa male. Ma fra denunciare una disuguaglianza e sfondare una vetrina resta una distanza che nessuna teoria sociale dovrebbe cancellare.

Se la conclusione è che un oggetto troppo caro possa essere preso con la forza, la lotta di classe ha appena aperto una succursale nel reparto accessori. Si contesta il potere del marchio e poi si corre a indossarlo. Il capitalismo, informato della propria imminente caduta, ringrazia per la fedeltà al prodotto.

L’invidia può entrarci. Può entrarci il desiderio di sentirsi qualcuno attraverso ciò che si possiede. Non abbiamo però accesso alla testa di ogni partecipante. Abbiamo accesso ai gesti: e una vetrina spaccata dimostra assai bene che chi l’ha spaccata deve risponderne. Dimostra molto meno che abbia capito come migliorare il mondo.

La rivoluzione degli idioti e il diritto al lusso

Il diritto a un futuro dignitoso merita battaglie serie. Il diritto a una felpa firmata, invece, non risulta ancora fra le conquiste della civiltà. Se ne occuperà forse un ministero apposito: il Ministero del Desiderio Immediatamente Esaudito, con sottosegretariato alle Taglie Esaurite.

Qui entrano gli adulti.

Quando un genitore confonde l’amore con l’acquisto e la pace domestica con la resa, ogni desiderio rischia di diventare un credito da riscuotere. Un figlio deve poter conoscere il lavoro che c’è dentro una busta paga, il costo delle cose e quella parola piccola, scarsamente sponsorizzabile, che è “no”.

Genitori, smartphone e responsabilità educativa

Anche lo schermo merita un posto nell’interrogatorio. Uno smartphone può essere uno strumento; promosso a genitore supplente, riceve un incarico per il quale nessuno dovrebbe assumerlo. Immaginiamo il colloquio: “Sa ascoltare un bambino?”. “No, ma posso mostrargli tremila persone più ricche di lui prima della merenda”.

Affidare troppo presto e troppo a lungo l’attenzione dei bambini a quel mondo significa lasciare che altri ne arredino i desideri. Questo non autorizza a diagnosticare dai filmati una generazione malata, né a sostenere che ogni saccheggiatore sia stato cresciuto da un telefono. Autorizza però gli adulti a smettere di fingersi estranei alla faccenda. L’educazione costa presenza. Il caricabatterie costa meno.

La famiglia nel bosco di Palmoli e il paradosso della normalità

È comprensibile che, davanti a queste scene, torni in mente anche la “famiglia nel bosco” di Palmoli. Una vicenda che dovrebbe illuminare il nostro concetto di normalità con la luce poco rassicurante di un interrogatorio.

Da una parte una famiglia che sceglie la natura e una vita lontana dai modelli dominanti. Dall’altra una società dove possiamo trovare normale consegnare un cellulare a un bambino piccolissimo e lasciare che il mercato gli impartisca lezioni sul valore delle persone. Prima lezione: sei quello che compri. Seconda lezione: se non puoi comprarlo, sei nessuno. Poi qualcuno sfonda una vetrina e gli adulti si guardano intorno cercando il responsabile. Il telefono, prudentemente, si mette in modalità silenziosa.

Il ruolo dello Stato tra tutela dei minori e modelli educativi

È questo che sembra contestabile: uno Stato che nella vicenda del bosco appare invasivo e inflessibile, mentre davanti al fallimento educativo che esplode nelle città sembra arrivare sempre dopo, con un convegno sotto il braccio. Vorremmo vedere altrettanta solerzia nel sostenere i genitori, nel contrastare l’abbandono educativo, nel chiedere conto agli adulti delle proprie responsabilità.

Si finisce per confondere la tutela con l’adeguamento al modello prevalente. Come se esistesse un Ufficio Centrale del Bambino Conforme: sportello tre per chi gioca fra gli alberi, sportello quattro per la consegna dello smartphone. “Suo figlio sa riconoscere un castagno ma non desidera una felpa da quattrocento euro? Una situazione delicata. Dobbiamo intervenire”.

Si considera la vita nel bosco una colpa educativa. Ma dovrebbe preoccupare molto di più una normalità nella quale i genitori vengono sostituiti dagli schermi e il desiderio di possedere prende il posto della capacità di stare al mondo. Prima di pretendere che tutti si adeguino, questa società dovrebbe almeno mostrarci i risultati del proprio metodo.

Saccheggi a Milano: responsabilità, risarcimenti e conseguenze

Quanto ai danni, il primo passo è assai meno spettacolare dell’annuncio di una nuova emergenza nazionale: individuare i responsabili, accertare le condotte e far seguire conseguenze concrete. Risarcire, riparare, confrontarsi con le persone danneggiate. Anche le responsabilità dei genitori vanno esaminate dove ne esistono i presupposti. La scuola deve educare e collaborare; magari una multa automatica all’istituto frequentato dal ragazzo sarebbe invece una forma corretta di distribuire le colpe, visto che la scuola pubblica secondo lo Stato e le psicologhe di turno, sarebbero migliori della scuola parentale.

La città, intanto, non è un fondale gratuito per la propria rabbia. Chi lavora nei negozi, pulisce le strade o aspetta l’autobus non diventa un rappresentante dell’oligarchia perché si trova sulla traiettoria di un tavolino. Danneggiare lo spazio comune significa presentare il conto anche a chi quella fatica economica la conosce già.

Forze dell’ordine e gestione delle proteste violente

E veniamo alle forze dell’ordine. Se i manifestanti pacifici si dissociano da chi saccheggia, la distinzione che tutti invocano deve diventare il punto di partenza dell’intervento. Da una parte chi protesta, dall’altra chi usa la protesta come piede di porco.

Magari con una strategia coordinata e il supporto dei droni per seguire gli spostamenti dall’alto, si sarebbe potuto accerchiare i gruppi impegnati nelle devastazioni, bloccarli e identificarli, procedendo poi secondo le singole responsabilità. L’obiettivo avrebbe dovuto essere prenderli tutti, quelli che stavano spaccando e rubando. Una città non può essere lasciata a disposizione finché l’ultimo aspirante rivoluzionario non abbia trovato il proprio numero di scarpe.

Schierarsi a sbarrare una strada può servire. Ma se nel frattempo le devastazioni proseguono altrove, è legittimo domandarsi quale fosse il piano complessivo. Un cordone immobile rischia di diventare una transenna con gli straordinari. E mentre gli agenti affrontano i rischi in strada, chi dirige dovrebbe saper fare qualcosa di più che aspettare il prossimo movimento della folla.

Da Milano a Trieste: due pesi e due misure negli interventi?

Il punto, allora, sono le consegne. Quali ordini avevano ricevuto polizia e carabinieri? Chi aveva stabilito gli obiettivi e i limiti dell’intervento? Quali indicazioni erano state date per fermare i saccheggiatori?

È qui che bisognerebbe pretendere chiarezza. Il ricordo di Trieste rimane scomodo. Il 18 ottobre 2021, durante lo sgombero del presidio contro il Green Pass al varco 4 del porto, furono usati idranti e lacrimogeni; le immagini mostrarono anche manifestanti seduti e abbracciati. Si fa quindi poi fatica ad accettare che davanti alle vetrine devastate l’efficacia dello Stato sembri improvvisamente una materia facoltativa. Chi decide l’impiego della forza deve spiegare i propri criteri e rispondere dei risultati. Altrimenti al cittadino rimangono il conto dei danni e l’impressione che la fermezza istituzionale funzioni come certi lampioni: accesa in una strada, inspiegabilmente spenta in quella accanto.

Chi decide deve rendere comprensibili i criteri adottati. Il sospetto di due pesi e due misure cresce dove le spiegazioni mancano; per trasformarlo in un’accusa di repressione selettiva servono però elementi, confronti e responsabilità individuate.

Proteste e informazione: il ruolo dei media nel racconto del disagio

Poi i media fanno la rifinitura dell’accaduto. Una vetrina che esplode è più fotogenica in prima serata. La contabilità di un allevatore molto meno. Il lavoro dell’informazione dovrebbe consistere anche nel superare questo inconveniente tecnico. Agricoltori, pescatori, trasportatori e altri lavoratori che avanzano rivendicazioni verificabili meritano attenzione prima che una crisi diventi spettacolo. Senza misurazioni non possiamo attribuire ai media percentuali precise; possiamo chiedere loro di dedicare alle ragioni almeno la cura che dedicano alle fiamme.

Una protesta acquista forza quando sa dire che cosa chiede, a chi e perché. Chi saccheggia deve rispondere di ciò che fa, anche quando alle sue spalle esiste un disagio reale.

La rivoluzione delle vetrine e il rispetto per la città

C’è poi una questione che viene prima di ogni altra considerazione: il rispetto per la città in cui si vive. Le sue piazze, i monumenti, i negozi e perfino quella panchina che qualcuno trova divertente rovesciare sono il risultato del lavoro di altri. La città non è comparsa ieri mattina per fornire una scenografia alla loro rabbia. Chi è contento di devastarla dimostra di non amarla e di non meritare ciò che gli offre. Quella città merita di meglio. Protestare significa anche voler migliorare il luogo in cui si vive. Sfasciarlo e lasciare agli altri il conto è una concezione della cittadinanza piuttosto comoda: tutti i diritti del residente, con il senso di responsabilità di un ospite che incendia l’albergo perché non gli piace la colazione.

Alla fine, resta il vetro per terra. Qualcuno dovrà raccoglierlo. È probabile che indossi una divisa da lavoro, abbia uno stipendio insufficiente e non venga intervistato.

La rivoluzione delle vetrine avrà già cambiato inquadratura.

Lascia un commento

Inserisci il risultato.