Ci viene chiesto di credere che la Russia voglia conquistare l’Europa. Ma forse la domanda più urgente è un’altra: a chi serve davvero questa narrazione?
C’è una forma di propaganda che non urla più. Non marcia in uniforme, non batte i tacchi, non appende manifesti sui muri. Si presenta in conferenza stampa, con il lessico della responsabilità, il tono grave dei comunicati ufficiali e quella faccia da “non vorremmo farlo, ma la storia ci obbliga”. È la propaganda moderna: non ti ordina di avere paura, ti spiega educatamente che averne è un dovere civico.
Da anni all’opinione pubblica europea viene servita una tesi semplice, quasi infantile: la Russia vuole avanzare verso l’Europa, l’Ucraina è il nostro ultimo bastione, la NATO è l’ombrello sotto cui dobbiamo stringerci, e chiunque osi dubitare del racconto ufficiale sta, naturalmente, “facendo il gioco del nemico”.
Il nemico. Che parola comoda. Entra in una frase e chiude la discussione. Non serve più argomentare, basta indicare a est.
Europa e Russia: il racconto della minaccia
Intendiamoci: la Russia non è un club di gentiluomini con il samovar acceso e un quartetto d’archi in salotto. La guerra è un fatto, la brutalità della guerra è un fatto. Ma proprio perché i fatti contano, bisognerebbe maneggiarli con più cura e meno teatro.
La domanda che sembra diventata impronunciabile è questa: che cosa se ne farebbe la Russia dell’Europa occidentale?
Un continente indebitato, litigioso, burocratico, dipendente dall’energia esterna, con governi fragili, società stanche e un ceto politico che spesso fatica a distinguere una strategia da uno slogan. Se Mosca ragiona in termini di interesse, l’Europa le conviene come cliente, non come territorio occupato. Un cliente lo si fattura. Non lo si invade.
Eppure, la narrazione dominante procede come un treno senza freni: la Russia minaccia l’Europa, dunque bisogna armarsi; bisogna armarsi, dunque bisogna spendere; bisogna spendere, dunque bisogna accettare sacrifici; bisogna accettare sacrifici, dunque chi fa domande è irresponsabile. È un sillogismo perfetto, se si ha la cortesia di non guardarlo troppo da vicino.
Europa e NATO: sicurezza, Ucraina e spese militari
La NATO, nel suo Concetto Strategico del 2022, ha definito la Russia la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza degli alleati. La Commissione Europea continua a sostenere finanziariamente Kiev attraverso strumenti come l’Ukraine Facility, che prevede fino a 50 miliardi di euro tra il 2024 e il 2027. Secondo la stessa Commissione, oltre 32 miliardi sono già stati erogati nell’ambito del piano per l’Ucraina.
Tutto ufficiale, tutto legittimo, tutto accompagnato da formule rassicuranti. Ma la legittimità amministrativa non basta a rendere intelligente una scelta politica. Anche l’assurdo, se protocollato, resta assurdo.
Ci viene raccontato che finanziare indefinitamente la guerra in Ucraina significhi difendere l’Europa dall’avanzata russa. Ma questa idea, ripetuta con disciplina quasi liturgica, meriterebbe almeno un processo pubblico di verifica. Davvero Mosca, potenza nucleare con enormi problemi interni, demografici, economici e militari, avrebbe interesse ad aprire una guerra diretta contro l’intero continente europeo e contro la NATO? Davvero l’obiettivo razionale del Cremlino sarebbe amministrare Berlino, Parigi, Roma, Madrid e magari anche Bruxelles, già abbastanza difficile da governare per chi ci lavora dentro?
Sembra una sceneggiatura scritta da un comitato misto tra il Pentagono, una società di consulenza per show comici. Solo che manca la parte divertente: la paghiamo noi.
Europa e Ucraina: la realtà dietro la narrazione politica
L’Ucraina, nel frattempo, viene rappresentata come una specie di altare morale dell’Occidente. Ma anche qui, la realtà è meno adatta ai santini. Transparency International colloca l’Ucraina al 104° posto su 182 Paesi nell’indice di percezione della corruzione 2025, con un punteggio di 36 su 100. Questo non cancella la sofferenza del popolo ucraino, né autorizza cinismo verso chi vive sotto le bombe. Ma dovrebbe impedire almeno la trasformazione di un Paese complesso, fragile e attraversato da problemi profondi in una favola edificante per adulti distratti.
Europa tra riarmo, diplomazia e libertà di dissenso
La politica europea, invece, sembra aver scelto la via più semplice: sostituire il pensiero con la postura. Si parla di pace mentre si aumentano le spese militari. Si parla di sicurezza mentre si prolunga il conflitto. Si parla di democrazia mentre si restringe il campo del dissenso legittimo. Chi chiede diplomazia viene trattato come ingenuo. Chi chiede prudenza viene trattato come complice. Chi chiede conto dei costi viene guardato come un ospite maleducato a una cena di gala.
Il cittadino europeo assiste alla scena con crescente perplessità. Gli si chiede di pagare di più, consumare meno, tacere meglio e credere più forte. Gli si dice che tutto questo serve a difendere la libertà. Ma una libertà che non sopporta domande comincia ad assomigliare a qualcos’altro.
Europa, Russia e Stati Uniti: gli interessi dietro la politica
Il punto non è assolvere Mosca. Il punto è non assolvere automaticamente Washington, Bruxelles e i vertici NATO da ogni responsabilità politica. Gli Stati non sono personaggi morali: sono centri di interesse. La Russia ha i suoi. Gli Stati Uniti hanno i loro. La NATO ha i suoi. L’Unione Europea dovrebbe averne di propri, ma spesso sembra recitare in una commedia scritta da altri, con la convinzione tragica dell’attore secondario che crede di essere protagonista.
Un’Europa adulta dovrebbe chiedersi se il suo interesse coincida davvero con una guerra lunga, costosa e sempre più normalizzata. Dovrebbe domandarsi se la sicurezza europea passi soltanto dal riarmo o anche dalla diplomazia. Dovrebbe pretendere dai propri leader una strategia, non una sequenza di frasi solenni con sottofondo militare.
Invece ci viene offerto il solito copione: il nemico è alle porte, la minaccia è esistenziale, il sacrificio è inevitabile. È un racconto antico, quasi sempre utile a chi governa e costosissimo per chi lavora.
Europa e propaganda: quando la paura diventa uno strumento di governo
Forse la Russia non vuole conquistare l’Europa. Forse vuole influenzarla, dividerla, venderle energia, usarla come leva: tutte cose serie, tutte cose da affrontare con lucidità. Ma trasformare ogni tensione in una prova generale di guerra è un’altra faccenda. È una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, va discussa, contestata, misurata.
Perché il vero pericolo, oggi, non è soltanto la propaganda di Mosca. È la nostra disponibilità ad accettare la propaganda di casa purché parli con accento atlantico, indossi una cravatta e dica “valori” ogni tre frasi.
Quando il potere ha bisogno di un nemico assoluto, il nemico smette di essere solo un avversario. Diventa una funzione. Serve a giustificare spese, silenzi, allineamenti, emergenze permanenti. Serve a rendere ragionevole ciò che ieri sarebbe sembrato folle.
E così l’Europa cammina, seria e composta, verso un futuro di riarmo, paura e obbedienza strategica. Lo fa con il passo sicuro di chi crede di difendere la civiltà, mentre forse sta solo firmando l’ennesima cambiale a beneficio di altri.
La domanda finale, allora, non è se la Russia sia buona. Non lo è. Gli Stati non sono buoni.
La domanda è se siamo ancora capaci di riconoscere quando la paura viene usata come metodo di governo.
E soprattutto: chi incassa quando il nemico diventa indispensabile?