La BBC licenzia e Google supera Rai: chi sta spegnendo la tv pubblica?

La BBC licenzia e Google supera Rai: chi sta spegnendo la tv pubblica?

BBC taglia canali e giornalisti, Google supera Rai: la crisi della tv pubblica è già qui.

La crisi della tv pubblica europea non si misura più soltanto attraverso gli ascolti televisivi. A raccontare il cambiamento sono due notizie arrivate a pochi giorni di distanza: la BBC annuncia nuovi tagli al personale e la chiusura delle trasmissioni tradizionali di alcuni canali, mentre in Italia Google supera per la prima volta la Rai nella distribuzione delle risorse economiche del settore delle comunicazioni.

Gli avvenimenti riguardano Paesi diversi e sistemi di finanziamento non sovrapponibili, ma indicano una trasformazione comune. Le grandi emittenti pubbliche, costruite per raggiungere intere popolazioni attraverso televisione e radio, devono ormai confrontarsi con aziende tecnologiche che controllano una parte crescente della distribuzione dei contenuti, degli investimenti pubblicitari e del tempo trascorso davanti agli schermi.

La questione va oltre la sopravvivenza di un canale televisivo o la dimensione dei bilanci aziendali. Se l’informazione di interesse generale diventa sempre più dipendente dalle piattaforme digitali, chi garantisce che rimanga accessibile a tutti? È questa la domanda che attraversa il dibattito europeo, mentre la televisione tradizionale perde centralità economica senza aver esaurito la propria funzione sociale.

Crisi della tv pubblica: il piano BBC mette a rischio oltre 100 posti di lavoro

Il 20 ottobre 2026 la BBC ha comunicato un nuovo intervento di riduzione dei costi che interessa direttamente la divisione giornalistica. La direttrice di BBC News, Rachel Jupp, nominata all’inizio del mese, ha annunciato una proposta di riorganizzazione che comporta la soppressione netta di poco più di cento posizioni, con un risparmio stimato di 5,5 milioni di sterline.

Non si tratta di un provvedimento isolato. L’azienda britannica sta perseguendo un obiettivo complessivo di risparmio di 500 milioni di sterline entro il 2028, attraverso interventi che potrebbero comportare una riduzione dell’organico compresa tra 1.800 e 2.000 unità.

Nel messaggio inviato ai dipendenti, Jupp ha riconosciuto le conseguenze della ristrutturazione sui lavoratori e ha assicurato il confronto con le rappresentanze sindacali per limitare i licenziamenti obbligatori. Il procedimento di consultazione, tuttavia, non elimina il problema sostanziale: la redazione deve contribuire al riequilibrio finanziario riducendo risorse professionali e rivedendo la propria organizzazione.

Il nuovo direttore generale Matt Brittin ha collegato le decisioni alla necessità di utilizzare meglio il denaro disponibile e adattare l’emittente alle mutate abitudini del pubblico. Una spiegazione comprensibile sul piano gestionale, che apre però una questione editoriale meno immediata.

Risparmiare su una struttura amministrativa e ridurre la capacità di una redazione di svolgere giornalismo specializzato non producono necessariamente le stesse conseguenze. Se diminuiscono le professionalità dedicate all’approfondimento, alle verifiche e al controllo delle istituzioni, l’effetto potrebbe manifestarsi soprattutto nella qualità delle notizie che non vengono più cercate, prima ancora che in quella dei programmi trasmessi.

BBC Three e BBC Scotland lasciano la televisione tradizionale

La riorganizzazione riguarda anche i mezzi attraverso i quali il servizio pubblico raggiunge i cittadini. Dalla primavera del 2027 BBC Three e BBC Scotland cesseranno le trasmissioni come canali televisivi lineari, trasferendo la propria offerta verso BBC iPlayer e altri strumenti digitali.

BBC Three, rivolta prevalentemente a un pubblico giovane, renderà disponibili le proprie produzioni attraverso lo streaming e altre piattaforme, compreso YouTube. BBC Scotland conserverà una presenza su iPlayer e parte dei contenuti troverà spazio anche su BBC One e BBC Two in Scozia.

È prevista inoltre la fine della distribuzione tradizionale di Radio 4 Extra, mentre numerosi programmi continueranno a essere accessibili attraverso BBC Sounds. Per BBC Scotland la trasformazione comporterà anche la cancellazione del notiziario Reporting Scotland: News at Seven, un elemento che rende evidente come il passaggio al digitale non coincida sempre con la semplice sostituzione del mezzo di trasmissione.

Il caso di BBC Three presenta un precedente significativo. Nel 2016 il canale era già stato trasferito esclusivamente online per contenere i costi. Sei anni dopo, nel 2022, era tornato nel palinsesto televisivo tradizionale. Ora la BBC cambia nuovamente direzione.

Questa oscillazione racconta le difficoltà di pianificare investimenti pubblici in un mercato nel quale le abitudini del pubblico mutano rapidamente. Ma segnala anche il rischio di considerare ogni riduzione degli ascolti una ragione sufficiente per abbandonare una determinata modalità di accesso.

Google supera Rai: il sorpasso storico certificato dall’AGCOM

Mentre la BBC ridisegna la propria struttura, in Italia emerge un cambiamento altrettanto importante, sebbene di natura diversa. Il 21 ottobre 2026 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha pubblicato i risultati relativi al Sistema Integrato delle Comunicazioni, il SIC, per l’anno 2024.

Il settore ha raggiunto un valore economico complessivo di 21,8 miliardi di euro, in crescita del 6,9% rispetto all’anno precedente. La novità più rilevante riguarda la graduatoria degli operatori.

Per la prima volta, infatti, Alphabet/Google conquista il primo posto con il 12,4% delle risorse complessive, superando la Rai, ferma al 12%. Rispetto al 2023, la quota del gruppo tecnologico americano aumenta di 0,7 punti percentuali, mentre quella della concessionaria pubblica italiana diminuisce di 0,3 punti.

Al terzo posto si colloca Meta/Facebook, con il 9,7%, davanti a Comcast/Sky, al 9,4%, e Fininvest, al 9,2%. Amazon raggiunge il 4,9%, Netflix il 3,5% e DAZN il 2,5%.

È indispensabile chiarire la portata di questi numeri. Google non ha superato Rai negli ascolti dei programmi televisivi. La graduatoria dell’AGCOM riguarda le risorse economiche comprese nel Sistema Integrato delle Comunicazioni, un insieme che include diverse attività editoriali, audiovisive, pubblicitarie e di comunicazione.

Il confronto non riguarda quindi due aziende che vendono esattamente gli stessi prodotti o utilizzano identici modelli di finanziamento. Dimostra, piuttosto, che il peso economico delle piattaforme digitali ha raggiunto un livello sufficiente a modificare gli equilibri complessivi dell’industria italiana dell’informazione e dell’intrattenimento.

Otto miliardi alla pubblicità online: dove si sposta il denaro

Il dato forse più importante del rapporto AGCOM riguarda la provenienza delle risorse. Nel 2024 la pubblicità online ha generato quasi 8 miliardi di euro, equivalenti al 36,6% del SIC, con una crescita annua del 12,6%.

La raccolta pubblicitaria sui mezzi tradizionali, pur aumentando del 3,4%, si è fermata a circa 5,2 miliardi.

Il divario economico aiuta a comprendere perché il confronto tra televisione e piattaforme non possa essere ridotto a una competizione per conquistare spettatori. Le società digitali dispongono di strumenti per raccogliere investimenti pubblicitari attraverso motori di ricerca, video, applicazioni e servizi utilizzati quotidianamente da miliardi di persone.

Le emittenti televisive tradizionali operano invece in un sistema caratterizzato da costi di produzione, strutture professionali, obblighi editoriali e, nel caso del servizio pubblico, specifiche responsabilità verso l’intera popolazione.

Il successo economico delle piattaforme non dimostra che queste producano un’informazione migliore. Allo stesso modo, il finanziamento pubblico non garantisce automaticamente che una televisione offra contenuti di qualità.

Il cambiamento decisivo riguarda la separazione tra chi produce le notizie e chi controlla gli strumenti attraverso i quali vengono raggiunti i lettori e gli spettatori. Un giornale o un’emittente possono realizzare un’inchiesta di rilevante interesse pubblico, ma la sua diffusione online dipende sempre più anche dai sistemi di ricerca, suggerimento e distribuzione dei contenuti.

Si tratta di un cambiamento nella distribuzione del potere editoriale. Le redazioni mantengono la responsabilità di ciò che pubblicano, mentre le piattaforme possono incidere sulla visibilità dei loro prodotti attraverso regole tecniche e commerciali non sempre pienamente trasparenti.

La crisi della tv pubblica non significa che gli spettatori siano scomparsi

Per capire la reale portata della trasformazione è utile osservare i dati britannici. Secondo il rapporto Media Nations 2026, pubblicato dall’autorità di regolazione Ofcom il 29 luglio, il 26% degli spettatori dichiara di rivolgersi principalmente a Netflix quando cerca qualcosa da guardare, contro il 25% che indica la BBC.

La differenza di un punto percentuale non è statisticamente significativa, ma mostra quanto la competizione tra televisione pubblica e operatori globali sia diventata serrata.

Nello stesso studio emerge che la visione dei servizi on-demand gestiti dalle emittenti tradizionali è cresciuta del 9% nell’ultimo anno. L’aumento, però, non ha compensato interamente la diminuzione del pubblico dei canali lineari.

Anche YouTube sta cambiando posizione nel mercato. Nel Regno Unito il tempo medio trascorso sulla piattaforma attraverso gli apparecchi televisivi è passato da 9 minuti giornalieri per persona nel 2022 a 19 nel 2025.

Non significa che la televisione pubblica sia diventata irrilevante. Una ricerca Ofcom del 2026 sull’accesso alle notizie indica che la BBC continua a essere il principale fornitore di informazione nel Regno Unito, raggiungendo circa quattro adulti su cinque attraverso i propri servizi e i contenuti diffusi sulle piattaforme digitali.

La contraddizione è soltanto apparente: le emittenti pubbliche conservano un ruolo informativo fondamentale proprio mentre perdono parte della loro centralità nella distribuzione e nel mercato audiovisivo.

Il problema, dunque, non è che i cittadini abbiano improvvisamente smesso di aver bisogno di notizie verificate. È che accedono sempre più spesso a quelle stesse notizie attraverso soggetti differenti da chi le produce.

Il rischio denunciato dai giornalisti: un servizio pubblico per chi è connesso

La National Union of Journalists, il sindacato britannico dei giornalisti, ha contestato duramente la riorganizzazione annunciata dalla BBC.

In una presa di posizione pubblicata il 22 ottobre, l’organizzazione ha denunciato il rischio che il trasferimento dei programmi esclusivamente online indebolisca il principio di accesso universale, uno dei fondamenti storici del servizio pubblico britannico.

Secondo le stime richiamate dal sindacato, quasi quattro milioni di famiglie nel Regno Unito dipendono dalla televisione terrestre, comprese numerose persone anziane e residenti in aree rurali dove la connettività non offre sempre prestazioni adeguate.

La segretaria generale Laura Davison ha avvertito che l’eliminazione delle trasmissioni tradizionali può aggravare il divario digitale, penalizzando le fasce di popolazione meno attrezzate per utilizzare servizi e applicazioni online.

Il sindacato ha inoltre sollecitato un intervento del governo britannico, sostenendo che ulteriori tagli potrebbero compromettere la capacità della BBC di garantire informazione, istruzione e intrattenimento di qualità.

La preoccupazione merita attenzione anche al di fuori del Regno Unito. Rendere un programma disponibile su internet non equivale automaticamente a renderlo accessibile a tutti. Servono dispositivi compatibili, connessioni affidabili, competenze digitali e la capacità di individuare il contenuto desiderato.

D’altra parte, lo streaming offre vantaggi concreti: consente di recuperare trasmissioni già andate in onda, raggiungere persone che non seguono i palinsesti tradizionali e sviluppare nuovi servizi informativi.

Il punto non è quindi scegliere tra televisione e internet, ma verificare se il passaggio dall’uno all’altro produca una migliore diffusione del servizio o lasci progressivamente indietro una parte della popolazione.

Il precedente italiano di Rai Scuola e il futuro dell’informazione pubblica

La vicenda britannica richiama un dibattito già aperto anche in Italia. La decisione di riorganizzare la presenza televisiva di Rai Scuola, trasferendo i contenuti educativi verso l’offerta digitale, aveva suscitato interrogativi sul rapporto tra innovazione tecnologica e accessibilità della programmazione culturale.

Come già raccontato da The Bill nell’approfondimento dedicato alla trasformazione di Rai Scuola, la disponibilità dei contenuti sulle piattaforme online non risolve da sola il problema della loro effettiva fruizione.

Il parallelismo con la BBC non implica che le due aziende attraversino la stessa crisi finanziaria o adottino identiche strategie. Evidenzia piuttosto una questione comune: come conciliare l’innovazione dei servizi con gli obblighi che distinguono un’emittente pubblica da un normale operatore commerciale.

Nel frattempo, il sorpasso economico di Google sulla Rai rende ancora più urgente riflettere sul ruolo che i grandi gruppi tecnologici svolgono nella circolazione delle informazioni.

Un sistema nel quale buona parte delle notizie viene scoperta attraverso motori di ricerca, social network e piattaforme video presenta opportunità straordinarie di diffusione, ma anche nuovi elementi di dipendenza per editori ed emittenti.

Per un servizio pubblico, la sfida consiste nel raggiungere il pubblico sulle piattaforme che utilizza senza rinunciare alla propria autonomia editoriale e alla possibilità di comunicare direttamente con i cittadini.

L’obiettivo non dovrebbe essere difendere ogni canale esistente per principio, ma evitare che la razionalizzazione dei costi finisca per impoverire contenuti e copertura informativa proprio nei settori meno remunerativi.

Il vero problema non è spegnere un canale, ma chi decide cosa dobbiamo sapere

Le difficoltà delle grandi emittenti europee sollevano un problema che non trova risposta nella sola efficienza economica. Un servizio pubblico deve certamente controllare i costi, rinnovare la propria organizzazione e adattarsi alle trasformazioni tecnologiche.

Ma deve anche occuparsi di notizie che non garantiscono grandi ascolti, seguire le realtà territoriali meno visibili, approfondire temi complessi e offrire strumenti di conoscenza anche alle persone che il mercato pubblicitario considera meno interessanti.

Non tutte queste attività possono essere valutate esclusivamente in base al numero di visualizzazioni o al costo per spettatore. Un’inchiesta su una realtà amministrativa locale, per esempio, può riguardare una platea limitata e avere comunque una rilevanza pubblica considerevole.

La trasformazione digitale diventa problematica quando i criteri di convenienza economica finiscono per prevalere sistematicamente su quelli di interesse collettivo. Un rischio che non riguarda soltanto i broadcaster finanziati attraverso il canone, ma l’intero sistema dell’informazione.

In questo scenario, il dato AGCOM sul sorpasso di Google rispetto alla Rai e il piano di ridimensionamento della BBC rappresentano due segnali differenti di un cambiamento più profondo.

Da una parte, la crescita delle piattaforme modifica la distribuzione delle risorse. Dall’altra, le istituzioni radiotelevisive tradizionali devono ridisegnare strutture e servizi per restare sostenibili.

La questione fondamentale sarà valutare chi trae beneficio da questa trasformazione e quali garanzie rimangono per i cittadini.

Perché una televisione pubblica può anche trasmettere meno attraverso i canali tradizionali e diventare più efficace online. Ma se, insieme alle frequenze, perde giornalisti, competenze, indipendenza e capacità di raggiungere tutti, il problema non è più tecnologico: riguarda la qualità della democrazia.

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