Brevetto Rockefeller e controllo remoto delle cellule: il documento diventato virale

Brevetto Rockefeller e controllo remoto delle cellule: il documento diventato virale

L’immagine che sta circolando sui social network mostra la prima pagina del brevetto statunitense US 10,786,570 B2, assegnato alla Rockefeller University e intitolato Ferritin nanoparticle compositions and methods to modulate cell activity. Le frasi evidenziate in rosso hanno alimentato, negli ultimi anni, interpretazioni molto diverse tra loro: da un lato la comunità scientifica lo considera un tassello della ricerca sulle nanotecnologie mediche, dall’altro è diventato uno dei documenti più citati all’interno di narrazioni complottiste sul presunto “controllo remoto” dell’organismo umano.

Ma che cosa contiene realmente questo brevetto? E soprattutto, quale distanza esiste tra ciò che il documento descrive e le interpretazioni che hanno invaso il web?

Un brevetto reale, non una teoria del complotto

Il primo elemento da chiarire è che il brevetto esiste davvero. È stato depositato negli Stati Uniti dalla Rockefeller University e porta la firma, tra gli altri, del ricercatore Jeffrey Friedman, noto a livello internazionale per la scoperta della leptina, l’ormone coinvolto nella regolazione dell’appetito. Il brevetto è stato concesso il 29 settembre 2020, mentre la domanda risale al luglio 2018 e si inserisce in una linea di ricerca iniziata diversi anni prima.

La sua esistenza, quindi, non è oggetto di discussione. Ciò che divide opinione pubblica e ricercatori riguarda invece il significato scientifico del contenuto.

Che cosa descrive il brevetto

Nel riassunto del documento, visibile anche nell’immagine, si legge che l’invenzione riguarda metodi e composizioni per controllare a distanza l’attività cellulare attraverso l’utilizzo di onde a radiofrequenza capaci di eccitare nanoparticelle dirette verso specifici tipi di cellule. Una volta attivate, queste nanoparticelle provocano un lieve aumento della temperatura locale, sufficiente ad aprire particolari canali ionici sensibili al calore presenti nelle cellule bersaglio.

L’apertura di questi canali determina una risposta biologica, come l’aumento dell’espressione di determinati geni o la produzione di specifiche proteine. Secondo gli inventori, una simile tecnologia potrebbe offrire nuove possibilità terapeutiche per diverse patologie legate alla carenza di alcune proteine o alla necessità di modulare il comportamento di cellule selezionate.

Il ruolo della ferritina

Uno degli elementi più interessanti del brevetto riguarda la ferritina, una proteina naturalmente presente nell’organismo umano e fondamentale per l’immagazzinamento del ferro.

I ricercatori propongono di modificare questa proteina affinché possa comportarsi come una vera e propria nanoparticella biologica. Quando viene investita da un campo a radiofrequenza opportunamente calibrato, la ferritina può sviluppare un riscaldamento estremamente localizzato.

Questo minuscolo incremento di temperatura è sufficiente ad attivare il canale cellulare TRPV1, già noto alla ricerca perché risponde naturalmente al calore e alla capsaicina, la sostanza responsabile del piccante del peperoncino.

L’attivazione del TRPV1 permette l’ingresso di calcio nella cellula, innescando una cascata di segnali intracellulari che può culminare nell’attivazione di geni precedentemente progettati per rispondere a questo stimolo.

Perché si parla di “controllo remoto”

L’espressione “remote control of cell function”, presente sia nel titolo sia nell’abstract del brevetto, è probabilmente la frase che ha generato il maggior numero di equivoci.

Nel linguaggio della biologia molecolare, il “controllo remoto” non implica la possibilità di governare il comportamento di un individuo attraverso comuni reti di telecomunicazione o segnali ambientali. Il riferimento è invece alla capacità di attivare sperimentalmente cellule opportunamente modificate senza ricorrere a interventi chirurgici invasivi, utilizzando un campo elettromagnetico esterno.

Si tratta di un concetto che appartiene alla cosiddetta radiogenetica, disciplina nata come evoluzione dell’optogenetica. Quest’ultima utilizza la luce per accendere o spegnere l’attività di specifici neuroni; la radiogenetica, invece, sostituisce la luce con radiofrequenze e nanoparticelle magnetiche o contenenti ferro.

Le possibili applicazioni mediche

Nel testo del brevetto vengono ipotizzati numerosi scenari applicativi.

Uno degli esempi riportati riguarda la regolazione della produzione di insulina. Nei modelli sperimentali descritti dagli inventori, l’attivazione del sistema induce cellule geneticamente modificate ad aumentare la sintesi di proinsulina, favorendo una riduzione della glicemia.

Il documento menziona inoltre possibili sviluppi nel trattamento di malattie endocrine, neurologiche e di altre condizioni caratterizzate dalla necessità di controllare con precisione l’attività di determinate popolazioni cellulari. Vengono citate anche potenziali applicazioni nella ricerca di base, dove la possibilità di accendere o spegnere selettivamente alcuni gruppi di cellule rappresenta uno strumento prezioso per comprendere il funzionamento degli organismi viventi.

Dal laboratorio ai social: come nasce la polemica

Negli ultimi anni il brevetto è stato ripreso migliaia di volte sui social network, spesso accompagnato dall’affermazione secondo cui dimostrerebbe l’esistenza di tecnologie capaci di controllare le persone tramite reti 5G o vaccini a mRNA.

Questa interpretazione, però, non trova riscontro nel contenuto del documento.

Il brevetto descrive infatti un sistema sperimentale che richiede condizioni molto specifiche: cellule ingegnerizzate, nanoparticelle progettate per raggiungere determinati bersagli biologici e campi elettromagnetici calibrati per attivare esclusivamente quel sistema. Non viene descritto alcun meccanismo che colleghi la tecnologia alle reti di telecomunicazione o ai vaccini contro il Covid-19.

Un settore di ricerca ancora in evoluzione

Le nanoparticelle di ferritina rappresentano oggi uno degli ambiti più promettenti della nanomedicina.

Negli ultimi anni numerosi gruppi di ricerca hanno studiato questa proteina come possibile veicolo per il rilascio mirato di farmaci, vaccini, sistemi di terapia genica e strumenti diagnostici. Le sue caratteristiche naturali, infatti, la rendono particolarmente interessante per trasportare molecole biologiche verso specifici tessuti riducendo gli effetti indesiderati. Tuttavia, molte di queste applicazioni sono ancora in fase sperimentale e richiedono ulteriori verifiche prima di un eventuale impiego clinico diffuso.

Che cosa insegna questa vicenda

Il brevetto Rockefeller rappresenta un esempio emblematico di come un documento scientifico possa assumere significati completamente diversi una volta uscito dal contesto della ricerca.

Da una parte descrive una tecnologia avanzata che punta a sviluppare nuovi strumenti per la medicina di precisione; dall’altra, alcune espressioni tecniche, come “controllo remoto delle cellule”, sono state estrapolate e reinterpretate fino a diventare il fondamento di ricostruzioni prive di conferme sperimentali.

La lezione è duplice. Da un lato è importante leggere i brevetti per ciò che sono: documenti che tutelano un’invenzione e ne descrivono il potenziale, non necessariamente tecnologie già disponibili o applicate su larga scala. Dall’altro, il dibattito pubblico dimostra quanto sia facile che termini scientifici complessi vengano trasformati in slogan capaci di alimentare dubbi, paure o aspettative irrealistiche.

Per questo motivo, quando un documento tecnico diventa virale, il primo passo dovrebbe essere sempre lo stesso: leggerlo nel suo contesto, confrontarlo con la letteratura scientifica e distinguere ciò che è effettivamente dimostrato da ciò che appartiene alle interpretazioni.

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