Ogni guerra ha una propria storia, protagonisti e cause specifiche. Eppure, quando si osservano i conflitti nel loro insieme, emerge un quadro molto più ampio e inquietante: il pianeta sta attraversando una fase di violenza armata senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale.
A fotografare questa evoluzione sono gli ultimi dati elaborati dal Peace Research Institute Oslo (PRIO) sulla base del database dell’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), uno dei principali riferimenti internazionali nello studio dei conflitti. Le statistiche relative al 2025 raccontano una realtà nella quale le guerre non soltanto aumentano di numero, ma diventano anche più frammentate, persistenti e difficili da interrompere.
Dietro ogni cifra ci sono persone, territori devastati e crisi umanitarie che rischiano di trasformarsi in problemi globali, incidendo sulla sicurezza internazionale, sui flussi migratori, sui mercati energetici e sull’economia mondiale. Ecco gli otto dati più significativi che aiutano a comprendere la portata del fenomeno.
Mai così tanti conflitti armati dalla fine della Seconda guerra mondiale
Il primo dato è anche il più emblematico. Nel corso del 2025 sono stati censiti 65 conflitti armati distribuiti in 35 Paesi, il valore più elevato registrato dal 1946. Rispetto all’anno precedente l’incremento è stato di sei guerre in più, confermando una tendenza che ormai prosegue da diversi anni.
Non si tratta esclusivamente dell’apertura di nuovi fronti. Molte guerre già esistenti continuano infatti senza una reale prospettiva diplomatica, mentre altre si trasformano, cambiano protagonisti oppure si frammentano in una molteplicità di scontri locali che rendono ancora più complesso qualsiasi tentativo di mediazione.
Tra i conflitti che hanno inciso maggiormente sul numero complessivo delle vittime figurano la guerra provocata dall’invasione russa dell’Ucraina, il conflitto nella Striscia di Gaza e la guerra civile sudanese, dove l’assedio di El Fasher è diventato uno degli episodi più sanguinosi dell’ultimo anno.
Le guerre tra Stati tornano a crescere dopo decenni
Per molti anni il panorama internazionale era stato caratterizzato soprattutto da conflitti interni, guerre civili e scontri tra governi e gruppi armati.
Il 2025 segna invece un cambiamento importante. I conflitti che coinvolgono direttamente due o più Stati sono passati da quattro a otto in appena dodici mesi, raggiungendo anch’essi il livello più elevato mai registrato dal secondo dopoguerra.
Questo tipo di guerre presenta caratteristiche differenti rispetto ai conflitti interni: coinvolge eserciti nazionali, può estendersi rapidamente oltre i confini originari e rischia più facilmente di coinvolgere alleanze militari, grandi potenze e interessi strategici internazionali.
Nello stesso periodo i conflitti tra gruppi armati non statali hanno mostrato un lieve ridimensionamento numerico, passando da 79 a 75, ma questa diminuzione non modifica il quadro generale della violenza globale.
La violenza contro i civili raggiunge livelli che ricordano le pagine più oscure della storia recente
Uno degli aspetti più drammatici emersi dal rapporto riguarda la cosiddetta violenza unilaterale, cioè gli attacchi deliberatamente diretti contro la popolazione civile.
Nel 2025 le vittime attribuite a questo tipo di violenza sono aumentate in maniera impressionante, passando da circa 14 mila a oltre 76 mila in un solo anno.
Gran parte dell’incremento è riconducibile alle atrocità documentate in Sudan, dove numerosi massacri sono stati compiuti da attori armati nei confronti di civili inermi.
Secondo gli studiosi del PRIO, un livello simile non veniva osservato dalla metà degli anni Novanta, durante il genocidio in Ruanda, a dimostrazione della gravità della situazione attuale.
Cinque anni hanno prodotto quasi un milione di morti
Osservando il periodo compreso tra il 2021 e il 2025 emerge un altro dato impressionante: nei conflitti armati hanno perso la vita oltre 930 mila persone.
Il confronto con il passato rende ancora più evidente l’accelerazione della violenza. In appena cinque anni si è infatti raggiunto un numero di morti sostanzialmente analogo a quello registrato nei vent’anni precedenti messi insieme.
Tre guerre spiegano buona parte di questo tragico bilancio.
Il conflitto nel Tigray, in Etiopia, ha provocato centinaia di migliaia di vittime tra il 2021 e il 2022 pur ricevendo un’attenzione internazionale relativamente limitata. La guerra in Ucraina continua invece a rappresentare il conflitto convenzionale più sanguinoso degli ultimi decenni, mentre Gaza ha visto un numero elevatissimo di vittime tra il 2023 e il 2025, in un contesto caratterizzato da ripetute escalation militari.
L’ultimo quinquennio è tra i più letali dell’epoca contemporanea
Considerando esclusivamente i conflitti che coinvolgono almeno uno Stato, il 2025 risulta essere il terzo anno più mortale dell’era successiva alla Guerra Fredda.
Le persone uccise nei combattimenti sono state circa 245 mila. Soltanto il 2021, il 2022 e il 2024 avevano registrato livelli ancora superiori.
Il dato assume un significato particolare perché conferma come non ci si trovi davanti a un episodio isolato. Negli ultimi anni la mortalità legata ai conflitti è rimasta stabilmente molto elevata, suggerendo che la comunità internazionale fatichi sempre di più a contenere o interrompere le guerre una volta esplose.
I conflitti non statali cambiano forma ma restano diffusi
La leggera diminuzione del numero dei conflitti tra organizzazioni armate, cartelli criminali e milizie non deve essere interpretata come un miglioramento strutturale.
Gli studiosi osservano infatti che il livello della violenza non statale resta nettamente superiore rispetto a quello registrato prima del 2013.
L’Africa continua a rappresentare l’area maggiormente interessata, con oltre trenta conflitti di questo tipo, mentre nelle Americhe numerosi episodi di violenza risultano concentrati soprattutto tra Brasile, Colombia e Messico.
Il fenomeno è caratterizzato da una forte volatilità: alcuni gruppi si sciolgono, altri si dividono in fazioni rivali e nuove organizzazioni prendono rapidamente il loro posto.
Sempre più attori ricorrono alla violenza contro la popolazione
Nel 2025 sono stati identificati 55 soggetti, tra governi e gruppi armati, responsabili di episodi sistematici di violenza contro i civili.
Si tratta del numero più elevato da quando questo indicatore viene monitorato con continuità, alla fine degli anni Ottanta.
Tra gli episodi più gravi figurano le stragi avvenute in Sudan, gli attacchi attribuiti all’ISIS nella Repubblica Democratica del Congo e la repressione delle proteste successive alle elezioni in Tanzania, dove la violenza politica ha raggiunto livelli mai documentati in precedenza dagli osservatori internazionali.
Sempre più guerre negli stessi Paesi
Forse il dato meno noto, ma anche uno dei più significativi, riguarda la concentrazione geografica dei conflitti.
Le guerre aumentano, ma i Paesi coinvolti crescono molto più lentamente.
Nel 2025 i 65 conflitti censiti risultano distribuiti in appena 35 Stati. Alcuni territori ospitano contemporaneamente numerosi fronti di guerra.
Il Myanmar è interessato da cinque conflitti distinti. Anche Israele registra contemporaneamente diversi conflitti, sia interni sia internazionali. Afghanistan, Camerun, Mali, Nigeria e Pakistan presentano più guerre attive nello stesso periodo.
Secondo i ricercatori del PRIO questa concentrazione dipende da una combinazione di fattori. I conflitti tendono ad alimentarne altri, le organizzazioni armate si frammentano dando vita a nuove fazioni, gli Stati più fragili perdono progressivamente il controllo del territorio e il confine tra guerra, terrorismo e criminalità organizzata diventa sempre meno distinguibile.
Perché questi dati riguardano tutti
Le statistiche raccolte dal PRIO non rappresentano soltanto un esercizio accademico. Descrivono un cambiamento profondo dell’equilibrio internazionale.
L’aumento dei conflitti significa maggiore instabilità economica, incremento delle crisi umanitarie, crescita dei flussi migratori forzati, aumento della spesa militare e nuove pressioni sui mercati dell’energia e delle materie prime. In altre parole, le conseguenze delle guerre non rimangono confinate ai territori in cui vengono combattute.
L’impressione che emerge dal rapporto è quella di un sistema internazionale entrato in una fase di forte frammentazione, nella quale convivono guerre convenzionali, guerre civili, scontri tra milizie e violenza esercitata direttamente contro la popolazione.
Il 2025, più che un semplice anno statistico, rischia quindi di rappresentare uno spartiacque. Non tanto perché abbia segnato il record assoluto di conflitti, quanto perché conferma una trasformazione ormai evidente: la guerra sta diventando una componente sempre più strutturale dell’attuale ordine mondiale, mentre le tradizionali capacità della diplomazia internazionale appaiono sempre meno efficaci nel prevenirla o fermarla.