Quando la pensione non basta più: cresce il fenomeno dei lavoratori over 67.
Per molti italiani il raggiungimento della pensione rappresenta il momento in cui raccogliere i frutti di una vita trascorsa a lavorare. Sempre più spesso, però, quel traguardo coincide con l’inizio di una nuova fase lavorativa. Non per scelta, ma per necessità. L’aumento del costo della vita, il peso delle bollette, delle spese sanitarie e dell’inflazione stanno modificando profondamente il significato stesso della pensione, trasformandola in un reddito insufficiente a garantire un’esistenza serena.
Il fenomeno emerge con particolare evidenza ad Asti, dove i dati fotografano una realtà che va oltre la semplice statistica e raccontano le trasformazioni economiche di un intero territorio. Qui la pensione arriva più tardi rispetto a gran parte del Paese e, una volta ottenuta, spesso non consente di smettere davvero di lavorare.
Asti, la provincia dove si lascia il lavoro più tardi
Secondo il 13° Rapporto di Itinerari Previdenziali, la provincia piemontese presenta una delle percentuali più elevate d’Italia di pensionamenti per vecchiaia. Le uscite dal mercato del lavoro legate esclusivamente al raggiungimento dell’età prevista dalla legge rappresentano infatti il 16,9%, mentre le pensioni anticipate ottenute grazie ai contributi si fermano all’8,4%.
Si tratta di un dato che colloca Asti tra le prime dieci province italiane per incidenza dei pensionati sulla popolazione residente, ma soprattutto mette in evidenza una caratteristica del suo mercato del lavoro: sono relativamente pochi coloro che riescono a costruire una carriera contributiva continua e sufficientemente lunga da accedere alla pensione anticipata.
Il risultato è che migliaia di persone restano in attività fino ai 67 anni, l’età ordinaria prevista dalla normativa vigente, perché non hanno accumulato i requisiti contributivi necessari per lasciare prima il lavoro.
Dietro i numeri c’è la struttura economica del territorio
La spiegazione non risiede tanto nelle regole previdenziali quanto nella storia economica della provincia.
A differenza di altre aree del Piemonte caratterizzate dalla presenza di grandi stabilimenti industriali, Asti ha costruito il proprio sviluppo su un tessuto composto prevalentemente da piccole imprese, attività artigianali, commercio e agricoltura.
Questa differenza produce effetti che diventano evidenti proprio nel momento del pensionamento.
Chi ha lavorato per decenni come dipendente all’interno di grandi aziende ha generalmente alle spalle una carriera regolare, senza lunghe interruzioni contributive, e riesce più facilmente a raggiungere il requisito necessario per la pensione anticipata.
Diversa è la situazione di coltivatori diretti, commercianti e artigiani, categorie nelle quali i versamenti previdenziali risultano spesso più bassi, le attività attraversano periodi di difficoltà economica e le carriere sono caratterizzate da maggiore discontinuità.
Il risultato è un percorso lavorativo più lungo e pensioni mediamente meno generose.
Il fenomeno dei “nonni al lavoro” continua a crescere
Uno degli aspetti più significativi messi in luce dal rapporto riguarda il numero di pensionati che continuano a svolgere un’attività lavorativa.
Nell’Astigiano sono oltre 7.600, pari a circa l’11% dei pensionati complessivi.
L’immagine del pensionato che continua a lavorare non rappresenta più un’eccezione. Per molti si tratta dell’unico modo per integrare un assegno previdenziale che non riesce a coprire le spese mensili.
Dietro questi numeri si trovano storie molto concrete.
C’è chi continua a coltivare i campi, chi mantiene aperta la propria bottega, chi svolge piccoli lavori occasionali oppure presta consulenze maturate in decenni di esperienza professionale.
In numerosi casi la motivazione principale non è il desiderio di restare attivi, ma la necessità economica.
Assegni bassi e caro vita: un equilibrio sempre più difficile
L’aumento generalizzato dei prezzi ha aggravato una situazione già delicata.
Le spese per energia, carburanti, alimentari e farmaci incidono in misura crescente sui bilanci familiari, soprattutto per chi vive esclusivamente della pensione.
Emblematica è la testimonianza di un agricoltore settantenne della provincia, che racconta di percepire circa 830 euro mensili e di non potersi permettere di interrompere il lavoro perché quella cifra non consente di affrontare serenamente le spese quotidiane.
Un caso che riflette una condizione condivisa da molti pensionati italiani, specialmente tra gli ex lavoratori autonomi.
Secondo i rappresentanti dello Spi Cgil del territorio, aumentano le richieste di sostegno da parte di persone che, pur avendo lavorato per decenni, faticano ad arrivare alla fine del mese. Gli interventi straordinari messi in campo negli ultimi anni possono offrire un sollievo temporaneo, ma non modificano il problema strutturale rappresentato da assegni previdenziali spesso troppo contenuti rispetto al costo reale della vita.
Il confronto con il resto del Piemonte
L’eccezione rappresentata da Asti emerge ancora più chiaramente osservando quanto accade in altre province piemontesi.
A Torino o Novara, territori fortemente industrializzati, il peso della pensione anticipata è decisamente superiore grazie alla presenza storica di grandi imprese manifatturiere che hanno garantito ai dipendenti percorsi lavorativi più continui.
L’Astigiano, invece, presenta caratteristiche più vicine a quelle di aree come il Verbano-Cusio-Ossola, dove incidono l’invecchiamento della popolazione, la prevalenza di piccole attività economiche e una struttura produttiva meno favorevole all’accumulo di lunghi periodi contributivi.
Anche il confronto con la media nazionale evidenzia una situazione particolare. Nel settore pubblico, infatti, le pensioni anticipate rappresentano oltre la metà delle nuove uscite, mentre quelle di vecchiaia costituiscono una quota decisamente inferiore.
Il peso della crisi delle attività autonome
Le difficoltà attuali affondano le radici in cambiamenti iniziati molti anni fa.
L’agricoltura, uno dei comparti simbolo del territorio astigiano, ha visto diminuire drasticamente il numero degli occupati negli ultimi decenni. Parallelamente, anche il mondo dell’artigianato e del commercio è invecchiato progressivamente, con un numero sempre più elevato di titolari che supera i quarant’anni e un ricambio generazionale insufficiente.
Questa evoluzione produce effetti che si riflettono inevitabilmente sul sistema previdenziale. Minori redditi durante la vita lavorativa significano infatti contributi più contenuti e, di conseguenza, pensioni meno elevate.
Il circolo rischia così di alimentarsi nel tempo, con una popolazione anziana sempre più costretta a prolungare l’attività lavorativa anche dopo aver raggiunto l’età pensionabile.
Una questione che supera i confini di una provincia
Il caso di Asti rappresenta una lente attraverso cui osservare un fenomeno destinato probabilmente ad assumere dimensioni sempre maggiori.
L’Italia è uno dei Paesi europei con l’età media più elevata e con una crescente incidenza del lavoro autonomo discontinuo nelle nuove generazioni. Se il futuro del mercato del lavoro sarà caratterizzato da carriere frammentate, periodi di inattività e redditi variabili, il tema della sostenibilità delle pensioni diventerà ancora più centrale.
La vicenda dei cosiddetti “nonni al lavoro” racconta quindi qualcosa che va oltre una semplice anomalia territoriale. Parla della difficoltà di trasformare decenni di attività professionale in una sicurezza economica sufficiente per affrontare la vecchiaia senza dover continuare a lavorare.
Ed è proprio questo il nodo che il dibattito previdenziale sarà chiamato ad affrontare nei prossimi anni: non soltanto quando andare in pensione, ma soprattutto con quale livello di tutela economica.