Data center, la nuova corsa all’oro dell’intelligenza artificiale: oltre 500 richieste in Italia, ma il vero nodo è l’energia.
L’Italia si prepara a diventare un hub europeo dell’IA, ma la domanda da porsi è un’altra
L’intelligenza artificiale ha bisogno di una materia prima che raramente finisce al centro del dibattito pubblico: l’energia elettrica. Se fino a pochi anni fa il tema sembrava riguardare quasi esclusivamente software, algoritmi e innovazione digitale, oggi il cuore della competizione si è spostato sulle infrastrutture fisiche. I nuovi modelli di IA richiedono infatti enormi capacità di calcolo e, di conseguenza, una rete sempre più estesa di data center.
L’Italia si trova improvvisamente al centro di questa trasformazione. Il Paese sta attirando investimenti miliardari da parte dei principali operatori internazionali, interessati a rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo e nel Sud Europa. Tuttavia, mentre cresce l’entusiasmo per le ricadute economiche, aumentano anche le domande sulla sostenibilità di uno sviluppo che potrebbe modificare profondamente il territorio nazionale.
Secondo le stime dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nei prossimi tre anni il comparto potrebbe mobilitare circa 25 miliardi di euro tra costruzione, ampliamento e gestione delle infrastrutture digitali. Una cifra che fotografa soltanto l’inizio di una trasformazione destinata ad accelerare.
Le richieste di connessione alla rete elettrica raccontano una crescita senza precedenti
Per comprendere la portata del fenomeno basta osservare un dato apparentemente tecnico: le domande presentate a Terna, il gestore della rete elettrica nazionale.
Alla fine di maggio 2026 risultavano 509 richieste di connessione per nuovi data center. Si tratta di numeri che segnano un incremento impressionante rispetto alla situazione fotografata pochi mesi prima.
Nel dettaglio, 305 richieste hanno già ricevuto l’approvazione per l’allaccio alla rete nazionale, 187 attendono ancora di essere accettate, 5 sono in fase di valutazione mentre 12 hanno completato l’iter relativo alla connessione elettrica e possono proseguire verso le autorizzazioni urbanistiche e ambientali necessarie ad avviare i cantieri.
Va precisato che il via libera di Terna rappresenta soltanto uno dei passaggi amministrativi richiesti. Prima dell’apertura dei lavori dovranno infatti arrivare anche le autorizzazioni di Regioni, Comuni e altri enti competenti.
Ciò che colpisce maggiormente, però, è il fabbisogno energetico complessivo associato a queste richieste. La potenza richiesta supera infatti gli 80 gigawatt, una quantità enorme se confrontata con i circa 600 megawatt oggi destinati ai data center già operativi sul territorio nazionale. La sproporzione evidenzia quanto radicale potrebbe essere il cambiamento nei prossimi anni.
Perché proprio Milano è diventata il cuore digitale d’Italia
Se esiste una capitale italiana dei data center, questa è senza dubbio Milano.
Non si tratta di una scelta casuale. Il capoluogo lombardo concentra gran parte del sistema finanziario nazionale, ospita numerose multinazionali tecnologiche e rappresenta uno snodo fondamentale delle telecomunicazioni europee. Attraverso Genova arrivano infatti numerosi cavi sottomarini provenienti dal Mediterraneo, mentre Milano costituisce il principale punto di smistamento dei dati verso il resto del continente.
Ridurre la latenza, ovvero il tempo necessario affinché le informazioni viaggino tra utenti e server, è uno degli obiettivi principali delle grandi aziende del settore. Per questo motivo costruire infrastrutture vicino ai principali nodi di traffico rappresenta un vantaggio competitivo determinante.
Oggi nell’area metropolitana milanese sono operativi 33 data center, che concentrano circa il 68% della potenza installata a livello nazionale. Una leadership destinata a rafforzarsi grazie ai nuovi investimenti già programmati.
Tra i progetti più rilevanti figurano i grandi poli previsti a Magenta e Settimo Milanese, destinati a ospitare infrastrutture hyperscale, cioè impianti progettati per gestire enormi volumi di dati e servizi cloud.
L’espansione coinvolge anche la direttrice verso Pavia, con iniziative nei territori di Bornasco, Lacchiarella e Siziano, dove l’arrivo dei nuovi complessi ha già alimentato il confronto tra amministrazioni locali, cittadini e operatori economici.
La geografia della trasformazione: ex fabbriche, terreni agricoli e nuove destinazioni d’uso
L’espansione dei data center non interessa soltanto le grandi città.
Gli sviluppatori stanno cercando aree industriali dismesse, ex stabilimenti produttivi e terreni già destinati all’edificazione dai piani urbanistici comunali. In alcuni casi vengono valutate anche modifiche della destinazione d’uso di vecchi insediamenti manifatturieri.
Uno degli esempi più discussi riguarda Grugliasco, nell’area torinese, dove è allo studio la riconversione dell’ex sito Pininfarina in un grande polo dedicato all’intelligenza artificiale e all’archiviazione dei dati.
Per i sostenitori dell’iniziativa si tratterebbe di un’opportunità per recuperare un’area inutilizzata e attrarre nuovi investimenti. Chi guarda con maggiore prudenza sottolinea invece come un’infrastruttura altamente automatizzata generi generalmente un numero limitato di posti di lavoro rispetto alle tradizionali attività industriali che va a sostituire.
Un caso emblematico è anche quello di Pregnana Milanese, piccolo Comune dell’hinterland con circa settemila residenti. Qui alcuni operatori hanno individuato una vasta area industriale dismessa di circa 185 mila metri quadrati. In un territorio comunale relativamente contenuto, un insediamento di tali dimensioni rappresenterebbe una trasformazione urbanistica particolarmente significativa.
L’intelligenza artificiale consuma energia, acqua e territorio
Dietro ogni risposta generata dall’intelligenza artificiale si nasconde un’enorme quantità di elaborazioni informatiche.
Migliaia di server lavorano senza interruzioni, ventiquattro ore su ventiquattro, producendo calore che deve essere continuamente dissipato attraverso sofisticati sistemi di raffreddamento. Tutto questo richiede disponibilità costante di elettricità e, in molti casi, anche un importante utilizzo di risorse idriche.
Il vero interrogativo non riguarda quindi soltanto la costruzione dei nuovi edifici, ma la capacità del sistema energetico italiano di sostenere una domanda destinata ad aumentare rapidamente.
In prospettiva, il tema coinvolge anche il costo dell’energia, gli investimenti necessari sulle reti di distribuzione e il mix produttivo che alimenterà questi giganteschi centri di calcolo.
L’intelligenza artificiale promette crescita economica e innovazione, ma rischia di trasferire una parte consistente dei propri costi sulle infrastrutture energetiche nazionali.
Esistono modelli più sostenibili? L’esperimento della miniera in Trentino
Non tutti i progetti seguono però lo stesso approccio.
In Val di Non, in Trentino, è stato recentemente inaugurato Intacture, un data center realizzato a circa cento metri di profondità all’interno di una miniera di dolomia ancora attiva.
L’iniziativa, sviluppata da Trentino DataMine con il coinvolgimento dell’Università di Trento e sostenuta anche attraverso risorse del PNRR, sfrutta la temperatura naturalmente stabile dell’ambiente sotterraneo per raffreddare i server, riducendo il fabbisogno energetico dedicato alla climatizzazione.
Il sistema utilizza un circuito chiuso che non comporta consumo d’acqua e viene alimentato prevalentemente con energia proveniente da impianti idroelettrici locali.
Si tratta di un esempio che dimostra come esistano soluzioni tecnologiche orientate all’efficienza energetica. Resta però un caso ancora isolato rispetto alla grande quantità di nuovi data center destinati a sorgere vicino alle principali aree urbane italiane.
La vera sfida non è costruire più data center, ma renderli sostenibili
La competizione internazionale sull’intelligenza artificiale si gioca sempre meno nei laboratori e sempre più nelle infrastrutture.
L’Italia possiede caratteristiche che la rendono particolarmente attrattiva: una posizione geografica strategica, collegamenti digitali in crescita e una rete industriale capace di intercettare investimenti di grandi dimensioni.
Allo stesso tempo, però, la corsa ai data center apre interrogativi destinati ad accompagnare il dibattito pubblico per molti anni. Quanto peseranno questi impianti sulla rete elettrica? Quale sarà il loro impatto sulle comunità locali? In che misura gli investimenti produrranno occupazione stabile? E soprattutto: la transizione digitale può davvero dirsi sostenibile se richiede una quantità crescente di energia?
Il futuro dell’intelligenza artificiale potrebbe dipendere meno dagli algoritmi e molto di più dalla capacità dei Paesi di garantire elettricità, reti moderne e modelli di sviluppo compatibili con il territorio. È questa, probabilmente, la vera partita che l’Italia si appresta a giocare.