Bollo auto: la tassa sparisce, ma il conto arriva alle Regioni

Bollo auto: la tassa sparisce, ma il conto arriva alle Regioni

Il bollo auto potrebbe smettere di essere un appuntamento annuale per milioni di automobilisti italiani. Ma una tassa che non viene più pagata dai cittadini non è necessariamente una tassa che smette di costare. È questa la questione meno appariscente della decisione con cui il Governo ha annunciato di voler rendere strutturale l’esenzione dal bollo auto a partire dal 2027, trasformando un intervento inizialmente limitato a dodici mesi in una misura destinata a durare.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo ha confermato il 28 ottobre, durante la conferenza stampa successiva all’approvazione del disegno di legge di Bilancio. La promessa riguarda le automobili con potenza fino a 80 kilowatt e, alle condizioni già stabilite dalla normativa, motocicli e ciclomotori. La platea rimane quella individuata a settembre. A cambiare, nelle intenzioni dell’esecutivo, è la durata del beneficio.

La notizia è certamente positiva per chi potrà evitare un versamento periodico. La domanda, però, è dove finirà il costo di quell’esenzione. Perché il bollo non viene incassato principalmente dallo Stato centrale, ma dalle Regioni. E quando Roma decide che milioni di contribuenti non devono più pagarlo, deve anche stabilire come sostituire le entrate che verranno meno.

Bollo auto strutturale: la promessa del Governo e ciò che è già legge

Per comprendere la portata della novità bisogna distinguere due provvedimenti. Il primo è il decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162, che ha già introdotto l’esenzione per i pagamenti con scadenza ordinaria compresa tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2027. Il secondo è il disegno di legge di Bilancio, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre, nel quale il Governo intende rendere permanente il beneficio.

La stabilizzazione annunciata non è quindi ancora una disposizione definitivamente approvata dal Parlamento. La legge di Bilancio dovrà affrontare l’esame delle Camere, mentre il decreto di settembre segue il proprio percorso di conversione.

La distinzione non ridimensiona la novità politica, ma impedisce di confondere un impegno dell’esecutivo con una norma già perfezionata. Se la Manovra confermerà l’impostazione annunciata, l’esenzione non terminerà con le scadenze del 2027 e continuerà negli anni successivi, salvo future modifiche legislative.

Il meccanismo resta selettivo. Possono beneficiarne le persone fisiche tenute al pagamento della tassa per un’autovettura alimentata a benzina o gasolio, anche in combinazione con altre fonti di propulsione, purché la potenza non superi gli 80 kW e il veicolo sia regolarmente assicurato.

Non esistono limiti ISEE. È previsto un solo mezzo agevolabile per contribuente e, in presenza di più automobili che rispettano i requisiti, viene privilegiata quella meno potente. Per motocicli e ciclomotori valgono condizioni specifiche: il beneficio è subordinato, tra l’altro, all’assenza di un’automobile già agevolabile in capo allo stesso soggetto.

Le particolarità relative alla proprietà dei mezzi e alle famiglie con più veicoli sono state già approfondite da The Bill nell’analisi dedicata alle regole dell’esenzione in base all’intestatario. La nuova questione riguarda invece ciò che accadrà ai conti pubblici se l’agevolazione diventerà permanente.

Il 70% annunciato e il 45% calcolato: i numeri raccontano storie diverse

Durante la conferenza stampa, Meloni ha indicato nel 70% circa dei veicoli circolanti la dimensione dell’intervento. Una percentuale capace di rendere immediatamente comprensibile l’ampiezza della scelta. Ma quando si passa dall’annuncio politico alla simulazione degli effetti concreti, il quadro diventa più articolato.

Il 27 ottobre, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha pubblicato un’analisi specifica sull’esenzione della tassa automobilistica. Secondo i calcoli dell’organismo indipendente, il beneficio interesserebbe il 45% dei veicoli, il 65% degli intestatari e il 73% delle famiglie che possiedono almeno un mezzo.

Non sono percentuali intercambiabili. Un conto è misurare quanti veicoli possiedono caratteristiche potenzialmente compatibili con la norma; un altro è individuare quelli che risultano effettivamente esentabili, dopo aver applicato i vincoli relativi alla persona, alla tipologia del mezzo e al numero massimo di agevolazioni.

Su questo terreno si misura la distanza fra la forza comunicativa di una promessa e la complessità della sua attuazione. Un contribuente può possedere due automobili ammesse dalla normativa, ma il beneficio non si estende automaticamente a entrambe.

Considerando anche i nuclei familiari privi di veicoli, la percentuale dei beneficiari scende al 63%. Resta una misura di notevole portata, ma la sua distribuzione effettiva è più complessa di quanto suggerisca una singola percentuale.

Il vantaggio per le famiglie è reale, ma non uguale per tutti

Sarebbe sbagliato considerare l’esenzione una concessione priva di effetti economici. Il bollo è un’imposta particolarmente onerosa, in proporzione alle risorse disponibili, per chi possiede redditi modesti e utilizza un’automobile soprattutto per necessità.

L’Ufficio parlamentare di bilancio rileva che il tributo, rapportato alla spesa familiare, pesa circa sei volte di più sui nuclei meno abbienti rispetto a quelli economicamente più agiati. La ragione è semplice: l’importo da pagare dipende principalmente dalle caratteristiche tecniche dell’automobile, non dalla capacità economica del proprietario.

Un’imposta di importo relativamente contenuto può rappresentare una spesa marginale per una famiglia benestante, ma diventare un problema per chi deve già sostenere affitto, bollette e carburante con un bilancio limitato.

Secondo la relazione tecnica esaminata dalla Camera, per circa 13,2 milioni di autovetture il mancato pagamento corrisponderebbe a un risparmio medio stimato di 168,40 euro. Per quasi due milioni di motocicli agevolati il valore medio sarebbe invece di circa 59 euro.

Non sono somme capaci di modificare radicalmente le condizioni di vita, ma nemmeno importi irrilevanti. Soprattutto se considerate insieme agli altri costi che accompagnano il possesso di un veicolo.

Esiste tuttavia un limite importante: il beneficio non è collegato ai chilometri percorsi e non compensa in misura proporzionale chi utilizza maggiormente l’automobile.

Le simulazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio indicano che l’esenzione, sommata agli interventi sulle accise introdotti nel 2026, potrebbe compensare complessivamente circa metà dell’aggravio attribuibile al rincaro dei carburanti di quest’anno. Per chi guida molto, però, il vantaggio rischia di essere sensibilmente inferiore alla maggiore spesa sostenuta alla pompa.

Il conto da 2,36 miliardi che non può sparire con una conferenza stampa

Il punto finanziariamente più delicato emerge dalla relazione tecnica che accompagna il decreto di settembre. La perdita complessiva di gettito stimata per il 2027 ammonta a 2,362 miliardi di euro.

Di questi, 2.293,5 milioni sono destinati a compensare il mancato incasso delle Regioni e delle Province autonome. La differenza riguarda le quote del tributo che, in specifici territori, hanno natura erariale.

Per finanziare l’intervento nel primo anno è stato previsto anche il ricorso a circa 1,46 miliardi di economie accertate nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Le altre risorse provengono da differenti capitoli del bilancio pubblico.

La copertura per il 2027, dunque, è stata individuata. Il problema nasce dal momento in cui una spesa eccezionale viene trasformata in un impegno ricorrente.

Le economie del PNRR non costituiscono, per loro natura, una fonte di finanziamento ripetibile automaticamente ogni anno. Se il Governo intende mantenere l’esenzione anche nel 2028, nel 2029 e negli esercizi successivi, dovrà garantire risorse stabili oppure individuare altri strumenti capaci di compensare il gettito perduto.

È una differenza essenziale. Una cosa è usare disponibilità straordinarie per affrontare un’emergenza. Un’altra è impegnare il bilancio nazionale per un importo pluriennale, senza che l’onere possa essere sostenuto all’infinito con entrate occasionali.

La domanda da porre alla Manovra, quindi, non è soltanto quanti automobilisti risparmieranno. È anche quali risorse verranno impiegate stabilmente per assicurare quel risparmio e quali altre destinazioni di spesa entreranno eventualmente in competizione con esso.

Le Regioni perdono il bollo, ma anche un pezzo della propria autonomia

Esiste un altro aspetto della vicenda che supera la dimensione del portafoglio individuale e riguarda il funzionamento delle istituzioni.

La tassa automobilistica è una delle entrate attraverso cui le Regioni esercitano una parte della propria autonomia finanziaria. Negli anni, le amministrazioni territoriali hanno potuto intervenire sulle tariffe entro i limiti consentiti dalla legislazione nazionale, assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni fiscali.

Il decreto legislativo 7 agosto 2026, n. 147, ha rafforzato la configurazione del bollo come tributo proprio derivato, riconoscendogli una particolare autonomia impositiva regionale.

Poche settimane dopo, con il decreto di settembre, lo Stato ha deciso di esentare una quota considerevole dei contribuenti, impegnandosi a sostituire il mancato gettito con trasferimenti dal bilancio nazionale.

Il paradosso è evidente: si rafforza formalmente l’autonomia fiscale delle Regioni e subito dopo si riduce la capacità concreta di esercitarla.

L’Ufficio parlamentare di bilancio richiama proprio questo rischio. Se il sistema diventasse permanente, le scelte fiscali effettuate dalle singole amministrazioni finirebbero per essere sostenute dall’insieme dei contribuenti italiani, attraverso le risorse statali.

Una Regione che in passato ha applicato maggiorazioni potrebbe ricevere una compensazione collegata al gettito perduto, mentre il relativo costo verrebbe distribuito sul bilancio nazionale. I criteri di ripartizione dei trasferimenti, ancora da definire compiutamente, saranno quindi fondamentali.

La questione non è stabilire se sia preferibile pagare meno imposte. Riguarda piuttosto il rapporto tra potere decisionale e responsabilità finanziaria: chi decide il livello di un tributo dovrebbe anche rispondere delle conseguenze della propria scelta.

Trasferire in modo permanente quel rapporto dalle Regioni allo Stato potrebbe alterare gli equilibri del federalismo fiscale molto più di quanto lasci intendere l’annuncio di una semplice agevolazione automobilistica.

La soglia degli 80 kW rischia di cambiare anche il mercato delle automobili

C’è poi un effetto meno immediato, ma potenzialmente importante per chi deve acquistare o sostituire un veicolo.

La scelta di fissare un limite netto a 80 kilowatt produce una differenza fiscale significativa tra automobili con prestazioni anche molto simili. Una vettura da 80 kW può rientrare nell’esenzione, mentre un modello da 81 kW ne rimane escluso.

Se questa distinzione resterà in vigore per molti anni, il risparmio accumulabile nel tempo potrebbe influenzare le preferenze degli acquirenti, il valore commerciale delle vetture usate e perfino le strategie dei costruttori.

È una delle criticità evidenziate dall’Ufficio parlamentare di bilancio: una soglia rigida introduce discontinuità nel trattamento fiscale che possono riflettersi sulle quotazioni e sulle scelte industriali.

Il rischio è costruire una politica tributaria che favorisca indirettamente una specifica fascia di potenza, senza valutare con la stessa attenzione altri parametri, come l’impatto ambientale effettivo o il valore economico del mezzo.

Del resto, potenza, prezzo ed emissioni non coincidono automaticamente. Un’automobile più vecchia e inquinante può rispettare il limite previsto, mentre una vettura tecnologicamente più avanzata può superarlo.

Le auto esclusivamente elettriche, inoltre, non sono destinatarie di questa specifica esenzione perché seguono discipline fiscali differenti, con agevolazioni che dipendono anche dalle disposizioni territoriali.

La stabilizzazione del provvedimento imporrebbe quindi una riflessione più ampia sulla coerenza tra fiscalità automobilistica, mercato e obiettivi ambientali.

Famiglie numerose e targhe personalizzate: due partite ancora aperte

Il confronto parlamentare potrebbe modificare ulteriormente il perimetro della misura.

Tra le ipotesi avanzate c’è quella di riconoscere l’esenzione anche alle famiglie con almeno quattro figli che utilizzano autoveicoli da sei a nove posti con potenza fino a 133 kW. Una proposta che risponde a un’esigenza concreta: un nucleo numeroso potrebbe avere bisogno di un mezzo più capiente, e quindi più potente, rispetto alle automobili normalmente comprese nella soglia ordinaria.

Forza Italia ha invece prospettato un ampliamento più generale del beneficio alle famiglie. Al momento, però, queste restano proposte politiche, non modifiche già definitivamente approvate.

Ogni allargamento della platea comporterebbe un aumento del costo complessivo, rendendo ancora più importante la questione delle coperture.

Nella conferenza stampa del 28 ottobre Meloni ha parlato anche della possibilità di ottenere targhe personalizzate a pagamento. Un intervento presentato come una novità per gli automobilisti, che potrebbe generare ulteriori entrate pubbliche.

Ma un incasso legato a richieste facoltative non può essere automaticamente equiparato a un finanziamento stabile. Per valutare la capacità delle targhe personalizzate di contribuire alla copertura del bollo sarebbero necessarie stime attendibili sul numero di richieste, sui costi del servizio e sul gettito netto.

Senza questi elementi, il collegamento tra le due misure rimane una possibilità da verificare, non una soluzione contabile già dimostrata.

Il vero problema è quanto costa essere costretti a usare l’automobile

Il confronto sul bollo rischia infine di nascondere una questione più profonda. In molte aree italiane possedere un’automobile non è una scelta di comodità, ma la condizione necessaria per raggiungere il lavoro, accompagnare i figli a scuola oppure accedere ai servizi essenziali.

Una famiglia che vive in una grande città, servita da trasporti pubblici frequenti, può avere alternative praticabili. In un piccolo Comune o in un territorio periferico, quelle possibilità possono essere assai più limitate.

L’eliminazione del bollo alleggerisce il costo del possesso, ma non riduce automaticamente la necessità di effettuare ogni spostamento con un mezzo privato. Non interviene sulla distanza tra abitazioni e luoghi di lavoro, sulla scarsità dei collegamenti ferroviari o sull’assenza di autobus.

Per questa ragione, anche l’Ufficio parlamentare di bilancio richiama la necessità di accompagnare gli interventi fiscali con politiche capaci di migliorare il trasporto pubblico locale, favorire forme alternative di mobilità e riorganizzare, dove possibile, tempi di lavoro e servizi.

Un aiuto economico immediato può essere utile, soprattutto quando i prezzi energetici comprimono il reddito disponibile. Ma non dovrebbe diventare l’unica risposta a un problema che riguarda l’organizzazione stessa della mobilità italiana.

Il Governo ha scelto di intervenire su una delle imposte più impopolari. La scelta ha un indubbio valore per chi risparmierà, e gli studi disponibili mostrano un beneficio proporzionalmente maggiore per i bilanci familiari più fragili.

Resta da capire se la cancellazione permanente sarà accompagnata da una riforma coerente della fiscalità automobilistica e da un sistema di finanziamento capace di tutelare l’autonomia regionale.

Il bollo auto strutturale, in fondo, non elimina il costo della decisione pubblica: ne cambia la distribuzione. Il contribuente che ottiene l’esenzione vedrà sparire una scadenza dal proprio calendario. Lo Stato, invece, dovrà iscrivere quella scelta nel proprio bilancio, anno dopo anno.

Ed è proprio qui che si misurerà la solidità della promessa. Perché cancellare una tassa è un annuncio politico. Dimostrare come mantenerla cancellata, senza scaricarne gli effetti altrove, è una prova di governo.

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