Commissione Covid e SMS Pfizer: il silenzio ha una redazione

Commissione Covid e SMS Pfizer: il silenzio ha una redazione

Dalle audizioni parlamentari ai messaggi tra Ursula von der Leyen e Albert Bourla: il diritto di sapere si misura anche dalle domande che l’informazione continua a fare. E da quelle che lascia cadere.

Commissione Covid: audizioni e responsabilità dell’informazione

La Commissione d’inchiesta sul Covid dovrebbe avere un posto stabile nell’agenda dell’informazione italiana. Ha per oggetto decisioni che hanno inciso sulla libertà personale, sul lavoro, sulla scuola, sulla spesa pubblica e sulla fiducia nelle istituzioni. Una materia da prima pagina ogni volta che emerge un elemento rilevante. E da seguire anche il giorno dopo, quando bisogna leggere le carte invece di raccogliere le battute.

Non bisogna essere medici, per chiedere chi abbia deciso, su quali basi e con quali controlli, basta essere un cittadini.

Il 26 ottobre Roberto Speranza è stato ascoltato dalla Commissione. La seduta è documentata dalla Camera e la notizia è stata ripresa, fra gli altri, da ANSA, Corriere della Sera e La Verità. La critica però riguarda l’attenzione che questi lavori meritano: continuativa, documentata, capace di andare oltre il duello fra accusatori e accusati. Un lancio d’agenzia informa che qualcosa è successo; un’inchiesta aiuta a capire che cosa.

Vorrei trovare confronti fra dichiarazioni e documenti, domande rimaste senza risposta, risposte che smentiscono un’accusa. Vorrei che una testimonianza venisse verificata prima di diventare una bandiera e che una smentita ricevesse la stessa attenzione del sospetto.

Una Commissione parlamentare non emette sentenze. I suoi componenti possono fare domande fondate oppure propaganda; gli auditi possono chiarire oppure eludere. È precisamente qui che serve il giornalismo. Se si limita a registrare chi ha alzato la voce, il resoconto potrebbe farlo un fonometro.

Il passato che le redazioni devono riesaminare

C’è poi un problema sgradevole: tornare su quella stagione può significare riesaminare anche il proprio lavoro. Titoli, certezze, etichette distribuite con la generosità dei volantini elettorali. È plausibile che questo renda alcune redazioni meno entusiaste dell’argomento. È un’ipotesi da discutere e forse anche la prova di una regia comune, visti i finanziamenti elargiti all’epoca ai giornali per diffondere le notizie governative in merito. Per ottenere una comoda reticenza possono bastare molte convenienze indipendenti. Il risultato somiglia a una riunione in cui tutti approvano il verbale perché nessuno desidera rileggere il proprio intervento.

SMS Pfizer: il diritto di accedere ai documenti

A Bruxelles, intanto, c’è una vicenda collegata che dovrebbe alimentare la stessa ostinazione giornalistica: gli SMS fra Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, nel contesto dell’acquisto dei vaccini.

Il 14 maggio 2025 il Tribunale dell’Unione europea ha annullato il diniego con cui la Commissione europea aveva respinto la richiesta di accesso presentata dalla giornalista Matina Stevi e dal New York Times. Il Tribunale ha giudicato insufficienti le spiegazioni fornite dalla Commissione sul mancato possesso dei messaggi e sulle ricerche effettuate per rintracciarli.

La sentenza riguarda l’accesso ai documenti. Non dimostra una tangente, né stabilisce che cosa contenessero gli SMS. Questa precisione rende più solida la domanda politica: come vengono conservate e rese verificabili le comunicazioni che riguardano decisioni pubbliche di tale portata?

Il cittadino deve conservare ricevute, fatture e certificati, per dare evidenza anche su una spesa di 100 euro. Sarebbe curioso se, salendo abbastanza nella gerarchia, la memoria amministrativa diventasse improvvisamente una facoltà poetica, specialmente quando si tratta di miliardi.

Commissione Covid e SMS Pfizer: la trasparenza si misura sulle carte

Il collegamento con la Commissione Covid sta qui: nella possibilità di ricostruire le decisioni e attribuire le responsabilità sulla base delle carte. Non occorre immaginare un unico retroscena per pretendere trasparenza su entrambi i fronti.

E proprio il ricorso del New York Times ricorda che esiste una stampa capace di insistere. Il giornalismo dimostra la propria utilità quando una risposta evasiva diventa l’inizio del lavoro.

Libertà di stampa e finestra di Overton: due concetti diversi

In Italia la libertà di stampa ha già problemi seri. Nell’indice 2026 di Reporters sans frontières il Paese è al 56º posto su 180; l’organizzazione segnala, fra le criticità, intimidazioni e azioni giudiziarie abusive contro i giornalisti. Proteggere chi indaga è una necessità democratica concreta.

Ma la libertà di stampa e la finestra di Overton sono concetti diversi.

La prima riguarda la possibilità di informare senza indebite interferenze e intimidazioni. La seconda descrive l’intervallo delle proposte politiche considerate accettabili in una società: confini che cambiano nel tempo, anche attraverso il dibattito pubblico. Non è, di per sé, una tecnica di censura o la prova di una manipolazione.

Il problema nasce quando l’informazione contribuisce a restringere quei confini, presentando come sconvenienti domande legittime prima ancora di esaminarle. Per il lettore può essere un condizionamento persino più insidioso di un divieto riconoscibile: lascia intatta l’apparenza della scelta mentre impoverisce ciò su cui scegliere.

Quando una richiesta di trasparenza viene giudicata anzitutto per il vantaggio che potrebbe offrire a uno schieramento, il confronto pubblico si impoverisce. La domanda perde valore in base a chi la pone; i documenti diventano secondari rispetto alle appartenenze. A quel punto, lamentarsi della sfiducia dei cittadini è un esercizio piuttosto comodo: si trascura il lavoro necessario a costruire fiducia e poi si rimprovera il pubblico perché ne ha poca.

Il giornalismo e il dovere di fare domande scomode

Chiedere conto degli acquisti pubblici non richiede un’appartenenza sanitaria. Esaminare una restrizione delle libertà non equivale a negare la gravità di un’emergenza. E una buona indagine deve poter concludere anche che una decisione contestata era giustificata. Altrimenti abbiamo soltanto cambiato catechismo.

La stampa dovrebbe seguire le audizioni, controllare le affermazioni, tornare sulle contraddizioni e pretendere risposte verificabili sugli SMS. Con la medesima severità verso chi governava e chi oggi indaga.

Un giornale guadagna fiducia quando mette alla prova anche le certezze dei propri lettori.

Quando invece decide in anticipo quali argomenti e domande meritino cittadinanza, il silenzio smette di essere uno spazio vuoto.

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