Abolizione bollo auto: quando la misura non è “populista” se la propone il Governo

Abolizione bollo auto: quando la misura non è “populista” se la propone il Governo

Ci sono tasse che diventano insopportabili non soltanto quando si pagano, ma quando entrano nella campagna elettorale dell’avversario. Il bollo auto, tributo antico e detestato con una costanza quasi bipartisan, è appena diventato il centro di un piccolo e rivelatore paradosso della politica italiana.

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha approvato un’esenzione per il 2027 che riguarda auto di piccola e media potenza, fino a 80 kW, e motocicli: una misura rivolta a circa 14,5 milioni di veicoli, utilizzabile per un solo mezzo da ciascun cittadino.

La presidente del Consiglio l’ha presentata come la cancellazione di una delle imposte più odiate dagli italiani. Formula efficace, inevitabilmente destinata a circolare. Ma il problema, almeno sul piano politico, non è soltanto ciò che viene annunciato. È ciò che era stato detto appena nove mesi prima, quando una proposta sullo stesso terreno era arrivata dal candidato del centrosinistra alla presidenza della Calabria, Pasquale Tridico.

Allora l’idea era più selettiva: una sospensione del tributo per le famiglie sotto una determinata soglia Isee. Non un regalo indistinto, dunque, ma una misura pensata per alleggerire il costo dell’auto a chi aveva minori possibilità economiche. La proposta fu derubricata non come discutibile, non come finanziariamente fragile, non come tecnicamente complessa. Fu trasformata in bersaglio comico.

Da Atreju al Consiglio dei ministri: nove mesi che cambiano una proposta

Il video rilanciato in queste ore ha il pregio scomodo della memoria. Sul palco di Atreju, il 14 dicembre 2025, Meloni ripercorreva le regionali appena concluse e ironizzava sulle “carte” giocate dal centrosinistra. Nello stesso passaggio metteva insieme il riconoscimento dello Stato di Palestina, evocato da Matteo Ricci nelle Marche, e l’esenzione dal bollo auto proposta in Calabria da Tridico. Il giudizio veniva consegnato a una battuta diventata immediatamente memorabile: “Roba che Cetto La Qualunque in confronto era Ottone di Bismarck”.

Non è un dettaglio folkloristico. Quella frase svolgeva una funzione precisa: non contestava il merito della misura, ma ne delegittimava l’autore attraverso il ridicolo. È una tecnica politica collaudata. Se un’idea viene descritta come grottesca, chi l’ascolta non è più invitato a chiedersi quanto costa, a chi conviene o quali coperture richieda. È spinto a sorridere, e a passare oltre.

Oggi la scena è rovesciata. La stessa materia fiscale viene proposta dal governo con toni celebrativi, dentro un decreto che si occupa anche di carburanti e di sostegno al potere d’acquisto. Cambiano il soggetto che firma il provvedimento, l’ampiezza dell’intervento e la sua platea. Non cambia però il nucleo politico della vicenda: lo Stato rinuncia a una quota di entrate per alleggerire una spesa che grava su milioni di proprietari di veicoli.

Qui sta il punto che il dibattito tende a eludere. Un’idea non diventa seria o demagogica per la mano che la presenta. Può essere giusta, sbagliata, costosa, regressiva o necessaria; ma va misurata con criteri che restino validi anche quando cambia il colore del governo.

L’abolizione del bollo auto non è totale: cosa prevede davvero la misura

Parlare di abolizione del bollo auto, senza aggiungere altro, rischia di costruire un titolo più grande della misura. L’esenzione prevista dal governo non riguarda tutte le automobili e non è strutturale nella formulazione iniziale. Vale per il solo 2027, interessa le vetture fino a 80 kW, cioè la fascia piccola e media del parco circolante, e si applica a un solo veicolo per persona. I motocicli rientrano nella misura.

È un provvedimento rilevante, non una rivoluzione tributaria permanente. La differenza non è semantica: è sostanziale. Chi possiede un’auto più potente continuerà a pagare; chi ha due mezzi dovrà scegliere quale esentare; chi spera nella cancellazione definitiva deve attendere eventuali interventi successivi. Lo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha lasciato intendere che il carattere permanente non è ancora acquisito e che servirebbero ulteriori passaggi finanziari.

Il costo stimato dell’operazione supera i due miliardi di euro. Alle Regioni e alle Province autonome, che incassano il bollo, è prevista una compensazione statale. Ed è proprio qui che l’annuncio smette di essere uno slogan e torna a essere politica economica: ogni imposta tolta da una parte deve essere coperta, ridotta altrove o sostituita con nuovo debito.

La domanda non è ideologica. È persino elementare: quale spesa verrà finanziata con quei fondi? E, soprattutto, è preferibile un’esenzione estesa a chiunque possieda un’auto entro la soglia prevista o un intervento mirato alle famiglie con redditi più bassi? Tridico, nella fase calabrese, aveva scelto la seconda strada. Il governo nazionale sceglie una platea più larga, vincolata alla potenza del mezzo e non alla condizione economica.

Il nodo delle Regioni e la differenza tra consenso e redistribuzione

Il bollo auto è una tassa regionale. Non è un particolare tecnico da lasciare in fondo alla pagina, perché aiuta a capire il peso della scelta. Quelle entrate finanziano bilanci territoriali già sottoposti a forti tensioni, spesso legate alla sanità, al trasporto pubblico e ai servizi locali. Se lo Stato compensa integralmente il mancato gettito, il costo si sposta sul bilancio nazionale; se non lo fa in modo adeguato o stabile, il problema torna sui territori.

La promessa di una compensazione per il 2027 risolve la questione nell’immediato, ma non scioglie il nodo futuro. Se l’esenzione diventasse permanente, servirebbe una fonte di copertura altrettanto permanente. Altrimenti il rischio è quello delle misure annuali: molto visibili quando arrivano, più difficili da confermare quando occorre iscriverle nei conti pubblici.

La lettura critica, dunque, non deve ridursi a un gioco di accuse reciproche. Non basta dire che Meloni ha copiato Tridico, né è sufficiente replicare che le due proposte non erano identiche. Non lo erano. Quella dell’eurodeputato M5s puntava sul criterio Isee; quella del governo usa una soglia legata alla potenza del veicolo e si rivolge a un pubblico molto più vasto. Ma proprio questa differenza rende la contraddizione ancora più interessante: il provvedimento oggi annunciato è, per destinatari e costo, meno selettivo di quello che veniva rappresentato come caricatura elettorale.

La politica italiana ha una relazione intermittente con il populismo. Lo denuncia quando è nel programma degli altri, lo chiama ascolto del Paese quando coincide con la propria agenda. Il bollo auto è perfetto per questa dinamica: è una tassa semplice da capire, universalmente malvista e abbastanza diffusa da promettere un dividendo di consenso immediato.

La memoria come criterio minimo per giudicare le promesse

Il filmato di Atreju non dimostra che il governo non possa cambiare idea. Cambiare idea, in democrazia, non è una colpa. Può perfino essere un merito, se si spiegano le ragioni del cambiamento e se i conti reggono. Il video dimostra però che, nove mesi fa, il tema non fu affrontato nel merito. Fu liquidato con una battuta che oggi torna indietro come un boomerang.

È la ragione per cui la vicenda merita attenzione oltre la polemica del giorno. Una classe dirigente credibile non è quella che non corregge mai la rotta, ma quella che riconosce la distanza tra ciò che sosteneva ieri e ciò che decide oggi. Dire che la proposta di Tridico era diversa non basta a cancellare l’ironia con cui fu accolta. Sarebbe più lineare ammettere che un’esenzione sul bollo, giudicata allora una promessa da campagna elettorale, è diventata nel frattempo una scelta politicamente utile e praticabile.

Resta da vedere se l’intervento sarà realmente confermato, come verrà finanziato e quali effetti produrrà sulle entrate regionali. Nel frattempo, il caso consegna una lezione meno episodica di quanto sembri: in politica le promesse non cambiano natura, ma spesso cambiano voce. E quando accade, il dovere dell’informazione è riavvolgere il nastro, ascoltare le parole e chiedere conto della coerenza. Anche quando la tassa da discutere è quella che nessuno vuole pagare.

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