Vaccino Covid e mielite: i giudici confermano il nesso causale

Vaccino Covid e mielite: i giudici confermano il nesso causale

C’è una decisione giudiziaria destinata a riaccendere il dibattito sui possibili effetti avversi legati ai vaccini anti-Covid e, soprattutto, sul delicato equilibrio tra tutela della salute pubblica e diritto all’assistenza per chi sostiene di aver subito danni permanenti. La Corte d’Appello di Torino ha infatti confermato il riconoscimento del nesso causale tra la somministrazione del vaccino contro il Covid-19 e una grave forma di mielite trasversa che ha colpito una donna piemontese, oggi cinquantasettenne.

La vicenda riguarda una commerciante della provincia di Cuneo che, dopo aver ricevuto due dosi del vaccino Comirnaty di Pfizer-BioNTech nell’aprile del 2021, ha sviluppato una patologia neurologica che le ha progressivamente compromesso la capacità di camminare. Dopo una lunga battaglia legale, il tribunale di Asti aveva già riconosciuto nel 2025 il diritto all’indennizzo previsto dalla normativa sui danni da vaccinazione, successivamente estesa anche ai vaccini anti-Covid.

Il ministero della Salute aveva però deciso di impugnare quella pronuncia, contestando l’esistenza di un collegamento diretto tra il vaccino e la malattia. Ora, con la sentenza di secondo grado, i giudici torinesi hanno respinto il ricorso, confermando integralmente l’impostazione già adottata nel primo giudizio.

La decisione dei giudici e il ruolo della consulenza tecnica

Uno degli aspetti centrali della sentenza riguarda la valutazione medico-legale svolta durante il procedimento. La Corte d’Appello ha infatti ritenuto pienamente attendibile la consulenza tecnica d’ufficio eseguita nel primo grado di giudizio, senza ravvisare la necessità di una nuova perizia.

Nel dispositivo viene richiamato il principio della “preponderanza dell’evidenza”, criterio spesso utilizzato nelle cause civili per stabilire se un determinato evento sia più probabilmente riconducibile a una causa piuttosto che a un’altra. Secondo i magistrati, la documentazione sanitaria e gli elementi raccolti durante il processo sarebbero sufficienti a dimostrare il collegamento tra le inoculazioni e l’insorgenza della mielite.

La donna soffriva già di una condizione autoimmune e proprio su questo elemento si era concentrata parte della strategia difensiva del ministero e di Aifa. L’ipotesi sostenuta era che la patologia preesistente potesse rappresentare la vera causa della malattia neurologica.

La Corte, tuttavia, ha adottato una lettura differente. Secondo i giudici, quella fragilità immunitaria non avrebbe costituito una causa alternativa autonoma, ma soltanto un possibile fattore predisponente rispetto a un evento immunologico successivo alla vaccinazione. In sostanza, il quadro autoimmune sarebbe stato un terreno favorevole, ma non sufficiente da solo a spiegare l’insorgenza della mielite.

A pesare nella valutazione sono stati anche altri elementi: il rapporto temporale tra le dosi e i sintomi, l’assenza di episodi analoghi nella storia clinica della paziente e la mancanza di cause differenti in grado di giustificare la patologia.

Il tema degli indennizzi torna al centro del dibattito

La sentenza non rappresenta un pronunciamento generale sui vaccini anti-Covid, né mette in discussione le campagne vaccinali adottate durante l’emergenza pandemica. Tuttavia, il caso torinese riporta sotto i riflettori una questione che negli ultimi anni ha generato un forte confronto sia sul piano giuridico sia su quello sanitario: il riconoscimento degli effetti avversi rari ma gravi.

In Italia la normativa prevede già da tempo un sistema di indennizzo per chi subisce danni permanenti in conseguenza di vaccinazioni obbligatorie o raccomandate. Nel 2022 tale tutela è stata estesa anche alle somministrazioni effettuate contro il Covid-19.

Il principio alla base della legge è quello della solidarietà collettiva: se un cittadino accetta un trattamento sanitario nell’interesse generale della comunità, lo Stato deve intervenire qualora si verifichino conseguenze particolarmente gravi.

Ed è proprio questo il punto su cui insistono i legali della donna, gli avvocati Renato Ambrosio, Stefano Bertone e Chiara Ghibaudo, che hanno seguito il procedimento sin dall’inizio.

“Ogni caso va valutato singolarmente”

Secondo la difesa, la sentenza della Corte d’Appello avrebbe il merito di ribadire un principio spesso dimenticato nel dibattito pubblico: i vaccini, come qualsiasi altro farmaco, possono comportare effetti collaterali, anche severi, pur restando strumenti fondamentali di prevenzione sanitaria.

L’avvocato Stefano Bertone ha sottolineato come il pronunciamento evidenzi la necessità di affrontare ogni vicenda in modo individuale, senza automatismi ideologici né generalizzazioni. La Corte, infatti, avrebbe richiamato il concetto di “astratta pericolosità” del vaccino secondo le leggi scientifiche di copertura, precisando però che la verifica concreta deve sempre basarsi sulle prove raccolte nel singolo processo.

Si tratta di un passaggio importante perché evita sia l’approccio negazionista sia quello opposto, ossia l’automatica attribuzione di qualsiasi patologia alla vaccinazione. In altre parole, la decisione dei giudici sembra tracciare una linea intermedia: rigore scientifico, analisi caso per caso e valutazione approfondita delle evidenze cliniche.

L’avvocato Renato Ambrosio ha inoltre evidenziato la necessità di affiancare, nelle consulenze tecniche, specialisti competenti nella specifica area patologica oggetto del procedimento. Una richiesta che riflette la crescente complessità delle cause medico-legali nate dopo la pandemia.

Le richieste di risarcimento e i numeri delle segnalazioni

Secondo quanto riferito dai legali, il tema degli indennizzi starebbe assumendo dimensioni sempre più ampie. Gli avvocati parlano di circa 36 mila domande presentate entro il 2024, anche se ciò non significa automaticamente che tutte verranno accolte.

Il dato, però, mostra quanto la questione sia diventata rilevante sotto il profilo giuridico e sanitario. In diversi Paesi europei sarebbero state riconosciute percentuali variabili di casi ritenuti compatibili con effetti avversi da vaccinazione, con stime comprese tra l’11% e il 30% delle pratiche esaminate.

Lo stesso studio legale che ha seguito il caso piemontese sostiene di aver ricevuto numerose nuove segnalazioni dopo la prima sentenza emessa dal tribunale di Asti nell’ottobre scorso. Un fenomeno che potrebbe tradursi in un aumento del contenzioso nei prossimi anni.

Una sentenza destinata a far discutere

La pronuncia della Corte d’Appello di Torino arriva in un contesto ancora fortemente segnato dalle divisioni generate dalla pandemia. Da una parte resta il consenso scientifico sull’importanza delle vaccinazioni nella riduzione delle forme gravi di Covid e della mortalità; dall’altra cresce la richiesta di riconoscimento e tutela per chi ritiene di aver subito conseguenze sanitarie permanenti.

Il caso della donna piemontese rappresenta quindi qualcosa di più di una semplice vicenda giudiziaria individuale. Diventa il simbolo di un tema che continua a interrogare istituzioni, medici e tribunali: come conciliare l’interesse collettivo con il diritto del singolo a ottenere assistenza, ascolto e protezione quando emergono eventi avversi gravi.

Ed è proprio su questo equilibrio che, probabilmente, si giocherà una parte importante del confronto pubblico nei prossimi anni.

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