I social senza algoritmi promettono di restituirci una scelta che abbiamo progressivamente delegato: decidere che cosa guardare. L’Australia vuole consentire agli utenti di rinunciare ai contenuti raccomandati e ritrovare le persone che hanno scelto di seguire.
Ma gli studi complicano la promessa: un feed cronologico può trattenerci meno senza renderci necessariamente meglio informati. La questione riguarda quindi il potere delle piattaforme di stabilire che cosa merita la nostra attenzione, e quanto a lungo.
Il gesto è familiare: apriamo un’app per controllare un aggiornamento e, qualche video dopo, abbiamo dimenticato il motivo della visita. Nel frattempo qualcuno ci ha fatto arrabbiare, qualcun altro ci ha venduto qualcosa e uno sconosciuto ci ha spiegato come dovremmo vivere. Abbiamo compiuto molte azioni, ma quante corrispondevano a un’intenzione?
La discussione australiana merita attenzione proprio perché interviene su questo scarto. Il suo possibile valore va oltre la nostalgia per le vecchie bacheche: riconoscere che un servizio può funzionare bene anche quando lo chiudiamo presto. Per valutarlo, però, bisogna distinguere le promesse politiche dai risultati osservati e chiedersi chi guadagnerebbe visibilità con le nuove regole.
Social senza algoritmi: che cosa propone l’Australia
L’8 settembre 2026 il governo di Anthony Albanese ha annunciato My Feed, My Way, un’iniziativa collegata alla bozza sul Digital Duty of Care, il dovere di protezione richiesto ai servizi digitali. Nel comunicato ufficiale il governo descrive una proposta sottoposta a consultazione mirata, con l’intenzione di presentare la legislazione in Parlamento entro l’anno. L’annuncio, dunque, non equivale a un obbligo già operativo.
Il progetto prevede che le piattaforme avvisino gli utenti, nuovi ed esistenti, della possibilità di scegliere il feed predefinito. Una modalità includerebbe raccomandazioni personalizzate; l’altra permetterebbe di vedere amici e creatori seguiti volontariamente, rinunciando ai suggerimenti personali. Albanese presenta l’intervento come un trasferimento di controllo alle persone.
Qui serve una precisazione: escludere le raccomandazioni personalizzate non significa cancellare ogni algoritmo. Anche ordinare i messaggi dal più recente richiede istruzioni informatiche. Inoltre, selezionare gli account ammessi nella bacheca e stabilire l’ordine dei loro contenuti sono operazioni diverse. Il comunicato australiano mette al centro la scelta sulle raccomandazioni, senza descrivere tutte le specifiche tecniche del futuro servizio.
Parlare di social senza algoritmi resta una sintesi comprensibile. La distinzione sostanziale riguarda però la profilazione: quanto di ciò che vediamo deriva da una nostra decisione esplicita e quanto dalle previsioni costruite sui comportamenti precedenti?
Il feed cronologico non certifica la verità
Un esperimento pubblicato nel 2023 su Science, firmato da Andrew Guess e altri ricercatori, permette di superare le impressioni. Durante le elezioni statunitensi del 2020, gli studiosi assegnarono a un campione di utenti consenzienti di Facebook e Instagram un feed in ordine cronologico inverso, al posto della selezione abituale.
Il cambiamento ridusse sensibilmente il tempo trascorso sulle piattaforme e l’attività degli utenti. Tuttavia, aumentò anche l’esposizione a contenuti politici e provenienti da fonti inaffidabili su entrambi i servizi. Su Facebook diminuirono invece i contenuti classificati come incivili o contenenti espressioni offensive.
Nei tre mesi dello studio, inoltre, i ricercatori non rilevarono variazioni significative nella polarizzazione politica, nella conoscenza della politica e in altri atteggiamenti esaminati. Cambiare la bacheca modificava l’esperienza, senza produrre automaticamente una trasformazione delle convinzioni.
Questi risultati riguardano piattaforme, partecipanti e un periodo preciso. Non autorizzano conclusioni universali sugli effetti di qualsiasi sistema di raccomandazione, né permettono di prevedere con certezza gli esiti di una riforma nazionale.
La lezione pratica rimane utile: l’orario di pubblicazione non misura l’attendibilità. Una notizia falsa appena caricata può precedere un’inchiesta accurata uscita un’ora prima. Allo stesso modo, un account prolifico può occupare molto spazio anche quando ha poco da dire. Per questo scegliere un ordine diverso e migliorare la qualità dell’informazione sono obiettivi che richiedono strumenti distinti.
Chi guadagna quando la bacheca cambia ordine
Il feed cronologico appare intuitivo perché rende visibile il criterio della selezione. L’ultimo messaggio arriva per primo: possiamo capire perché lo stiamo leggendo. Questa trasparenza ha un valore, ma comporta una distribuzione precisa delle opportunità.
Immaginiamo di seguire una piccola testata che pubblica tre approfondimenti al giorno e una pagina che carica decine di aggiornamenti. Con un ordinamento temporale, la seconda avrà più occasioni di trovarsi davanti ai nostri occhi. È una conseguenza della frequenza, non una valutazione della qualità. La cronologia può favorire chi pubblica di più, mentre la personalizzazione può premiare chi produce i segnali che il sistema considera rilevanti.
Per giornalisti, associazioni e creatori, dunque, la trasformazione avrebbe effetti contrastanti. Ritrovare un rapporto più diretto con chi li segue potrebbe ridurre l’incertezza sulla distribuzione dei contenuti. Al tempo stesso, limitare i suggerimenti renderebbe meno immediato raggiungere persone che ancora non li conoscono. Un nuovo progetto avrebbe bisogno di altri canali per farsi scoprire.
Questa è una possibile conseguenza, non un risultato già misurato della proposta australiana. Aiuta però a individuare il problema economico: ogni regola di distribuzione assegna visibilità a qualcuno. La domanda utile è se gli utenti possano conoscere quella regola, cambiarla e comprenderne gli effetti.
Lo stesso vale per il rage bait, i contenuti costruiti per provocare indignazione. Rinunciare ai suggerimenti può limitarne alcune occasioni di diffusione, ma non impedisce a un amico di condividerli. Una bacheca composta soltanto da account scelti può comunque diventare un circuito di conferme reciproche. La responsabilità delle piattaforme resta, insieme a quella di chi pubblica e rilancia.
In Europa la scelta esiste già: conta quanto è accessibile
Il confronto internazionale corregge l’idea che tutto cominci in Australia. Nell’Unione europea, il Digital Services Act prevede per le piattaforme e i motori di ricerca di dimensioni molto grandi che utilizzano sistemi di raccomandazione almeno un’opzione non basata sulla profilazione. La Commissione europea ricorda che gli utenti possono scegliere feed non personalizzati, anche attraverso criteri come l’ordine cronologico.
Il principio europeo non impone quindi una sola bacheca identica per tutti. Riconosce un’alternativa alla selezione costruita sul profilo individuale. Per il lettore italiano è un punto concreto: la discussione riguarda anche diritti disponibili nel proprio mercato digitale.
Da qui nasce una valutazione che dovrebbe accompagnare qualsiasi riforma. Un comando facile da trovare al primo accesso offre una libertà diversa da un’opzione nascosta in una sequenza di menu. E una preferenza mantenuta nelle visite successive permette un controllo più efficace di una scelta da ripetere continuamente.
Per giudicare i social senza algoritmi servirà quindi osservare l’interfaccia, oltre alla norma. L’utente capisce quale modalità sta usando? Può cambiarla con facilità? Sa se sta guardando soltanto gli account seguiti oppure anche contenuti scelti secondo altri criteri? Il diritto di scegliere diventa concreto quando una persona riesce a esercitarlo senza studiare il funzionamento dell’app.
Il tempo restituito va misurato fuori dall’app
C’è infine un equivoco nella promessa di recuperarci la giornata. Un calo dei minuti trascorsi su una piattaforma, da solo, non dimostra un aumento del tempo libero. Potremmo impiegare quella mezz’ora per leggere, telefonare a qualcuno o semplicemente riposare. Potremmo anche spostarci su un altro servizio.
Per valutare la riforma australiana sarebbe quindi utile misurare il tempo complessivo online, la soddisfazione dopo l’uso e la facilità con cui le persone trovano ciò che cercavano. Andrebbe osservata anche la qualità delle informazioni incontrate. Sono criteri diversi dal numero di commenti o dalla durata di una sessione, e potrebbero restituire giudizi differenti sullo stesso prodotto.
Questa prospettiva cambia il significato della noia. Un’app meno sorprendente potrebbe risultare meno piacevole per chi cerca intrattenimento. Per chi vuole soltanto aggiornarsi, invece, una visita breve potrebbe rappresentare un successo. Non esiste un tempo giusto valido per tutti: esiste la possibilità di riconoscere il proprio scopo e capire quando lo si è raggiunto.
Il valore dei social senza algoritmi andrà cercato nella capacità di rendere negoziabile il rapporto con la piattaforma. Personalizzazione quando serve, contenuti seguiti quando li preferiamo, strumenti comprensibili per passare da una modalità all’altra. Senza confondere il controllo del feed con una garanzia contro le falsità.
La posta in gioco supera così il ritorno alle vecchie bacheche. Riguarda chi stabilisce quando abbiamo visto abbastanza. Un social utile dovrebbe anche saperci accompagnare all’uscita. Finché il successo si misura soprattutto dalla folla rimasta dentro, sarà difficile trovare qualcuno disposto a indicarci la porta.