L’elemosina del consenso

L’elemosina del consenso

La dipendenza dai social non nasce soltanto dal tempo trascorso davanti a uno schermo. Cresce nella ricerca di approvazione, nella necessità di essere notati e nella piccola elemosina di consenso che arriva sotto forma di like, cuori e commenti.

Un tempo, per rendere pubblici i propri fatti privati, bisognava almeno uscire di casa, raggiungere la piazza e trovare qualcuno disposto ad ascoltare. Era un sistema faticoso, ma aveva un pregio: dopo pochi minuti l’interlocutore poteva fingere un malore e andarsene.

Oggi basta un dito.

Con quel dito si può comunicare all’umanità di aver fatto colazione, litigato con il coniuge, perdonato il gatto, scoperto la solitudine, superato un trauma e acquistato una pianta da appartamento. Il tutto prima delle nove, quando il resto del mondo non ha ancora deciso se valga la pena alzarsi dal letto.

L’esibizione non richiesta della propria vita privata è una malattia antica. I social network non l’hanno inventata: le hanno soltanto fornito un ambulatorio aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, nel quale il paziente può visitarsi da solo, formulare la diagnosi e ricevere come cura centoventisette cuoricini da persone che non saprebbero riconoscerlo alla fermata dell’autobus.

Dipendenza dai social e fame di approvazione

Si dice che le persone siano dipendenti dai social. È una spiegazione comoda e, come tutte le spiegazioni troppo comode, probabilmente manca il bersaglio. Sono i social a dipendere dalle persone, e precisamente dalla loro fame di approvazione. Se domani l’umanità si svegliasse soddisfatta di sé, metà delle piattaforme digitali dichiarerebbe fallimento prima di colazione e l’altra metà si riconvertirebbe alla vendita di calzini.

I social network sono diventati gli elemosinieri dell’approvazione. Distribuiscono piccole monete emotive, un “mi piace”, un cuore, una faccina commossa, trattenendo naturalmente una commissione. Nessuno sa con esattezza quanto valga quella moneta, ma tutti sembrano disposti a vendere qualcosa per ottenerla. Prima una fotografia. Poi un’opinione. Poi una confidenza. Infine, la propria dignità, purché ben illuminata e ripresa in formato verticale.

Il problema non è raccontarsi. Raccontarsi può essere un atto di generosità, di coraggio o di autentica condivisione. Il problema comincia quando l’intimità smette di essere un dono e diventa un’esca; quando non si comunica per dire qualcosa, ma per estorcere una conferma della propria esistenza.

“Guardatemi”, dice il questuante digitale. “Ditemi che sono interessante, forte, sensibile, coraggioso e possibilmente fotogenico.”

Il pubblico, intanto, sta dicendo esattamente la stessa cosa.

Like e consenso: il mercato delle monete false

Si produce così uno straordinario mercato nel quale tutti vendono approvazione e nessuno ne possiede abbastanza. È un supermercato senza casse d’uscita. I prezzi, per giunta, aumentano di continuo: ieri bastava la fotografia di un tramonto; oggi occorre una confessione; domani sarà probabilmente necessario pubblicare una radiografia dell’anima con una frase motivazionale scritta in corsivo.

Il pubblico chiamato a giudicarci è distratto, stanco e impegnato a farsi giudicare. Non ascolta: attende il proprio turno per parlare. Offre consenso nella speranza di riceverne altrettanto, secondo un semplice do ut des: io fingerò che la fotografia della tua colazione abbia cambiato la mia concezione dell’universo, e tu dichiarerai che il mio fine settimana al mare è stato “un viaggio incredibile”.

È un commercio fondato sul baratto di due monete false.

In mancanza di una propria approvazione, consegniamo agli altri la reputazione e l’autostima. È come affidare le chiavi di casa a una folla anonima e poi sorprendersi perché qualcuno ha spostato i mobili, imbrattato le pareti e organizzato una riunione di condominio in salotto.

Da quel momento il nostro valore non ci appartiene più. Sale e scende secondo l’umore del pubblico, gli algoritmi, l’ora di pubblicazione e la presenza occasionale di un cane buffo nell’inquadratura. Diventiamo azioni quotate alla Borsa dell’opinione comune: molto richieste il lunedì, ignorate il martedì e travolte il mercoledì perché abbiamo usato l’aggettivo sbagliato.

Quando l’autostima dipende dal giudizio degli altri

Cerchiamo così riparo sotto una rispettabilità percepita. Ci adeguiamo alle parole, ai gesti, alle indignazioni e perfino alle pause considerate opportune dalla maggioranza. La folla, del resto, possiede un talento singolare: può sbagliare in coro e scambiare l’eco per una prova.

A poco a poco si rientra nei ranghi del volgo anonimo. Non si vive più: si interpreta la parte di chi vive nel modo approvato. La recita, ripetuta abbastanza a lungo, diventa la vita stessa. Si aumenta di consenso e si perde di credibilità, perché la credibilità non consiste nel numero degli applausi ricevuti, ma nel prezzo che si è disposti a pagare pur di non mendicarli.

Non si può essere credibili se non si crede in sé stessi.

Questo non significa considerarsi infallibili. Chi crede davvero in sé non teme la critica: la sceglie. Preferisce l’obiezione severa di una persona intelligente e rispettosa all’ovazione di mille distratti. Un giudizio onesto può ferire, ma serve. Il consenso automatico, invece, è una carezza praticata con i guanti da forno.

La libertà non consiste nel sottrarsi a ogni giudizio. Consiste nel decidere quali giudizi meritino di entrare. Anche il rapporto dell’OMS sull’uso problematico dei social media richiama l’attenzione sul rapporto sempre più delicato tra piattaforme digitali, benessere e bisogno di validazione.

Ricerca di approvazione: le cose importanti non chiedono permesso

Un leone non chiede alle pecore se la criniera gli dona, a meno che non abbia appena aperto un profilo dedicato al proprio marchio personale. Un fiore non organizza un gruppo di discussione prima di sbocciare. Non modifica il colore dei petali perché tre ortiche lo hanno trovato “problematico”. Fiorisce, e lascia agli altri la responsabilità di capire ciò che vedono.

Le cose importanti non sono soggette al consenso.

Il sole sorge senza consultare i sondaggi. La gravità non legge i commenti. Il mare non cancella un’onda perché ha ricevuto poche reazioni. La vita di chi possiede un centro interiore procede nello stesso modo: si espone al giudizio senza consegnarsi al giudice.

Forse dovremmo imparare proprio questo: raccontare senza supplicare, condividere senza commerciare, ascoltare senza preparare nel frattempo la nostra replica. Lasciare agli altri la libertà di dare un senso a ciò che vedono, senza concedere loro il potere di stabilire quanto valiamo.

L’approvazione può essere un ospite piacevole. Il guaio comincia quando le consegniamo le chiavi di casa, il conto in banca e il permesso di decidere chi dobbiamo essere.

A quel punto non abbiamo più un pubblico.

Abbiamo un padrone.

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