Ranucci non è il problema. È il sintomo

Ranucci non è il problema. È il sintomo

Lavitola confessa, i moralisti scompaiono e il Paese scopre ancora una volta che il potere è sempre pericoloso. Anche quando ce l’ha quello che ci piace.

C’è una cosa meravigliosa nell’Italia delle grandi indignazioni: hanno tutte una data di scadenza.

Alcune durano tre giorni. Altre una settimana. Quelle particolarmente pregiate arrivano al mese, se conservate in luogo fresco e asciutto e lontano dai fatti.

Poi arrivano i fatti.

E i fatti, maleducati come certi camerieri di provincia, hanno il pessimo vizio di presentare il conto proprio quando tutti stavano ancora brindando.

Il conto del caso Ranucci-Lavitola è arrivato adesso.

Valter Lavitola ha ammesso davanti al giudice di essere stato il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci dell’ottobre 2025. Sostiene di averlo fatto “per il suo bene”, per ottenere un rafforzamento della protezione del giornalista. Sostiene anche di aver chiesto originariamente non una bomba, ma alcuni colpi di pistola contro il muro della villetta. Una spiegazione talmente singolare che la Procura non sembra averla inghiottita con la serenità con cui si beve un bicchiere d’acqua; il gip ha mantenuto Lavitola in carcere e le sue dichiarazioni devono ancora trovare riscontri completi.

Fin qui, già abbastanza per un romanzo scritto da qualcuno che ha litigato con la verosimiglianza.
Ma nelle ultime ore è comparso un dettaglio ancora più interessante.
Lavitola avrebbe detto di non escludere che Ranucci, dopo l’attentato, possa aver capito qualcosa. Il suo avvocato, interrogato nei giorni precedenti sulla possibilità che Ranucci sapesse del piano, aveva scelto di non rispondere. E i magistrati intendono ora sentire il giornalista.

Attenzione, perché è qui che comincia il lavoro del giornalismo e finisce quello della tifoseria.

“Non rispondo” non significa “sì”.

“Non escludo che abbia capito” non significa “sapeva”.

E soprattutto “forse aveva intuito dopo” non significa “era informato prima”.

Anzi: le ricostruzioni finora pubblicate riferiscono che gli investigatori non hanno attribuito a Ranucci una conoscenza preventiva del piano e che i suoi sospetti su Lavitola sarebbero maturati successivamente.

Dunque, non abbiamo una sentenza.

Abbiamo però una domanda.

E le domande, quando non vengono usate come manganelli ma come strumenti, sono ancora perfettamente legali.
Quando Ranucci ha cominciato a capire?

Prima? Dopo? Molto dopo? Soltanto quando l’inchiesta ha cominciato a stringersi intorno all’amico?

È una domanda importante. E lo diventa ancora di più considerando la natura stessa dell’azione, la vicinanza alla casa, il coinvolgimento delle automobili familiari e il rischio potenziale dell’attentato. Ma proprio perché è importante non possiamo sostituire la risposta con una fantasia conveniente.

Vogliamo sapere.

Non vogliamo scegliere quale verità ci piace.

Ed è già una differenza rivoluzionaria.

Il grande concorso nazionale “Chi l’aveva detto?”

Dopo l’attentato del 2025 partì immediatamente la liturgia nazionale.

Roberto Saviano parlò di un attentato che non nasceva quel giorno, ma che sarebbe stato il frutto di anni di delegittimazione e campagne contro chi indaga il potere. Elly Schlein definì l’attacco a Ranucci un attentato alla democrazia e alla libertà d’informazione e, intervenendo in quei giorni, disse che libertà e democrazia sono a rischio quando l’estrema destra è al governo. Marco Travaglio spiegò che non era genericamente un attentato contro la libertà di stampa: era contro Ranucci e Report perché, secondo lui, Ranucci “fa il giornalista per davvero”.

Intorno a Ranucci nacque poi la richiesta di trasformare la solidarietà in gesti concreti contro le querele temerarie. Francesco Storace arrivò a chiedere esplicitamente che venissero ritirate tutte le querele contro di lui; Travaglio intervenne contro le querele temerarie, mentre lo stesso Ranucci lamentò che, nonostante la grande solidarietà ricevuta, nessuno avesse ritirato quelle che lo riguardavano.

Tutto legittimo.

Il problema non è aver espresso solidarietà a un uomo appena colpito da un attentato.
Quella solidarietà era doverosa.
Il problema comincia quando, insieme alla solidarietà, si vende anche la spiegazione dell’attentato prima che l’attentato sia stato spiegato.
Perché noi italiani siamo gente generosa: quando non conosciamo il colpevole, siamo perfettamente disponibili a fornirne uno.
Possibilmente appartenente alla fazione avversaria.
A sinistra la bomba diventa il prodotto del clima politico della destra.
A destra, oggi, il caso rischia di diventare la prova definitiva che Ranucci fosse chissà che cosa.

Prima i santi.
Poi i mostri.
Mai esseri umani.
Dev’essere una vecchia norma urbanistica: in Italia la zona grigia non è edificabile.

E adesso che la storia è diventata molto più scomoda, non si vede esattamente una coda chilometrica davanti allo sportello “Scusate, forse avevo parlato troppo presto”.
Non pretendo che Saviano, Schlein, Travaglio o chiunque altro indossino il saio, attraversino Roma scalzi e chiedano perdono battendosi il petto con una copia del codice deontologico.
Basterebbe qualcosa di molto più raro.

Una frase.
“Con le informazioni che avevamo allora abbiamo fatto deduzioni troppo rapide.”
Fine.
Non cadrebbe la Repubblica.
Probabilmente continuerebbero a funzionare perfino i termosifoni del Nazareno.
E invece chiedere scusa in Italia è considerato un segno di debolezza.
Specialmente da chi passa la vita chiedendo agli altri di farlo.
Ma adesso arriva il pericolo opposto.
Adesso che il piedistallo di Ranucci presenta qualche crepa, tutti quelli che fino a ieri lo detestavano stanno preparando le corde.

Ed è esattamente lo stesso errore, soltanto con la maglietta dell’altra squadra.
Ranucci non deve essere salvato dal suo prestigio.
Se emergeranno sue responsabilità professionali, comportamenti incompatibili con il ruolo, opacità nei rapporti con le fonti o altre condotte rilevanti, dovrà risponderne.

E da uno che per anni ha esercitato un giornalismo severissimo verso gli altri è persino ragionevole pretendere una severità maggiore verso sé stesso.
Chi sale tutti i giorni sul pulpito non può poi scoprire improvvisamente le virtù della moquette quando il riflettore si gira.
Ma trasformare Ranucci nel nuovo demonio nazionale sarebbe comodissimo.

Perché ci permetterebbe di dire:
“Ecco il cattivo. Preso. Problema risolto.”
Magari.

Il problema non si chiama Sigfrido Ranucci.
Il problema si chiama potere.
I Ranucci senza telecamera.
Noi immaginiamo il potere con la macchina blu. È un errore.
Il potere può avere anche una Punto del 2006.

Può stare dietro uno sportello.
Può timbrare un documento.
Può decidere se la vostra pratica viene esaminata oggi oppure dopo il ritorno del Messia.
Può essere il funzionario dell’Asl che ha davanti una persona disperata e improvvisamente si sente Luigi XIV con il badge magnetico.
Può essere l’impiegato comunale che dimentica che il cittadino gli paga lo stipendio e comincia a considerarlo una seccatura amministrativa.
Può essere il funzionario dell’Agenzia delle Entrate che confonde il dovere di applicare una norma con il piacere di mostrare chi comanda.

Può essere il professore.
Il medico.
Il dirigente.
Il giornalista.
Il politico.
Il magistrato.
Il poliziotto.
Il sindacalista.
L’amministratore di condominio al suo secondo mandato, che probabilmente è la forma più pura di assolutismo conosciuta dalla civiltà occidentale.
Il meccanismo è sempre identico.

A un certo punto una persona smette di pensare: “Mi è stato affidato un incarico.”
E comincia a pensare: “Io sono il mio incarico.”
Poi viene la fase successiva: “Questo incarico mi attribuisce un potere.”
E infine la metamorfosi è completa: “Se ho questo potere, evidentemente merito di averlo.”
È a quel punto che l’essere umano comincia a deteriorarsi come una mozzarella lasciata sul cruscotto in agosto.
Perché il potere ha un effetto curioso: convince spesso chi lo esercita che le regole necessarie per proteggere gli altri da lui siano un’offesa personale.

Non ci sono poteri buoni, diceva una canzone di Fabrizio De André.
Questa è forse la lezione più scomoda.
Non esistono poteri buoni.
Esistono poteri controllati o che dovrebbero essere controllati.
Che è molto diverso.

Un magistrato animato dalle migliori intenzioni possiede comunque un potere enorme sulla vita delle persone.
Un giornalista d’inchiesta animato dalle migliori intenzioni possiede comunque il potere di distruggere una reputazione.
Un politico animato dalle migliori intenzioni possiede comunque il potere di distribuire risorse, opportunità, incarichi.
Un funzionario animato dalle migliori intenzioni possiede comunque il potere di rendere semplice o infernale la vita di un cittadino.
La bontà personale non è un sistema di controllo.

“Fidatevi, siamo quelli buoni” non è un articolo della Costituzione.
E ogni volta che una categoria viene descritta come “un potere” invece che come una funzione al servizio della collettività, dovrebbe accendersi una lampadina.
Non perché magistrati, giornalisti, politici o funzionari siano geneticamente peggiori degli altri.
Esattamente per il contrario.
Perché sono esseri umani come gli altri.

Ed è una notizia che sembra sorprendere soprattutto loro.
Il giornalista non deve diventare il protagonista della propria inchiesta.
C’è poi una degenerazione specifica del giornalismo contemporaneo.
Il giornalista nasce per raccontare la storia.
Poi scopre che essere dentro la storia produce più pubblico.
Poi scopre che essere la storia produce ancora più pubblico.

Ed eccoci qui.
La televisione premia il conflitto. I social premiano l’indignazione. La politica premia la notorietà. L’algoritmo ama il sangue, purché sia metaforico abbastanza da poterci mettere la pubblicità prima.
Il rischio è che il giornalista non cerchi più soltanto il fatto interessante.
Cerchi il fatto che conferma il personaggio che è diventato.
Il giustiziere.
Il perseguitato.
Il resistente.
L’eroe solitario.
E quando un professionista comincia ad abitare troppo a lungo dentro il proprio personaggio, prima o poi dimentica dove ha lasciato sé stesso.

Questo vale per Ranucci se, e nella misura in cui i fatti che emergeranno dimostreranno errori, opacità o perdita di equilibrio professionale.
Ma vale anche per cento altri giornalisti.
Per cento magistrati.
Per cento politici.
Per cento intellettuali.

E per qualche milione di piccoli sovrani senza corona distribuiti tra uffici, aziende, università e amministrazioni pubbliche.
Perciò il lettore che oggi gode vedendo Ranucci in difficoltà dovrebbe concedersi cinque minuti di pessimo umore. Non chiedersi soltanto: “Che cosa ha fatto Ranucci?”
Ma: “Che cosa faccio io quando ho qualcuno nelle mie mani?”
Quando una firma dipende da me, sono corretto o mi piace far aspettare?
Quando posso umiliare una persona senza conseguenze, resisto alla tentazione?
Quando qualcuno dipende dal mio giudizio, ricordo che sto esercitando una funzione oppure mi sento improvvisamente investito da Dio attraverso decreto dirigenziale?
Quando posso fare un favore a un amico, lo faccio?Quando posso danneggiare uno che mi sta antipatico senza lasciare impronte, riesco a non farlo?

E soprattutto: quando sbaglio, riesco a dire ho sbagliato?
È questa la domanda che il caso Ranucci dovrebbe lasciare dietro di sé.
Non chi vince.
Non destra o sinistra.
Non Report o anti-Report.
Non santi contro criminali.

La domanda è molto più spiacevole: che cosa succede a una persona quando smette di considerare il proprio ruolo un servizio e comincia a considerarlo un potere? La risposta la conosciamo.
Succede quello che è sempre successo.
Il politico pensa di essere lo Stato.
Il magistrato pensa di essere la giustizia.
Il giornalista pensa di essere la verità.
Il funzionario pensa di essere la legge.
E l’amministratore di condominio pensa di essere Napoleone.

Con la differenza che Napoleone, almeno, a un certo punto trovò qualcuno che lo mandò a Sant’Elena.
Noi, invece, abbiamo costruito intere categorie di persone convinte che il controllo sul loro operato costituisca automaticamente un attentato alla loro indipendenza. Ed è qui che nasce il mostro.
Non da Ranucci.
Non da Lavitola.
Non dalla Schlein.
Non da Saviano.
Non da Travaglio.

Nasce da una cultura nella quale il potere viene tollerato purché sia esercitato dalla nostra parte.
Il nostro magistrato può esagerare.
Il nostro giornalista può insinuare.
Il nostro politico può occupare.
Il nostro funzionario può abusare.
Perché, naturalmente, lo fa per una buona causa. Esattamente come Lavitola, secondo la sua incredibile versione, avrebbe organizzato un attentato “per il bene” di Ranucci.
Forse è questa la frase più istruttiva di tutta la vicenda.

“L’ho fatto per il suo bene.”
È la frase eterna del potere.
Il potere non dice quasi mai: “Sto abusando.”
Dice: “È necessario.”
“Lo faccio per proteggerti.”
“Lo faccio per la giustizia.”
“Lo faccio per la democrazia.”
“Lo faccio per il bene comune.”

Qualche volta è persino vero.
Ed è proprio per questo che il potere deve essere controllato.
Non quando è nelle mani dei cattivi.
Quando è nelle mani di chi è assolutamente convinto di essere buono.
Quanto a Ranucci, lasciamo che i magistrati stabiliscano i fatti e che il giornalismo faccia finalmente il suo mestiere: domandare, verificare, distinguere.

Se ha sbagliato, risponda.
Se ha mentito, ne paghi le conseguenze.
Se non sapeva, non gli si attribuisca ciò che non ha fatto.
Se aveva intuito qualcosa, si chiarisca quando e che cosa.
Senza santuari. Senza forche.

E soprattutto senza utilizzare un uomo come capro espiatorio per assolvere un sistema.
Perché di piccoli Ranucci – uomini convinti che il ruolo ricevuto li renda più importanti delle regole che quel ruolo dovrebbe servire – ce ne sono dappertutto.
Forse ce n’è uno perfino nello specchio.
Ed è quello l’unico sul quale, per una volta, non possiamo aprire un’inchiesta parlamentare.

*(Articolo ricevuto e pubblicato)

Dello stesso autore: La bomba premurosa e l’antimafia a geometria variabile 

Lascia un commento

Inserisci il risultato.