La sovranità in saldo

La sovranità in saldo

Come una rete di “amici” ha trasformato il Parlamento italiano in una succursale di Gerusalemme.

C’è una cosa meravigliosa nella politica italiana: la sua capacità di vendere l’anima con tanto di scontrino fiscale e ricevuta per la dichiarazione dei redditi. Mentre gli italiani litigano sulle bollette e sul caro-carburante, una rete di parlamentari di ogni colore politico si è trasformata in una sorta di coro greco filo-israeliano, con tanto di coreografie studiate e finanziamenti provenienti da oltreoceano. Il bello? Lo fanno con la faccia tosta di chi è convinto di stare salvando la democrazia.

I due moschettieri (e i loro 35 amici)

Il sistema si regge su due pilastri, come un tempio greco: da una parte il Transatlantic Friends of Israel (TFI), un gruppo interparlamentare nato per iniziativa dell’American Jewish Committee nel 2019 ; dall’altra ELNET (European Leadership Network), un’organizzazione che si definisce “senza scopo di lucro” ma che di soldi ne muove a palate . Due organizzazioni, un unico obiettivo: fare della politica italiana un’estensione della Knesset.

Il TFI, per chi non lo sapesse, conta 230 parlamentari europei . Di questi, 35 sono italiani. Trentacinque. Più di un decimo di un parlamento che dovrebbe rappresentare gli interessi degli italiani, non quelli di uno Stato estero. Trentacinque parlamentari che hanno deciso che la loro fedeltà partitica è secondaria rispetto alla fedeltà a un network che promuove gli interessi di Israele in Europa. Chiamatelo come volete: io lo chiamo lobby.

L’album delle figurine: chi è chi

Cominciamo dai nomi, perché in questa storia i nomi sono tutto. A capo della delegazione italiana del TFI c’è Marco Scurria, senatore di Fratelli d’Italia . Un uomo che ha fatto della fedeltà a Israele un marchio di fabbrica, organizzando incontri, presentando manifesti, costruendo ponti. Non un ponte per collegare due sponde, ma un ponte per far passare le idee (e i finanziamenti) da una parte all’altra. Ha persino organizzato la presentazione di un “Manifesto per il diritto allo studio contro l’antisemitismo” nelle università italiane. Nobile intento, se non fosse che il manifesto nasce da un’iniziativa politica che ha ben altri scopi.

E poi c’è la signora Benedetta Buttiglione, direttrice dell’AJC Transatlantic Institute a Bruxelles e vice-direttrice del TFI. Giornalista di professione, figlia del democristiano Rocco Buttiglione, una che è passata dalla politica alla lobby con la disinvoltura di chi cambia canale TV. La sua biografia ufficiale dice che “ha costruito coalizioni tra gli Stati membri della NATO, rafforzando la cooperazione in materia di difesa, contrastando la disinformazione e promuovendo il dialogo sulla sicurezza”. Traduzione: fa da ponte tra i decisori politici e gli interessi che rappresenta. Il fatto che sia anche giornalista è un dettaglio che fa sorridere: controlla i politici da un lato e li intervista dall’altro.

Ma la vera sorpresa è chi siede tra i banchi del TFI. Non è una faccenda di destra o di sinistra: è una faccenda da “tutti dentro”. Nel Partito Democratico, Piero Fassino (ex segretario dei DS) e Pina Picierno (europarlamentare) sventolano felicemente la bandiera. Con loro ci sono i deputati Nicola Carè, Augusto Curti, Stefano Graziano e l’ex deputato Marco Di Maio. Carè, per inciso, è vice-chair del TFI. Sì, avete capito bene: un deputato del Partito Democratico siede nella direzione di un network che promuove gli interessi di uno Stato estero, insieme a personaggi dell’ultradestra mondiale. E nessuno dice nulla.

Passiamo al centrodestra, dove il TFI ha il suo esercito personale. Oltre a Scurria, ci sono Deborah Bergamini e **Lorenzo Cesa per Forza Italia, Simonetta Matone per la Lega. Una bella compagnia, che spazia dal centro ai confini della destra. E poi c’è Antonio Tajani, ministro degli Esteri, che di queste organizzazioni è un sostenitore entusiasta. Risulta che abbia partecipato a eventi di ELNET Italia, elogiando il loro lavoro. Perché il ministro degli Esteri italiano dovrebbe passare il tempo a elogiare una lobby filo-israeliana che opera sul territorio italiano, invece di occuparsi degli interessi italiani? È una domanda retorica, ovviamente.

Il lato oscuro della forza: i finanziamenti

Vediamo ora il secondo pilastro: ELNET Italia, guidata dalla signora Roberta Anati. Una manager e imprenditrice che, guarda caso, “vive in Israele” e da sempre si dedica a “legare Italia e Israele, industria e innovazione”. Che coincidenza! Una vita passata a tessere relazioni economiche tra i due paesi, e ora guida la filiale italiana dell’organizzazione che di quelle relazioni politiche fa la sua ragione d’essere.

ELNET, per chi non lo sapesse, è considerata “l’AIPAC d’Europa”. Avete presente l’AIPAC? Quella lobby americana che ha il potere di fare e disfare presidenti? Ecco, ELNET è la versione europea, ma senza il fastidio della trasparenza. Dal 2022, secondo alcune ricostruzioni, oltre 100 istituzioni filantropiche statunitensi hanno versato almeno 11 milioni di dollari alla rete ELNET. Undici milioni di dollari. E gli italiani che fanno? Si mettono in fila per andare in viaggio in Israele pagati da ELNET.

Proprio così: ELNET organizza missioni in Israele per parlamentari italiani, pagando tutto. Viaggi che includono visite ai luoghi del 7 ottobre, incontri con esponenti politici israeliani, briefing con l’esercito. Tutto compreso, ovviamente. Il Fatto Quotidiano ha raccontato che dal 1 al 4 febbraio 2026, tre senatori italiani sono andati in Israele con i soldi di ELNET: Elena Testor (Lega), Matteo Gelmetti (Fratelli d’Italia) e Bartolomeo Amidei (Fratelli d’Italia). Tutti in visita “privata”, perché una missione ufficiale del Senato avrebbe richiesto l’autorizzazione del Presidente La Russa, che tergiversa.

Quindi il nostro Parlamento è pieno di rappresentanti del popolo che vanno in vacanza-studio in Israele pagati da una lobby. E nessuno batte ciglio. Anzi: Ivan Scalfarotto di Italia Viva siede addirittura nel board di ELNET . Il senatore Scalfarotto è “responsabile Esteri di Italia Viva” e, come ha ammesso pubblicamente, ha “l’onore di sedere nel board di Elnet”. Onore. Lui lo chiama onore. Forse non ha mai sentito parlare di conflitto di interessi.

L’ecosistema perfetto: think tank, università, media

Il bello di questo sistema è che non si ferma ai politici. ELNET ha stretto collaborazioni con la Fondazione De Gasperi e think tank come Med-Or e la SIOI. Ovvero: le lobby non si limitano a comprare i politici, ma comprano anche gli intellettuali. Perché un politico senza un think tank che gli fornisca le idee è come un pesce con la bicicletta: può andare avanti, ma faticosamente.

E poi c’è il mondo dell’informazione. La direttrice del TFI è una giornalista. Le organizzazioni hanno uffici stampa, organizzano briefing, tengono conferenze. E i giornalisti italiani? Li incontrano, li ascoltano, forse li intervistano. Qualcuno farà domande scomode? Qualcuno chiederà chi paga tutto questo? Qualcuno si chiederà se è normale che una rete di pressione straniera abbia 35 parlamentari italiani in pancia?

Il gran finale: la sovranità perduta

Arriviamo al dunque: cosa significa tutto questo per l’Italia? Significa che la nostra politica estera, la nostra posizione su Israele e Palestina, le nostre scelte in Europa sono condizionate da una rete di interessi che non ha nulla a che fare con il bene del nostro paese. Significa che 35 parlamentari italiani hanno deciso che la loro fedeltà a Israele è più importante della loro fedeltà all’Italia. Significa che i think tank, le università, i media sono infiltrati da un sistema di potere che agenda le discussioni e decide cosa è “accettabile” dire e cosa no.

E mentre tutto questo succede, gli italiani discutono di altro. Del caro-bollette e del caro carburante, senza interessarsi della nostra collaborazione nelle armi, in modo che migliaia di bambini palestinesi siano trucidati. Senza che i media vi facciano vedere l’orrore per non impressionare il pubblico e disturbare la cena. Si, perché quello che fanno vedere i media in Italia, non è niente in confronto alla realtà. E i politici italiani, quelli che non sono nel TFI o in ELNET, stanno zitti. Perché parlare di questo significa scontrarsi con un mostro che ha 35 parlamentari in pancia e undici milioni di dollari di finanziamenti, rischiare di non avere un posto nei listini, oltre a rischiare la pelle. In fondo, ognuno tiene famiglia.

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