Perché la destra italiana è fascinata da Putin e dal neocomunismo sovranista

Perché la destra italiana è fascinata da Putin e dal neocomunismo sovranista

Per l’ennesima volta assurge alle cronache nazionali e internazionali la questione della destra italiana, che sembra subire un moto attrattivo verso l’ex agente del KGB e braccio armato del disciolto impero sovietico Vladimir Putin.

In ultimo, ma non certo per l’ultima volta, adesso è il turno di Roberto Vannacci, finito al centro di un editoriale del Financial Times. Il quotidiano britannico dedica un’analisi al capo e ideatore di Futuro Nazionale, dal titolo magniloquente: “Il cavallo di Troia russo mette alla prova Meloni”.

Il focus è sulle posizioni del generale rispetto alla guerra in Ucraina e sul possibile peso politico che Vannacci potrebbe assumere all’interno del centrodestra italiano; ma non è di questo che vogliamo occuparci. Ci interessa approfondire questa ormai più che ventennale fascinazione verso l’ex leader comunista e il suo apparente intento di ripristino dell’impero fondato sui Soviet.

E proprio qui nasce il paradosso.

Perché una destra che ha costruito per decenni parte della propria identità sull’anticomunismo dovrebbe guardare con tanta simpatia a un ex ufficiale del KGB, cresciuto dentro l’apparato sovietico e oggi intento a celebrare, con liturgie sempre più solenni, la grandezza militare dell’URSS?

La risposta, probabilmente, è che il socialismo storico c’entra ormai molto poco.

Putin non vuole ricostruire l’Unione Sovietica come sistema economico e sociale. Non sembra provare particolare nostalgia per Marx, per la collettivizzazione o per l’internazionalismo proletario. Ha persino attribuito a Lenin responsabilità storiche nella disgregazione dello Stato russo. Ciò che rimpiange è qualcos’altro: la potenza imperiale, la verticalità del comando, la centralità dello Stato e la capacità di Mosca di imporre il proprio peso dentro e fuori dai propri confini.

Quando, nel 2005, definì il crollo dell’URSS «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», il riferimento era soprattutto alla perdita di potenza, territorio e influenza internazionale.

È un sovietismo svuotato del socialismo.

Della vecchia URSS rimangono il culto della vittoria, la monumentalità militare, il primato dello Stato, l’apparato securitario, l’idea della fortezza assediata e la subordinazione dell’individuo a un destino collettivo superiore. A tutto questo Putin ha aggiunto elementi che sarebbero risultati difficilmente conciliabili con l’ideologia ufficiale sovietica: religione ortodossa, nazionalismo russo, famiglia tradizionale, capitalismo oligarchico e conservatorismo morale.

La parata del 9 maggio ne costituisce forse la rappresentazione simbolica più efficace. La vittoria sovietica contro il nazismo, che appartiene alla memoria e al sacrificio di milioni di cittadini dell’intera URSS, è stata progressivamente trasformata in una delle principali fonti di legittimazione del potere contemporaneo. Anche nel 2026 Putin ha utilizzato quella celebrazione per sovrapporre la guerra attuale alla memoria della Grande guerra patriottica.

Non è nostalgia storica innocente. È politica della memoria, ricerca di identità.

Putin e la nuova destra sovranista

Ed è probabilmente qui che Putin incontra una parte della destra europea e italiana. Come accade a tanti neocomunisti, post-comunisti e reviviscenti comunisti/sovranisti italiani; ma questa è un’altra storia.

Non sul terreno dell’economia, ma su quello dell’ordine simbolico.

Putin offre una società nella quale ogni cosa sembra tornare al proprio posto: la nazione sopra l’individuo, l’autorità sopra il dissenso, la famiglia tradizionale contro le trasformazioni dei costumi, la religione come collante identitario, l’esercito come rappresentazione della forza e, al vertice, un capo che non appare continuamente costretto a negoziare il proprio potere.

È una rappresentazione tremendamente seducente per chi percepisce la società contemporanea come caotica, incerta e incontrollabile.

Le politiche contro le persone LGBT, per esempio, non rappresentano soltanto una forma di conservatorismo morale. Il Cremlino le ha progressivamente trasformate in un dispositivo politico attraverso il quale contrapporre una Russia depositaria dei presunti “valori tradizionali” a un Occidente rappresentato come decadente, relativista e moralmente corrotto. Il nemico esterno finisce così per avere sempre anche un corrispettivo interno.

È un meccanismo antico: definire chi siamo stabilendo prima chi non vogliamo essere.

Ed ecco spiegata anche un’altra apparente contraddizione. La destra che celebra la libertà individuale, o almeno sostiene di farlo, contro lo Stato può contemporaneamente ammirare un sistema nel quale il potere pubblico limita pesantemente libertà politiche, associazione, informazione e dissenso. Perché, in quella fascinazione, la libertà non è necessariamente il valore dominante. Prima vengono l’ordine, l’identità, la sicurezza e la sovranità. Poi le libertà definite entro i confini ideologici, di volta in volta e secondo convenienza.

Il fascino dell’uomo forte e la crisi della democrazia liberale

Anche alcuni metodi ricordano inevitabilmente il passato sovietico più oscuro: la costruzione del nemico interno, l’ossessione per la lealtà, la repressione del dissenso, l’uso politico della storia e una progressiva identificazione tra critica al governo e ostilità verso la patria.

Parlare semplicemente di “stalinismo” sarebbe storicamente impreciso, ma diversi osservatori hanno evidenziato nel sistema putiniano tratti che richiamano proprio le logiche repressive e conformistiche di quelle esperienze. Basti pensare alle tante “strane fini” degli oppositori politici del regime.

La vera fascinazione, dunque, potrebbe essere molto meno misteriosa di quanto appaia.

Non è il comunismo sovietico che piace a questa destra. È il potere sovietico depurato dal comunismo.

È l’idea di uno Stato forte senza socialismo, di un nazionalismo senza liberalismo, di un capitalismo senza necessariamente tutti i contrappesi della democrazia liberale. Una sorta di sovranismo autoritario che può contemporaneamente evocare Stalin, lo zar, la Chiesa ortodossa e il libero mercato degli oligarchi, senza avvertire alcuna necessità di risolverne le evidenti contraddizioni.

Perché le ideologie, quando diventano nostalgia, possono smettere di essere coerenti.

Rimane allora una domanda, forse la più interessante: che cosa vede davvero una parte della destra italiana quando guarda Vladimir Putin?

Probabilmente non vede la Russia reale. Vede piuttosto la proiezione di qualcosa che sente di avere perduto in Occidente: autorità, gerarchia, identità, confini netti, certezza.

E forse è proprio questa la ragione per cui, dopo Berlusconi, Salvini e molti altri, oggi si discute di Vannacci.

L’uomo forte, per una parte della destra, è più di una fascinazione: è una radice ontologica.

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