Il circuito storico di Laguna Seca omaggia Alex Zanardi

Il circuito storico di Laguna Seca omaggia Alex Zanardi

Il tratto più celebre del circuito californiano porterà il nome del campione italiano. A trent’anni dalla manovra su Bryan Herta, “The Pass” smette di essere soltanto un filmato da rivedere e diventa parte stabile della geografia del motorsport.

Ci sono gesti sportivi che resistono al tempo perché hanno vinto una gara, e altri che rimangono impressi perché raccontano un modo di intendere la sfida. Il sorpasso di Alex Zanardi su Bryan Herta a Laguna Seca appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Era l’8 settembre 1996, ultimo giro della prova CART disputata in California, quando il pilota bolognese infilò la sua vettura all’interno del Corkscrew, la celebre sequenza di curve in discesa che da decenni mette alla prova tecnica, coraggio e lucidità dei protagonisti delle monoposto americane.

Trent’anni più tardi quel tratto del tracciato statunitense sarà ufficialmente rinominato Zanardi Corkscrew. La cerimonia annunciata per venerdì 4 settembre, alla vigilia del weekend IndyCar di Monterey, non è un omaggio formale né il semplice tributo a un ex campione. È il riconoscimento di un legame profondo tra un pilota italiano e un luogo che, per milioni di appassionati, ha finito per rappresentare la sua immagine sportiva più riconoscibile.

Il sorpasso che ha cambiato il racconto di una curva

Il Corkscrew di Laguna Seca non è una curva come le altre. Dall’alto sembra quasi una strada piegata su se stessa: una rapida sinistra-destra in picchiata, con un dislivello importante e pochissimo spazio per correggere una traiettoria imperfetta. Affrontarlo richiede precisione assoluta; tentare un attacco in quel punto, specialmente all’ultimo giro, è una scelta che normalmente pochi piloti prenderebbero.

Zanardi, al volante della Reynard-Honda numero 4 del team Target Chip Ganassi, lo fece. Herta era davanti e sembrava avere la vittoria in mano. Il bolognese tentò però l’interno all’ingresso della curva, sfruttando una traiettoria ardita e una frenata al limite. Le due vetture passarono vicinissime, ma senza contatto: Zanardi emerse davanti e tagliò il traguardo da vincitore. Negli Stati Uniti quell’episodio sarebbe passato alla storia con un nome semplice, quasi definitivo: The Pass.

La grandezza di quella manovra non dipende solo dalla spettacolarità. In pochi secondi condensò alcuni elementi che hanno reso Zanardi un personaggio fuori dagli schemi: la lettura istintiva della corsa, la disponibilità a rischiare quando serve e una certa capacità di rendere popolare il motorsport senza impoverirlo. Non fu un calcolo freddo, ma neppure un azzardo casuale. Fu la scelta di un pilota che conosceva il limite e provava a spostarlo di qualche centimetro.

Da Bologna all’America, la stagione che lo consacrò

Quando arrivò nella serie CART, il principale campionato statunitense per monoposto dell’epoca, Zanardi non era ancora il simbolo globale che sarebbe diventato negli anni successivi. Aveva già attraversato le formule europee e la Formula 1, con un percorso meno lineare di quello immaginato per i talenti più celebrati. Negli Stati Uniti trovò però un ambiente competitivo e diretto, dove il carattere del pilota contava quasi quanto il curriculum.

La vittoria di Laguna Seca nel 1996 fu uno dei segnali della sua crescita, ma la consacrazione arrivò subito dopo. Con Chip Ganassi Racing, Zanardi conquistò due titoli CART consecutivi, nel 1997 e nel 1998, e chiuse la propria esperienza americana con 15 vittorie. Risultati che spiegano il peso del suo nome oltreoceano meglio di qualsiasi esercizio nostalgico.

La scelta di Laguna Seca ha quindi un valore che va oltre l’affetto italiano per il campione. Il circuito californiano intitola il suo punto più iconico a un protagonista che ha lasciato un segno concreto nel campionato e nel pubblico americano. Alla cerimonia sono attese personalità legate a quella stagione e al mondo IndyCar, tra cui Chip Ganassi, Max Papis e Doug Boles. Sarà anche l’occasione per ricostruire, con chi ne fu testimone diretto, il contesto di una gara entrata nel lessico delle corse.

Non soltanto un nome sulla pista

La decisione di rinominare una curva ha una forza particolare nello sport dei motori. Trofei e fotografie possono essere spostati, archiviati, dimenticati. Un tratto di circuito, invece, continua a essere percorso. Ogni volta che una monoposto, una vettura storica o un’auto da competizione entrerà in quella sequenza, il nome di Zanardi tornerà dentro il linguaggio quotidiano del paddock.

È una forma di memoria concreta. Nel motorsport, dove impianti e circuiti sono spesso associati a incidenti, imprese e figure leggendarie, la toponomastica non è un dettaglio decorativo: stabilisce ciò che una comunità decide di tramandare. Il Zanardi Corkscrew ricorderà certamente un sorpasso, ma soprattutto una maniera di stare in pista che ha superato i confini nazionali.

In questo senso, l’omaggio arriva in un momento in cui la figura del campione emiliano viene riletta nella sua interezza. Ridurlo alla retorica della resilienza, per quanto centrale nella sua storia, sarebbe insufficiente. Prima dell’incidente del Lausitzring del 2001 Zanardi era un pilota vincente; dopo quella tragedia riuscì a tornare a correre con comandi adattati e a reinventarsi come atleta di handbike. Le due dimensioni non si cancellano a vicenda: compongono una biografia sportiva rara, fatta di talento, lavoro e capacità di trasformare una frattura in un nuovo percorso.

Il campione che ha attraversato mondi diversi

Dopo aver perso entrambe le gambe nel grave incidente in Germania, Zanardi non abbandonò il rapporto con la competizione. Tornò alle corse turismo e, parallelamente, intraprese con serietà crescente la strada del paraciclismo. In handbike arrivarono quattro ori e due argenti paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016, oltre a numerosi titoli mondiali. Una seconda carriera di livello assoluto, non un’attività collaterale costruita per alimentare un racconto edificante.

Questo è forse il punto più utile per comprendere perché il riconoscimento di Laguna Seca abbia un significato che va oltre le corse. Zanardi non è stato ricordato soltanto come il protagonista di un gesto eccezionale, ma come un atleta capace di avere più vite professionali, tutte autentiche e tutte competitive. Il suo lascito parla a chi segue l’IndyCar, ma anche a chi guarda alle Paralimpiadi, alle gare di endurance e al modo in cui lo sport può cambiare la percezione pubblica della disabilità.

La sua vicenda, inoltre, ha avuto una forte dimensione internazionale. In Italia è diventato una presenza familiare, spesso raccontata attraverso la tenacia e il sorriso. Negli Stati Uniti, invece, il suo nome rimane legato anche a una stagione irripetibile della CART e a una manovra che ancora oggi viene mostrata ai nuovi appassionati per spiegare cosa renda affascinante una corsa. Due immagini diverse, entrambe vere, che finalmente trovano un punto d’incontro nel nome di una curva.

Una memoria che continua a correre

Il trentesimo anniversario del sorpasso su Herta non serve quindi soltanto a celebrare un ricordo. Serve a restituire a quell’episodio il suo posto nella storia del motorsport. Le imprese sportive più durature non sono sempre quelle statisticamente perfette: spesso sono quelle che, in un istante, riescono a esprimere un carattere. Nel 1996, entrando dove pochi avrebbero provato a passare, Zanardi lasciò una firma che il tempo non ha cancellato.

Da settembre, quella firma non sarà più soltanto nei video d’archivio o nei racconti di chi era davanti alla televisione. Sarà scritta sul circuito di Laguna Seca, in California, davanti a piloti e spettatori di ogni generazione. Il Corkscrew, per tutti, resterà il Corkscrew. Ma da ora avrà un nome in più, e quel nome dirà qualcosa di molto preciso: Alex Zanardi.

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