“La conoscenza non marcia”: avviata la petizione contro i legami tra istruzione e industria militare, ecco di cosa si tratta e come aderire.
Scuola, università e ricerca devono avere un confine netto rispetto al settore militare? È la domanda, tutt’altro che astratta, al centro della petizione popolare lanciata dalla campagna La conoscenza non marcia. L’iniziativa, presentata il 1° settembre davanti a Montecitorio, chiede al Parlamento di intervenire con norme che interrompano e vietino le collaborazioni tra il sistema educativo, gli atenei, gli enti di ricerca e la filiera militare-industriale, sia pubblica sia privata.
La raccolta firme, che i promotori intendono diffondere con l’avvio dell’anno scolastico e accademico, non riguarda soltanto i grandi contratti di ricerca o le commesse tecnologiche. Il perimetro evocato è molto più ampio: progetti didattici, stage, percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, incontri nelle scuole, master, finanziamenti, protocolli d’intesa, visite a strutture militari e partnership con aziende attive nella difesa. Al centro della discussione c’è quindi il significato stesso dell’istruzione pubblica in una fase in cui sicurezza, innovazione e geopolitica sono diventate parole sempre più intrecciate.
Una petizione che porta il dibattito alla Camera
Lo strumento scelto dalla campagna è la petizione popolare, prevista dall’articolo 50 della Costituzione. In pratica, i cittadini possono rivolgersi alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre esigenze comuni. Non si tratta di una proposta di legge di iniziativa popolare, che richiede un percorso formale diverso e un numero minimo di sottoscrizioni, ma di un atto politico e istituzionale capace di accendere un confronto parlamentare.
La richiesta avanzata da La conoscenza non marcia si muove su tre direttrici. La prima è il divieto di rapporti tra scuole, università, ricerca e ciò che i promotori definiscono complesso militare-industriale. La seconda riguarda la trasparenza: la petizione propone organismi indipendenti negli istituti, negli atenei e negli enti di ricerca per valutare e rendere conoscibili accordi, convenzioni e attività che pongano questioni etiche rilevanti. Il terzo punto è il riconoscimento di una forma di obiezione di coscienza per studenti, docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo coinvolti in percorsi o incarichi legati, direttamente o indirettamente, alla produzione bellica.
La campagna riunisce realtà sindacali, collettivi studenteschi, docenti, ricercatori e associazioni impegnate contro la militarizzazione della formazione. Usb ha annunciato il proprio sostegno alla diffusione della raccolta firme, mentre tra i soggetti attivi figurano anche organizzazioni studentesche e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
Il nodo non è soltanto la ricerca sulle armi
Nel dibattito pubblico la parola “militarizzazione” viene spesso usata in modo molto largo. Per i promotori della petizione, però, il problema non si limita alla progettazione di armamenti o agli studi commissionati dalla Difesa. Riguarda anche il modo in cui le istituzioni formative entrano in relazione con le Forze armate e con le imprese del comparto: dalla presenza di personale in divisa nelle attività di orientamento alle visite nelle caserme, dai Pcto alle iniziative didattiche rivolte agli studenti più giovani.
È qui che la questione si fa più delicata. Da un lato, chi sostiene la campagna teme che la familiarità con l’apparato militare trasformi progressivamente la guerra in un fatto ordinario, accettabile e persino desiderabile. Dall’altro, istituzioni e aziende della difesa rivendicano il valore formativo di alcuni percorsi, soprattutto nelle discipline scientifiche e tecnologiche, e ricordano che molti progetti hanno applicazioni civili: satelliti, cybersicurezza, telecomunicazioni, medicina d’emergenza, materiali avanzati e monitoraggio ambientale.
Il punto critico è il cosiddetto dual use, cioè l’uso duale delle tecnologie. Un software, un sensore o una ricerca aerospaziale possono servire contemporaneamente finalità civili e militari. Proprio per questa ragione, distinguere in modo netto non è sempre semplice. La petizione sceglie una posizione radicale: secondo i promotori, quando il finanziamento, la direzione del progetto o il destinatario finale riconducono alla filiera bellica, il confine dell’autonomia della conoscenza sarebbe già superato.
Università, fondi e autonomia: il vero terreno dello scontro
Il cuore della mobilitazione è probabilmente l’università. I promotori denunciano da tempo l’aumento delle collaborazioni tra atenei e grandi imprese attive nella difesa, citando in particolare Leonardo, MBDA e Thales Alenia Space. Vengono richiamati anche poli territoriali come la Cittadella dell’Aerospazio di Torino e il Rome Technopole, dove università, istituzioni e imprese lavorano su programmi ad alta intensità tecnologica.
Ridurre il confronto a uno scontro fra ricerca “buona” e ricerca “cattiva”, tuttavia, rischierebbe di non cogliere il problema nella sua interezza. Gli atenei hanno bisogno di laboratori, borse di studio, contratti e occasioni per trattenere competenze che altrimenti potrebbero lasciare l’Italia. Le aziende, comprese quelle a partecipazione pubblica, cercano invece personale specializzato e centri di ricerca capaci di innovare. In mezzo ci sono ricercatori e studenti che chiedono di sapere con chiarezza chi finanzia un progetto, quale sia il suo obiettivo e quale uso possa essere fatto dei risultati.
La domanda, allora, non riguarda solo il divieto. Riguarda anche la governance: chi decide le priorità della ricerca pubblica? Con quali criteri vengono accettati fondi e partnership? Gli organi accademici dispongono di informazioni sufficienti per valutare le conseguenze di un accordo? E gli studenti possono conoscere il legame fra il proprio percorso di studio e i soggetti economici che lo sostengono?
Su questo piano, la richiesta di osservatori indipendenti assume un valore concreto. Non basterebbe infatti pubblicare un elenco di convenzioni: servirebbero strumenti leggibili, accessibili e capaci di spiegare l’oggetto effettivo della collaborazione. La trasparenza non risolve automaticamente un conflitto etico, ma consente almeno che quel conflitto emerga e venga discusso prima che le scelte diventino irreversibili.
Il contesto europeo e il richiamo all’articolo 11
La petizione nasce in un quadro internazionale segnato dalla guerra in Ucraina, dall’instabilità in Medio Oriente e dalla scelta europea di rafforzare la propria capacità industriale e difensiva. L’Unione europea ha messo al centro il riarmo, la produzione comune e l’integrazione tra innovazione civile e sicurezza. Anche l’Italia, nei documenti di programmazione della Difesa, attribuisce un ruolo rilevante alla ricerca scientifica e tecnologica, alle università e alle collaborazioni industriali.
Per la campagna, questa direzione pone una questione costituzionale. I promotori richiamano l’articolo 11, secondo cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Il richiamo non equivale, sul piano giuridico, a negare l’esistenza delle Forze armate o della difesa nazionale, entrambe previste dall’ordinamento. Ma porta nel dibattito un interrogativo politico: fino a che punto la preparazione alla sicurezza può entrare negli spazi dedicati alla crescita, alla critica e alla libertà di insegnamento?
È un interrogativo che divide. Per alcuni, isolare completamente università e imprese della difesa significherebbe rinunciare a competenze strategiche e lasciare il Paese più dipendente da tecnologie sviluppate altrove. Per altri, il rischio è opposto: accettare che le necessità della difesa orientino finanziamenti, curricula e sbocchi professionali fino a cambiare la missione stessa della scuola pubblica.
L’obiezione di coscienza e il diritto di non partecipare
Tra le proposte più innovative della petizione c’è l’idea di tutelare chi non intende prendere parte ad attività connesse alle armi e alla guerra. Per un ricercatore potrebbe significare rifiutare un incarico; per uno studente, chiedere di non frequentare un modulo, un incontro o un tirocinio riconducibile alla filiera militare; per un docente, non aderire a un progetto senza subire conseguenze nella propria carriera.
Una simile misura aprirebbe questioni pratiche complesse. Bisognerebbe definire con precisione quando un’attività è collegata al settore militare, evitare disparità di trattamento e garantire alternative formative o lavorative reali. Ma il tema sollevato è chiaro: la libertà di coscienza non può restare un principio generico se, per mantenere una borsa, completare un corso o lavorare in un laboratorio, una persona si trova davanti a una scelta che considera incompatibile con le proprie convinzioni.
La forza della campagna sta proprio nell’aver spostato l’attenzione dal singolo accordo al modello complessivo. Non chiede soltanto di contestare una convenzione con una determinata azienda, ma di discutere quali confini debbano esistere tra conoscenza, mercato e difesa. Un confronto che riguarda le università, certo, ma anche le scuole e il modo in cui le nuove generazioni vengono accompagnate a immaginare il proprio futuro.
La sfida: discutere senza slogan
La petizione di La conoscenza non marcia difficilmente lascerà indifferenti. Il suo obiettivo è netto e divisivo, ma il dibattito che apre merita di andare oltre le contrapposizioni automatiche. Difendere l’autonomia dell’istruzione non significa ignorare le sfide della sicurezza internazionale; allo stesso modo, invocare l’innovazione non può diventare una formula che sottrae progetti, risorse e finalità al controllo della comunità accademica e dei cittadini.
Il banco di prova sarà la capacità di tradurre parole come autonomia, pace, difesa e trasparenza in regole verificabili. Chi finanzia la ricerca? Chi può valutarne la destinazione? Quali opportunità vengono offerte agli studenti e con quali conseguenze? La raccolta firme prova a mettere queste domande all’ordine del giorno. E, al di là dell’esito legislativo, è già questo il terreno su cui si giocherà la discussione dei prossimi mesi.