La manipolazione mediatica in Italia non richiede necessariamente di nascondere una notizia. A volte basta mostrarla da un’unica angolazione, ripetere alcune immagini, lasciare in secondo piano le cause e affidare a poche parole il compito di orientare il giudizio dello spettatore. È una forma di potere discreta, difficilmente misurabile attraverso la semplice distinzione tra ciò che è vero e ciò che è falso.
Il fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026, con le violenze che hanno sconvolto Milano, e la contemporanea mobilitazione degli autotrasportatori contro il caro gasolio offrono un’occasione per interrogarsi sul funzionamento del giornalismo italiano. Due proteste profondamente differenti, entrambe nate in un clima di crescente disagio economico, sono diventate il terreno sul quale politica, televisioni e opinione pubblica hanno costruito racconti spesso concentrati sulle conseguenze immediate.
Da una parte le vetrine distrutte, gli scontri con la polizia e l’intervento del Governo. Dall’altra i camion fermi, le merci bloccate, i supermercati in difficoltà e le imprese che denunciano costi insostenibili. Ma quando una notizia si esaurisce nelle immagini che produce, il pubblico rischia di conoscere perfettamente gli effetti di una crisi senza averne compreso le origini.
Il problema non riguarda esclusivamente la Rai, né può essere attribuito automaticamente alla volontà di un direttore o di un partito. Coinvolge il modo in cui funziona l’intero sistema dell’informazione, dove l’urgenza di raccontare, la competizione per l’attenzione e il peso delle fonti istituzionali possono finire per determinare ciò che viene percepito come importante.
Per capire quanto siano delicati questi meccanismi è utile recuperare le celebri dieci strategie di manipolazione mediatica, spesso associate al nome di Noam Chomsky. Un riferimento che, paradossalmente, contiene già una lezione sulla disinformazione.
Manipolazione mediatica in Italia: le dieci strategie attribuite erroneamente a Chomsky
Le dieci strategie circolano da anni come se fossero state formulate dal linguista e intellettuale americano Noam Chomsky. In realtà il testo risale al 2002 ed è opera dello scrittore francese Sylvain Timsit.
Chomsky ha effettivamente studiato il rapporto tra comunicazione e potere. Nel 1988, insieme all’economista Edward S. Herman, pubblicò Manufacturing Consent, un’analisi del funzionamento dei grandi mezzi d’informazione e dei condizionamenti economici, politici e istituzionali che possono incidere sulle scelte editoriali.
Il suo modello della propaganda non descrive necessariamente un’autorità che impartisce ordini alle redazioni. Esamina piuttosto i filtri attraverso i quali alcune informazioni acquistano visibilità mentre altre incontrano maggiori difficoltà a raggiungere il grande pubblico.
La distinzione è fondamentale. Le dieci strategie di Timsit non costituiscono una legge scientifica capace di dimostrare l’esistenza di un complotto dietro ogni servizio televisivo. Sono uno schema critico che permette di riconoscere possibili tecniche di condizionamento.
Applicarle al giornalismo italiano significa quindi confrontarle con gli avvenimenti documentati, evitando di trasformare una teoria sulla manipolazione in un’altra forma di informazione manipolata.
1. La distrazione: mostrare tutto senza spiegare abbastanza
La prima strategia riguarda il controllo dell’attenzione. Riempire lo spazio informativo di eventi, dichiarazioni e immagini può rendere difficile distinguere ciò che è spettacolare da ciò che è realmente determinante.
A Milano le immagini dei saccheggi, degli incendi e degli scontri meritavano pienamente l’apertura dei notiziari. Si è trattato di violenze gravi, con danni alle attività commerciali, feriti e numerosi provvedimenti giudiziari. Ridimensionarle sarebbe scorretto.
Il punto, tuttavia, è un altro: quale spazio viene riservato alla ricostruzione delle condizioni sociali nelle quali quei fatti sono maturati?
Il carovita, il peggioramento percepito dei servizi pubblici e le difficoltà economiche delle famiglie erano tra le ragioni dichiarate delle manifestazioni. Queste rivendicazioni non giustificano chi ha distrutto negozi o aggredito gli agenti. Ma ignorarle significherebbe rinunciare a comprendere perché migliaia di persone abbiano deciso di scendere in strada.
La distrazione può funzionare anche senza nascondere nulla. Un telegiornale può raccontare correttamente una devastazione e lasciare comunque lo spettatore con una conoscenza incompleta della vicenda.
Vedere una città in fiamme non equivale a capire perché una parte della società abbia smesso di riconoscersi nelle sue istituzioni.
2. Problema, reazione, soluzione: quando l’emergenza diventa il centro della politica
La seconda strategia descritta da Timsit consiste nel costruire o sfruttare una situazione di allarme per favorire l’accettazione di determinati interventi.
Nel caso milanese non esistono elementi per sostenere che le violenze siano state provocate deliberatamente dal potere politico. Una simile affermazione richiederebbe prove che non abbiamo.
È invece documentabile la successione degli avvenimenti: dopo gli scontri, il Governo ha approvato un provvedimento sulla sicurezza e disposto il rafforzamento dell’operazione Strade Sicure con 500 militari aggiuntivi a Milano.
La risposta istituzionale può essere considerata necessaria, insufficiente oppure sproporzionata, a seconda delle valutazioni politiche e giuridiche. Il compito del giornalismo non dovrebbe essere quello di scegliere preventivamente una delle tre interpretazioni.
Dovrebbe piuttosto domandare quali risultati siano attesi, quali poteri abbiano effettivamente i militari, quali siano i costi e come verrà misurata l’efficacia delle nuove misure.
Quando il racconto pubblico procede soltanto dalla paura alla promessa di protezione, il rischio è che la discussione sulla sicurezza sostituisca quella sulle politiche necessarie a prevenire il disagio.
3. La gradualità: una crisi economica che diventa normale
La terza strategia riguarda l’abitudine. Problemi che provocherebbero una forte reazione se comparissero improvvisamente possono essere accettati quando si aggravano lentamente.
La protesta degli autotrasportatori offre una chiave di lettura significativa. Le difficoltà del settore non sono cominciate il 16 ottobre, quando sono partiti i fermi in diverse regioni meridionali.
Piccole imprese e lavoratori autonomi denunciano da tempo la pressione esercitata da carburanti, pedaggi, collegamenti marittimi, manutenzione dei mezzi e debolezza contrattuale nei confronti dei committenti.
Quando il prezzo di una consegna non cresce in proporzione alle spese necessarie per effettuarla, l’autotrasportatore può trovarsi a lavorare con margini sempre più ridotti.
La questione dovrebbe riguardare direttamente tutti i consumatori, perché una parte decisiva delle merci arriva nei negozi attraverso il trasporto su gomma.
Eppure, spesso, l’insostenibilità economica di un’attività diventa notizia nazionale soltanto quando quell’attività si interrompe.
Fino al giorno precedente è un problema di categoria. Quando mancano il latte o la frutta sugli scaffali diventa improvvisamente un’emergenza collettiva. La crisi era già presente: è cambiata la sua visibilità.
4. Rinviare il problema: gli annunci non sono pagamenti
La quarta strategia consiste nel presentare una soluzione futura come risposta sufficiente a una difficoltà presente.
Il Governo ha approvato il 22 ottobre nuove misure per l’autotrasporto, comprendenti ulteriori risorse per il credito d’imposta sul gasolio e la possibilità di sospendere, a determinate condizioni, i canoni di leasing dei veicoli fino al 31 marzo 2027.
Il Ministero delle Infrastrutture ha indicato, tra gli interventi aggiuntivi, 45,2 milioni di euro per spese sostenute tra marzo e agosto e altri 60 milioni per un periodo successivo.
Sono misure concrete, ma la loro esistenza non rende automaticamente risolta la crisi. Occorre verificare quali imprese possano beneficiarne, quando gli importi diventeranno utilizzabili e quanto incidano sui costi effettivi.
La differenza tra risorse annunciate, stanziamenti approvati e denaro effettivamente disponibile dovrebbe essere spiegata con estrema chiarezza, soprattutto in televisione.
Per un’impresa con scarsa liquidità, ricevere un sostegno oggi oppure tra alcuni mesi può fare la differenza tra continuare a lavorare e chiudere.
Il giornalismo economico comincia proprio dove termina la conferenza stampa: nella verifica di ciò che accade dopo l’annuncio.
5. Infantilizzare il pubblico: quando uno slogan prende il posto di una spiegazione
La quinta strategia riguarda il linguaggio utilizzato per rivolgersi ai cittadini. Una comunicazione semplificata può essere utile; diventa problematica quando elimina tutte le sfumature necessarie per comprendere una questione.
Nel racconto delle proteste italiane si incontrano spesso due figure contrapposte: il manifestante che rivendica un diritto e il responsabile dei disordini che minaccia la collettività.
Ma la realtà non sempre si lascia dividere in categorie così comode.
A Milano hanno partecipato alle manifestazioni persone intenzionate a protestare pacificamente e gruppi che hanno compiuto violenze e saccheggi. La distinzione è essenziale.
Allo stesso modo, tra gli autotrasportatori bisogna distinguere chi ha deciso di fermare volontariamente il proprio mezzo da chi ha materialmente impedito ad altri conducenti di circolare.
Confondere queste condotte significa produrre una rappresentazione inesatta, con conseguenze anche sul giudizio politico e giuridico.
La comunicazione istituzionale e quella giornalistica hanno il dovere di essere comprensibili. Non hanno il diritto di trattare la complessità come un fastidio da eliminare.
6. L’emozione contro il ragionamento: il confronto tra Milano e i Tir
È probabilmente la strategia più riconoscibile nell’informazione contemporanea. La paura, l’indignazione e la rabbia attirano l’attenzione con una rapidità che pochi dati economici riescono a eguagliare.
Le immagini delle vetrine sfondate di Milano colpiscono immediatamente. La fotografia di un camion fermo in un piazzale ha una forza emotiva diversa, anche quando dietro quel mezzo c’è un’impresa che rischia di non sopravvivere.
Durante la mobilitazione è intervenuto anche Fiorello, richiamando l’attenzione sulla protesta del Sud. Il 19 ottobre, rivolgendosi al Tg1, ha osservato che gli autotrasportatori stavano protestando senza distruggere nulla e ha chiesto che i riflettori restassero accesi anche sulla loro situazione.
La giornalista Emma D’Aquino ha replicato: «Ne abbiamo parlato».
Ed è vero. Tg1, Tg2 e diverse testate regionali Rai hanno dedicato servizi alla mobilitazione. Sostenere il contrario significherebbe ignorare materiale verificabile.
La questione interessante è però un’altra: essere presenti in un notiziario equivale ad avere un racconto adeguato?
Per rispondere occorrerebbe confrontare durata dei servizi, posizione nella scaletta, frequenza degli aggiornamenti, qualità delle interviste e spazio dedicato alle cause economiche.
Senza questa verifica non si può dimostrare uno squilibrio sistematico. Ma è proprio una verifica del genere che permetterebbe di superare le polemiche e valutare concretamente il servizio pubblico.
7. Mantenere nell’ignoranza: la disinformazione può nascere dalle omissioni
La settima strategia riguarda la mancanza di conoscenze necessarie per interpretare decisioni e avvenimenti.
La manipolazione mediatica in Italia diventa particolarmente insidiosa quando non consiste nella diffusione di una falsità evidente, ma nella sottrazione di elementi indispensabili per capire.
Prendiamo ancora l’autotrasporto. Dire che un’associazione ha accettato una proposta governativa non significa necessariamente che tutti i lavoratori coinvolti nella vertenza siano soddisfatti.
La mobilitazione ha infatti mostrato differenze tra le organizzazioni rappresentative e i comitati autonomi. Alcuni hanno scelto di sospendere i fermi, mentre altri hanno mantenuto aperta la contestazione.
Nel corso della settimana la Calabria ha registrato prese di posizione differenti. Fedralog ha annunciato il 22 ottobre la sospensione della protesta, precisando che l’incontro previsto per il 27 ottobre sarebbe stato decisivo per valutare le risposte ricevute.
La distinzione tra organizzazioni, imprese e singoli manifestanti è tutt’altro che secondaria. Senza di essa, un accordo parziale può essere raccontato come una soluzione generale e il dissenso residuo apparire incomprensibile.
Il medesimo principio vale per Milano: conoscere il numero delle persone fermate non equivale a sapere quante siano state arrestate, denunciate o condannate.
L’esattezza delle parole è parte integrante dell’esattezza della notizia.
8. Celebrare la superficialità: quando il dibattito diventa una gara di battute
La strategia numero otto descrive una comunicazione che finisce per premiare la banalizzazione e scoraggiare l’approfondimento.
La televisione italiana conosce bene questo rischio. Discussioni costruite intorno a dichiarazioni provocatorie e contrapposizioni personali possono produrre spettacolo senza aumentare la conoscenza del pubblico.
Le violenze milanesi sono diventate immediatamente oggetto di polemiche tra maggioranza e opposizione. La discussione politica è legittima, ma non può sostituire il lavoro giornalistico.
Una domanda sulle responsabilità penali dei saccheggiatori è necessaria. Lo è altrettanto una domanda sull’efficacia delle politiche sociali, sull’organizzazione dei servizi territoriali e sulle modalità con cui gruppi di giovanissimi vengono mobilitati attraverso le piattaforme digitali.
Le indagini hanno acceso l’attenzione anche sulle convocazioni diffuse tramite chat e social network. Si tratta di aspetti che richiedono accertamenti, non spiegazioni improvvisate.
Il fenomeno, inoltre, non è stato esclusivamente italiano. Nello stesso periodo la Francia ha conosciuto manifestazioni contro il costo della vita e il deterioramento dei servizi, accompagnate in alcuni casi da scontri violenti.
Una prospettiva europea permette di interrogarsi sulle difficoltà comuni delle società contemporanee senza cancellare le responsabilità individuali.
Il dibattito pubblico dovrebbe partire da queste domande. È meno comodo di uno scontro televisivo, ma decisamente più utile.
9. Trasformare il disagio in colpa individuale
La nona strategia descrive il tentativo di attribuire esclusivamente alle persone la responsabilità delle difficoltà che incontrano, sottraendo attenzione alle condizioni economiche e sociali.
Applicarla alle proteste richiede particolare cautela. Chi commette un reato deve risponderne personalmente: le difficoltà economiche non costituiscono un’autorizzazione a devastare una città.
Ma la responsabilità penale e la comprensione dei fenomeni sociali appartengono a due livelli differenti.
Un giovane che partecipa a un saccheggio deve essere giudicato per ciò che ha fatto. La società, contemporaneamente, deve interrogarsi sulle ragioni per cui gruppi di adolescenti possano considerare desiderabile appropriarsi con la forza di merci di marca.
Lo stesso ragionamento riguarda le piccole imprese di autotrasporto.
Un imprenditore che non riesce più a coprire i costi operativi potrebbe aver commesso errori gestionali. Ma sarebbe semplicistico attribuire ogni difficoltà alla sua incapacità, ignorando rincari, condizioni contrattuali, infrastrutture e tempi dei pagamenti.
Attribuire le responsabilità a chi le possiede non significa individuare un capro espiatorio comodo.
Abbiamo già esaminato su The Bill il confronto tra il ministro Urso e i camionisti sulle conseguenze penali dei blocchi. Anche in quella vicenda la distinzione decisiva riguarda la separazione tra il legittimo esercizio della protesta e gli eventuali comportamenti illeciti.
10. Conoscere il pubblico meglio di quanto conosca sé stesso
L’ultima strategia riguarda l’utilizzo delle conoscenze sul comportamento umano per orientare percezioni e decisioni.
Oggi questa intuizione assume un significato diverso rispetto al 2002. Le piattaforme digitali permettono di osservare quali contenuti attirino attenzione, quali emozioni provochino e quali messaggi vengano condivisi più rapidamente.
Un video di pochi secondi può essere riprodotto milioni di volte senza spiegare cosa sia avvenuto prima o dopo. Un’immagine violenta, isolata dal contesto, può acquisire un significato politico che il filmato completo non confermerebbe.
Il problema riguarda anche il rapporto tra televisione e social network. I telegiornali utilizzano frequentemente materiali che hanno già circolato online. La loro funzione dovrebbe essere verificarli, contestualizzarli e chiarirne i limiti, non limitarsi a riproporli.
Per questo la discussione sulla manipolazione mediatica in Italia non può fermarsi all’individuazione delle responsabilità politiche. Deve comprendere i meccanismi economici dell’attenzione e la crescente dipendenza del dibattito pubblico da immagini selezionate per suscitare reazioni immediate.
Nel 1988 Herman e Chomsky descrivevano i condizionamenti strutturali dei grandi mezzi d’informazione. Oggi al potere delle redazioni si aggiunge quello delle piattaforme che distribuiscono i contenuti.
Non occorre immaginare un regista nascosto dietro ogni notizia. È sufficiente osservare quanti soggetti diversi abbiano interesse a stabilire che cosa meriti attenzione e che cosa possa essere dimenticato.
Il servizio pubblico Rai ha un obbligo che va oltre la semplice cronaca
La questione diventa particolarmente importante quando si parla della Rai. Un’emittente commerciale può scegliere, entro i limiti della legge e delle regole professionali, una linea editoriale orientata anche alle esigenze del proprio pubblico.
Il servizio pubblico è invece sottoposto a obblighi specifici.
Il Contratto nazionale di servizio Rai 2023-2028, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, richiama esplicitamente i principi di pluralismo, completezza, correttezza, indipendenza e imparzialità.
L’articolo 4 impone di presentare i fatti nel loro contesto, verificare le fonti e favorire la libera formazione delle opinioni. Contiene inoltre un divieto particolarmente significativo: quello di utilizzare tecniche capaci di manipolare il contenuto informativo in modo non riconoscibile allo spettatore.
È una disposizione che dovrebbe diventare il punto di partenza di qualsiasi discussione sulla qualità dei telegiornali.
Non basta quindi chiedere se una manifestazione sia stata raccontata. Bisognerebbe esaminare come sia stata presentata, quali testimonianze siano state raccolte e quali elementi siano stati lasciati fuori per ragioni editoriali.
La Rai ha documentato gli scontri di Milano e la protesta degli autotrasportatori. Questo dato impedisce di parlare di una censura generalizzata delle due vicende.
Resta però legittimo chiedere al servizio pubblico una rendicontazione più trasparente delle proprie scelte informative, distinguendo il normale esercizio della discrezionalità editoriale dalle eventuali omissioni che possono compromettere la comprensione dei fatti.
Una valutazione rigorosa dovrebbe confrontare le principali edizioni dei telegiornali, misurare lo spazio riservato alle diverse notizie e verificare la pluralità delle fonti. È su questo terreno, non sulle impressioni, che si possono formulare accuse fondate di squilibrio informativo.
Il vero potere dei telegiornali è decidere quale domanda non fare
Milano e la protesta dei Tir raccontano due modi differenti attraverso i quali una società manifesta il proprio disagio. Non devono essere equiparati sul piano delle condotte, delle responsabilità o delle conseguenze. Possono però essere analizzati insieme per comprendere come funzionino i processi di selezione dell’informazione.
Nel primo caso, l’attenzione si concentra inevitabilmente sulla violenza e sulle misure di sicurezza. Nel secondo, sulle interruzioni della circolazione, sugli approvvigionamenti e sulle risposte economiche del Governo.
Entrambe le prospettive sono legittime. Diventano insufficienti quando restano le uniche.
La domanda che un giornalismo indipendente dovrebbe rivolgere alle istituzioni non è soltanto come intendano ripristinare l’ordine o riattivare i trasporti. È anche perché determinati problemi siano arrivati a un punto tale da rendere necessarie risposte emergenziali.
Se le imprese dell’autotrasporto hanno bisogno di fermarsi per ottenere attenzione, qualcosa nel rapporto tra politica ed economia merita di essere riesaminato. Se migliaia di giovani manifestano contro il costo della vita e una parte di loro trasforma la protesta in devastazione, non basta scegliere tra giustificazionismo e repressione.
Bisogna comprendere cosa abbia funzionato, cosa sia mancato e quali responsabilità debbano essere accertate.
È questa la chiave di lettura che le dieci strategie di Timsit suggeriscono di applicare con maggiore attenzione. Non per individuare manipolatori ovunque, ma per riconoscere quando una rappresentazione parziale viene scambiata per una descrizione completa della realtà.
Il giornalismo non dovrebbe avere il compito di suggerire ai cittadini cosa pensare. Dovrebbe metterli nella condizione di pensare disponendo di tutti gli elementi essenziali.
Una notizia può essere vera e insieme incompleta. Una dichiarazione può essere riportata fedelmente e tuttavia risultare fuorviante se privata del contesto. Un telegiornale può parlare di una crisi senza offrire gli strumenti necessari per comprenderla.
E un Governo, qualunque sia il suo colore politico, può ottenere un vantaggio dal modo in cui una vicenda viene raccontata, anche senza aver impartito alcuna istruzione a una redazione.
Il confine tra informazione, propaganda e manipolazione non si misura soltanto contando gli errori. Si misura anche osservando la distanza tra i fatti disponibili e la realtà che viene consegnata al pubblico.
Perché il problema più grave non è sempre la bugia che ci viene raccontata. È la domanda che nessuno ci mette nelle condizioni di formulare.