A Milano il costo della vita sale, gli stipendi arrancano e i giovani scendono in piazza. Fin qui, una storia abbastanza semplice. Poi arrivano gli scontri, i saccheggi, la paura, le indagini. E a quel punto la storia semplice viene fatta accomodare in un angolo, mentre entra in scena il «Movimento 17 ottobre», con tanto di presunta mente, presunta rete e un nome che sembra già pronto per essere stampato sulla copertina di un’inchiesta.
C’è solo un piccolo dettaglio, di quelli che nei racconti polizieschi di solito servono a scagionare il maggiordomo: secondo Euronews, i canali e le chat legati al Movimento 17 ottobre sarebbero stati creati la sera del 18 ottobre, dopo le manifestazioni e i disordini.
Avvenire, invece, presenta Youssef Siher come il «presunto regista di scontri e saccheggi del 17 e 18 ottobre». Sempre Euronews scrive che l’uomo non deve rispondere di fatti relativi a quelle proteste.
La differenza non è trascurabile. È la distanza che passa tra il sospettare qualcuno di aver acceso un fuoco e lo scoprire che è arrivato quando i pompieri stavano già riavvolgendo la manichetta.
Sarà bene che qualcuno chiarisca la cronologia, prima che il calendario venga indagato per favoreggiamento.
Un movimento, una pagina e molte domande
La prima questione è quasi infantile, e proprio per questo merita una risposta seria: chi ha deciso che esiste un movimento chiamato “17 ottobre”?
Il nome, a quanto si legge, è stato usato su canali social. Ci sono stati messaggi, appelli, indicazioni per nuove iniziative. Questo è un fatto che merita attenzione. Ma un nome su Instagram basta a fare un movimento? Quante persone ne fanno parte? Chi si riconosce in quella sigla? Chi decide cosa? Chi ha partecipato alle iniziative perché condivideva gli appelli, e chi invece è sceso in piazza per ragioni proprie?
A queste domande non si risponde contando i follower. Un utente può seguire una pagina perché è d’accordo, perché è contrario, perché è curioso o perché il suo telefono, in un momento di debolezza, ha deciso che gli interessavano le rivoluzioni. Un numero sullo schermo non è un elenco di militanti, e il pulsante “segui” non è una tessera di partito.
Un movimento può essere informale, senza sede né iscrizione ufficiale. La politica non nasce soltanto davanti a un notaio. Ma se si vuole descrivere un soggetto collettivo, bisogna almeno provare a capire quale collettività ci sia, quanto sia riconoscibile e quali rapporti esistano tra i suoi partecipanti. Altrimenti si rischia di attribuire a una pagina la rappresentanza di una piazza intera, o alla piazza le intenzioni di chi gestisce una pagina.
Eppure, il nome funziona benissimo: “Movimento 17 ottobre”. Ha un suono compatto, una data precisa, l’aria di qualcosa che possiede un quartier generale, un organigramma e forse perfino una macchinetta del caffè. Il problema è che il nome, da solo, non ci dice quante sedie ci siano attorno a quel tavolo. E nemmeno se il tavolo esista.
Dal prezzo della spesa alla Palestina, con una sola fermata
Poi c’è la Palestina. Nelle ricostruzioni compare accanto al carovita con la rapidità di un ospite introdotto a una cena perché il padrone di casa aveva bisogno di rendere la conversazione più allarmante.
Naturalmente una persona può occuparsi sia della Palestina sia del prezzo degli affitti. Può partecipare a una manifestazione per Gaza il sabato e preoccuparsi della bolletta il lunedì: il cervello umano, per quanto maltrattato dal dibattito pubblico, è ancora in grado di contenere due pensieri contemporaneamente.
Se esistono legami concreti tra persone, organizzazioni, finanziamenti o fatti penalmente rilevanti, è giusto che vengano verificati e spiegati. Ma essere attivi nella causa palestinese non dimostra di per sé di aver organizzato violenze durante una protesta contro il carovita. Accostare le due cose non basta a stabilire un rapporto di causa ed effetto.
Nel racconto pubblico, invece, l’aggettivo «pro-Pal» rischia di funzionare come una spezia universale: lo si aggiunge a qualsiasi pietanza e subito il piatto assume un sapore minaccioso. Non serve a capire meglio i fatti; serve a suggerire al lettore come dovrebbe allarmarsi prima ancora di conoscerli.
Il sospetto trasformato in biografia
Youssef Siher, secondo gli articoli, è stato fermato ed è indagato per accuse gravi. Euronews riferisce che gli inquirenti contestano messaggi e indicazioni diffusi sui canali social, tra cui un appello ad assaltare banche. Sono contestazioni specifiche, che non possono essere liquidate facendo finta che si tratti soltanto di opinioni innocue. Devono essere verificate nei fatti, nel contesto e nelle responsabilità personali, con tutte le garanzie del diritto di difesa.
Proprio per questo è necessario non confondere l’accusa con la prova e il sospetto con una sentenza. Che Siher sia la “mente”, il “leader” o il “regista” di un movimento è una ricostruzione attribuita agli investigatori, non una verità che un titolo di giornale possa certificare. E dai tre articoli, da soli, non si può concludere che sia stato fermato semplicemente per le sue idee: si può però chiedere che sia giudicato per fatti determinati e provati, non per le sue opinioni, le sue frequentazioni o il suo profilo culturale.
È qui che una parte della stampa sembra aver aperto un cassetto molto particolare: dentro ci sono una laurea, un master, diverse lingue, collaborazioni giornalistiche, uno stage in un istituto di ricerca e un impiego legato all’intelligenza artificiale. Materiale che, in condizioni normali, farebbe pensare a una persona con cui discutere di politica internazionale, comunicazione o tecnologia. Nel clima attuale, invece, ogni riga del curriculum sembra chiedere di essere accompagnata da una musica inquietante.
Avvenire arriva a suggerire che il lavoro su progetti di intelligenza artificiale spiegherebbe la capacità di fare proseliti e restare nascosto. Ma tra etichettare dati o valutare sistemi di IA e orchestrare segretamente una mobilitazione c’è una distanza che non si può coprire con un avverbio. Anche chi sa usare un foglio elettronico potrebbe, in teoria, compilare l’organigramma di una rivoluzione; non per questo ogni impiegato amministrativo va seguito fino alla fotocopiatrice.
Il Giornale, dal canto suo, legge negli scritti di Siher ragionamenti che potrebbero “plausibilmente anticipare una futura radicalizzazione”. È una formula interessante: permette di prendere ciò che una persona ha scritto, ipotizzare ciò che potrebbe pensare domani e presentare il percorso come se fosse già visibile oggi.
Ma criticare le democrazie occidentali, scrivere della resistenza o analizzare la violenza nei rapporti di potere non è una diagnosi. Sono posizioni che si possono discutere, contestare, smontare frase per frase. È il lavoro delle idee: esporsi all’obiezione. Se una frase contiene un’istigazione concreta, sarà oggetto di un accertamento diverso e preciso. Se contiene un’analisi politica, anche radicale o scomoda, la risposta appropriata comincia dagli argomenti.
Quanto al riferimento coranico nella biografia di un social, la sua presenza non dimostra da sola alcuna intenzione criminale. In Italia qualcuno dovrà pur riuscire a citare un testo sacro senza che la sua pagina personale venga letta come un messaggio cifrato.
Una persona con cui discutere
Si può non condividere nulla di ciò che Youssef Siher scrive. Si possono trovare le sue analisi parziali, sbagliate, persino irritanti. Ma il profilo descritto dagli stessi giornali è quello di una persona istruita, capace di scrivere, di argomentare e di muoversi tra contesti culturali diversi. È precisamente il tipo di interlocutore con cui una società dovrebbe essere attrezzata a confrontarsi.
Di persone capaci di studiare, conoscere le lingue e sostenere una tesi avremmo bisogno in numero maggiore, non minore. Se le loro tesi sono deboli, le si confuti. Se sono forti, le si affronti. E se qualcuno sostiene che a certe parole corrispondano reati, presenti le prove.
Le forze di polizia hanno un compito essenziale: accertare i fatti e raccogliere elementi utili alla magistratura. Non diventano per questo arbitre dell’altezza culturale o della validità politica delle idee di Siher. Un rapporto investigativo può aiutare a stabilire chi abbia scritto un messaggio e quando; non basta, da solo, a confutare un’analisi storica o politica.
Il rischio è scambiare la capacità di aprire un’indagine con quella di chiudere una discussione. Sono due mestieri diversi. Per il primo servono prove e garanzie; per il secondo servono conoscenza, pazienza e argomenti. Una perquisizione può produrre documenti, ma difficilmente produrrà una buona recensione di un saggio sul colonialismo.
La realtà, prima della trama
La domanda iniziale resta lì: che cos’è, precisamente, il Movimento 17 ottobre? Una rete di persone che agiscono insieme? Un insieme più fluido di gruppi? Una pagina diventata molto visibile dopo gli scontri? Forse gli sviluppi dell’indagine aiuteranno a capirlo. Per ora, un nome e un presunto amministratore non bastano a spiegare tutte le persone scese in piazza, né a ricostruire automaticamente ciò che è accaduto prima della nascita dei canali.
La protesta contro il carovita merita di essere capita per ciò che dice sulle condizioni di chi vi ha partecipato. Le violenze meritano indagini sui fatti e sulle responsabilità individuali. Le idee di Siher meritano di essere lette e discusse. E le accuse contro di lui meritano un processo fondato sulle prove.
Sono quattro lavori distinti. Riunirli tutti sotto un titolo efficace può essere comodo. Ma, quando la comodità prende il posto della precisione, anche una pagina social finisce per somigliare a un esercito e una biografia a un mandato d’arresto.