L’inchiesta ex Ilva apre un fronte che va ben oltre le emissioni dello stabilimento siderurgico di Taranto. Questa volta, infatti, sotto la lente della magistratura non ci sono soltanto le decisioni dei vertici aziendali, ma anche il funzionamento dei controlli che avrebbero dovuto verificare il rispetto delle prescrizioni ambientali.
È questo l’aspetto più delicato dell’indagine: capire se le garanzie previste per proteggere cittadini e lavoratori abbiano funzionato oppure se, come ipotizzano gli investigatori, alcuni meccanismi di vigilanza siano stati condizionati.
La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, per Alessandro Labile, già dirigente dello stabilimento, e per Francesco Astorri, responsabile di un’unità dell’Ispra incaricata delle verifiche sugli impianti industriali di interesse strategico nazionale.
Le richieste riguardano un’indagine sulla gestione del siderurgico tra il 2019 e il 2024. Nessuna delle misure domiciliari richieste risulta, al momento, disposta dal giudice. Gli interrogatori preventivi sono fissati per il 3 novembre 2026 e soltanto successivamente il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano valuterà le richieste della Procura.
La distinzione non è formale: un’ipotesi accusatoria non equivale a una responsabilità accertata. Ma le contestazioni, se trovassero conferma, porrebbero interrogativi molto seri sulla gestione dei rischi ambientali e sull’indipendenza delle verifiche pubbliche.
Inchiesta ex Ilva, 28 persone e cinque società coinvolte
Il procedimento ha dimensioni considerevoli. Gli indagati sono complessivamente 28 persone fisiche e cinque società. Per dieci persone la magistratura ha richiesto misure interdittive, mentre per Morselli, Labile e Astorri sono stati sollecitati gli arresti domiciliari.
Fra le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, figurano l’inquinamento ambientale, il disastro ambientale, la truffa ai danni dello Stato e la corruzione. Otto persone sono inoltre coinvolte nell’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione.
Tra gli indagati compaiono anche Franco Bernabè, già presidente di Acciaierie d’Italia, e Aditya Mittal, amministratore delegato del gruppo ArcelorMittal. Le contestazioni e le eventuali responsabilità dovranno essere valutate individualmente, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, alcune scelte gestionali sarebbero state orientate a privilegiare i risultati produttivi ed economici rispetto alla manutenzione e alla prevenzione dei rischi. Una lettura ancora tutta da verificare, che tuttavia sposta l’attenzione su un elemento spesso poco visibile nel dibattito pubblico: il rapporto tra le decisioni di investimento e le condizioni effettive di sicurezza degli impianti.
Il benzene e il problema delle emissioni a Taranto
Una delle questioni esaminate dalla magistratura riguarda le concentrazioni di benzene registrate nell’area industriale e in alcuni quartieri cittadini, in particolare ai Tamburi. Si tratta di una sostanza presente anche nelle emissioni di determinate attività industriali, oltre che in quelle derivanti da altre forme di combustione.
Il benzene è classificato come cancerogeno per l’uomo. La sua presenza nell’atmosfera costituisce quindi un parametro importante nelle attività di sorveglianza ambientale, soprattutto nei territori caratterizzati dalla vicinanza tra insediamenti produttivi e abitazioni.
L’indagine prende in considerazione anche le condizioni degli impianti e le manutenzioni che, secondo l’accusa, sarebbero risultate insufficienti. Le omissioni ipotizzate avrebbero contribuito ad aumentare l’esposizione a sostanze pericolose.
Per valutare correttamente queste contestazioni occorre però distinguere tre aspetti: la presenza di un inquinante, la sua origine e l’eventuale responsabilità penale. Non sono elementi automaticamente sovrapponibili.
Le rilevazioni atmosferiche possono documentare variazioni delle concentrazioni. Per attribuirle a una specifica sorgente occorrono ulteriori verifiche tecniche, mentre l’accertamento di un reato richiede di ricostruire condotte, obblighi violati e rapporti di causalità secondo le regole del procedimento penale.
ARPA Puglia pubblica periodicamente rapporti sulla qualità dell’aria a Taranto, comprese le relazioni annuali e le rilevazioni delle reti di monitoraggio. Sono documenti utili per conoscere l’evoluzione delle concentrazioni nel tempo. Il rispetto di un limite normativo, tuttavia, non coincide automaticamente con l’assenza di ogni rischio sanitario, così come il superamento di un valore non dimostra da solo chi ne sia responsabile.
Quando il controllo pubblico diventa oggetto dell’indagine
Il coinvolgimento di un responsabile dell’Ispra rappresenta uno degli elementi più significativi dell’inchiesta ex Ilva. Non perché dimostri un malfunzionamento generale dell’istituto, circostanza che non può essere dedotta dall’indagine su un singolo funzionario, ma perché introduce il tema dell’indipendenza di chi è chiamato a vigilare sulle attività industriali.
Secondo l’ipotesi della Procura, Francesco Astorri avrebbe omesso alcuni atti connessi alle sue funzioni nell’ambito dei controlli sul rispetto dell’Autorizzazione integrata ambientale, conosciuta come AIA.
L’AIA è il provvedimento che stabilisce le condizioni alle quali determinati impianti possono operare, imponendo prescrizioni finalizzate a prevenire e ridurre gli impatti ambientali. Per uno stabilimento delle dimensioni di quello tarantino, la verifica della loro osservanza costituisce un’attività particolarmente rilevante.
Gli investigatori ipotizzano che le omissioni contestate ad Astorri fossero collegate alla promessa di un incarico dirigenziale. Morselli e Labile, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbero segnalato il funzionario al ministero dell’Ambiente per una possibile promozione.
È su queste circostanze che si fonda anche la contestazione di corruzione, che dovrà essere esaminata dalla magistratura.
Il problema generale, indipendentemente dall’esito del procedimento, è facilmente comprensibile. Un sistema di autorizzazioni ambientali funziona soltanto se i controlli sono effettivi, documentati e sottratti a indebite influenze. La presenza di norme dettagliate serve a poco se non esistono strumenti affidabili per verificarne l’applicazione.
Per questo la vicenda solleva una domanda che riguarda tutte le grandi installazioni industriali: quali garanzie assicurano che le verifiche siano indipendenti dagli interessi economici dei soggetti controllati?
Quote CO2 e sistema ETS: perché contano i dati dichiarati
Un secondo capitolo dell’indagine riguarda le presunte irregolarità nella gestione delle emissioni di anidride carbonica e delle quote previste dal sistema europeo ETS, acronimo di Emissions Trading System.
Per capire la questione è necessario chiarire come funziona questo meccanismo, che non coincide con una semplice tassa sulle emissioni.
L’Unione europea stabilisce un limite complessivo alle emissioni di gas serra per i settori interessati. All’interno di questo sistema, le imprese devono restituire un numero di quote corrispondente alle emissioni effettivamente prodotte. Ogni quota rappresenta una tonnellata di CO2 equivalente.
Una parte delle autorizzazioni viene venduta attraverso aste, mentre alcune industrie possono riceverne gratuitamente secondo regole specifiche. Le quote sono inoltre negoziabili: chi riduce le proprie emissioni può disporre di autorizzazioni non utilizzate, nei limiti previsti dalla disciplina europea.
La correttezza dei dati dichiarati diventa quindi essenziale. Le informazioni sulle emissioni incidono sugli obblighi di restituzione delle quote, sulla posizione economica delle imprese e sull’affidabilità dell’intero mercato europeo del carbonio.
Nel caso dell’ex Ilva, gli investigatori ipotizzano che siano state manipolate informazioni rilevanti per la contabilizzazione della CO2 e la gestione delle quote. La contestazione comprende una presunta truffa ai danni dello Stato. La manipolazione resta un’ipotesi da accertare, non un fatto giudizialmente dimostrato.
È importante anche evitare un’altra confusione. Le quote ETS riguardano principalmente la contabilizzazione dei gas responsabili del cambiamento climatico. I controlli sul benzene rispondono invece a esigenze di tutela della qualità dell’aria e della salute. Si tratta di ambiti differenti, disciplinati da strumenti che perseguono obiettivi complementari.
Un’impresa in regola con gli obblighi ETS non può considerarsi, soltanto per questo, conforme a tutte le prescrizioni sulle emissioni nocive. Ed è proprio la necessità di mantenere affidabili entrambi i sistemi a rendere così delicati gli accertamenti in corso.
Manutenzione e sicurezza: il costo delle decisioni rinviate
Un altro punto affrontato dalla Procura riguarda i sistemi destinati a prevenire incidenti ed esposizioni pericolose. Agli indagati vengono contestate, secondo le rispettive posizioni, anche presunte omissioni o rimozioni delle cautele previste per la sicurezza sul lavoro.
Le manutenzioni non rappresentano una semplice voce di spesa. Negli impianti industriali complessi costituiscono una componente essenziale della prevenzione, perché permettono di mantenere efficienti i dispositivi di protezione e ridurre il rischio di guasti.
Rinviare un intervento può produrre un risparmio immediato, ma può anche determinare costi successivi molto più elevati. Si tratta di un principio generale della gestione industriale, che non dimostra naturalmente quanto contestato agli ex vertici di Acciaierie d’Italia.
La questione è stabilire se, nel periodo esaminato dagli investigatori, siano stati effettivamente trascurati obblighi di manutenzione e quali conseguenze eventualmente ne siano derivate.
Per arrivare a una ricostruzione attendibile non bastano valutazioni retrospettive sull’andamento dell’azienda. Servono documenti tecnici, registri degli interventi, verifiche sui sistemi di protezione e prove idonee a collegare le condotte contestate agli eventi descritti dall’accusa.
La difesa di Lucia Morselli e la presunzione di innocenza
Di fronte alle accuse, la difesa di Lucia Morselli ha respinto l’impostazione degli inquirenti. Il legale dell’ex amministratrice delegata ha dichiarato di essere convinto dell’assoluta innocenza della propria assistita, sostenendo che abbia sempre operato nel rispetto delle regole.
L’avvocato ha inoltre espresso fiducia nel confronto con i magistrati, ritenendo di poter chiarire la posizione della manager attraverso gli strumenti previsti dal procedimento.
Il prossimo passaggio sarà quello degli interrogatori preventivi del 3 novembre. Il giudice dovrà esaminare gli elementi presentati dalla Procura e le argomentazioni difensive prima di pronunciarsi sulle misure cautelari.
In questa fase è indispensabile mantenere separati il diritto dei cittadini a conoscere l’oggetto delle indagini e il diritto delle persone coinvolte a non essere considerate colpevoli prima di una condanna definitiva.
Le richieste cautelari hanno finalità processuali e non costituiscono una sentenza. Anche un eventuale provvedimento del giudice non coinciderebbe con l’accertamento definitivo delle responsabilità penali.
Raccontare un’indagine senza trasformarla anticipatamente in un verdetto è una condizione necessaria per un’informazione giudiziaria corretta.
Ex Ilva, due vicende giudiziarie e una crisi industriale
La nuova iniziativa della Procura arriva in un momento particolarmente complicato per Acciaierie d’Italia, attualmente in amministrazione straordinaria.
Accanto all’inchiesta penale sulle condotte riferite al periodo 2019-2024, prosegue infatti la vicenda giudiziaria relativa alla possibile interruzione dell’attività dell’area a caldo.
I due procedimenti non devono essere confusi. Il primo riguarda l’accertamento di eventuali reati e responsabilità individuali. Il secondo investe le condizioni per la prosecuzione delle attività produttive degli impianti interessati.
Il decreto-legge 16 ottobre 2026, n. 185, ha autorizzato il mantenimento in riscaldo dell’area fusoria fino alla pubblicazione della motivazione della pronuncia della Cassazione sul provvedimento di inibitoria e, in ogni caso, non oltre il 15 dicembre 2026. La disposizione non elimina gli obblighi di monitoraggio ambientale, espressamente confermati anche in assenza di produzione.
Nel frattempo, per il 27 ottobre è previsto a Palazzo Chigi un nuovo confronto tra Governo e organizzazioni sindacali. Al centro della discussione ci sono il futuro degli stabilimenti, le garanzie occupazionali e le prospettive produttive.
Regione Puglia, rappresentanti delle istituzioni territoriali e organizzazioni sindacali hanno già condiviso un documento nel quale viene indicata la necessità di una continuità industriale compatibile con la salute e accompagnata dalla decarbonizzazione.
Su questi aspetti The Bill ha già approfondito la crisi industriale dell’ex Ilva e le conseguenze di un’eventuale chiusura. La nuova indagine aggiunge però una questione diversa: non soltanto quale futuro dare alla fabbrica, ma come verificare che le regole siano state effettivamente rispettate.
Il problema italiano non è soltanto avere regole, ma verificarle
La vicenda tarantina può essere letta anche come una prova della capacità delle istituzioni di controllare attività produttive strategiche senza rinunciare all’autonomia delle proprie valutazioni.
La produzione di acciaio è rilevante per numerose filiere economiche. Il rispetto delle prescrizioni ambientali e delle disposizioni sulla sicurezza, però, non può dipendere dalla convenienza del momento o dalle difficoltà finanziarie di un’impresa.
Allo stesso tempo, un’indagine giudiziaria non può sostituire la programmazione industriale, né stabilire da sola quali investimenti siano necessari per rendere sostenibile uno stabilimento.
Servono ruoli distinti e responsabilità riconoscibili. Alle imprese spetta documentare il rispetto degli obblighi. Agli organismi competenti compete svolgere verifiche tecniche indipendenti. Alla magistratura appartiene l’accertamento delle eventuali violazioni penali. Alla politica il compito di costruire condizioni economiche e normative che rendano possibile una produzione sicura.
Una maggiore accessibilità pubblica ai risultati dei monitoraggi, agli esiti delle ispezioni e allo stato di attuazione delle prescrizioni potrebbe contribuire a rafforzare la fiducia dei cittadini. Non cancellerebbe i conflitti, ma renderebbe più semplice distinguere le informazioni verificabili dalle affermazioni di parte.
È questa, in definitiva, la domanda che l’inchiesta ex Ilva lascia sul tavolo, indipendentemente da come si concluderà il procedimento: quanto vale una prescrizione ambientale se non è possibile avere piena fiducia nel sistema incaricato di verificarne il rispetto?
Per Taranto la risposta ha conseguenze che vanno oltre il destino di un singolo stabilimento. Riguarda la credibilità delle istituzioni, il diritto dei lavoratori alla sicurezza e la possibilità dei cittadini di conoscere le condizioni dell’ambiente in cui vivono.
Prima di stabilire eventuali colpe occorrerà attendere le decisioni della magistratura. Nel frattempo, resta un principio che non richiede alcuna sentenza per essere condiviso: la tutela dell’interesse pubblico dipende anche dalla qualità, dalla trasparenza e dall’indipendenza dei controlli.