Le Regioni con l’assistenza sanitaria peggiore in Italia

Le Regioni con l’assistenza sanitaria peggiore in Italia

Regioni con la peggiore assistenza sanitaria in Italia: dove il Servizio sanitario nazionale funziona meno e perché il divario continua ad aumentare.

La sanità italiana continua a garantire livelli di eccellenza riconosciuti anche a livello internazionale, ma dietro questo risultato si nasconde una realtà molto meno uniforme. A seconda della regione di residenza, infatti, le possibilità di ricevere cure tempestive ed efficaci possono cambiare sensibilmente. Le differenze non riguardano soltanto le liste d’attesa o la disponibilità di specialisti, ma investono l’intera organizzazione dei servizi sanitari: dalla prevenzione all’assistenza territoriale, fino alle prestazioni ospedaliere.

L’ultima fotografia del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) del Ministero della Salute conferma ancora una volta una geografia della sanità italiana fortemente sbilanciata. Le regioni settentrionali occupano stabilmente le prime posizioni della graduatoria, mentre gran parte del Mezzogiorno continua a inseguire, con conseguenze che ormai vanno ben oltre il semplice dato statistico. Il fenomeno della mobilità sanitaria, infatti, sta contribuendo a rafforzare economicamente i territori più efficienti e ad aggravare le difficoltà di quelli in maggiore sofferenza.

La classifica delle Regioni: il Sud continua a rincorrere

Il sistema di valutazione del Ministero attribuisce un punteggio massimo teorico di 300 punti, sommando i risultati ottenuti nelle tre principali aree assistenziali. La graduatoria evidenzia una distanza che negli anni si è consolidata.

A guidare la classifica è il Veneto con 288 punti, seguito da Emilia-Romagna (282) e Toscana (280). Restano ai vertici anche Piemonte (272), Provincia autonoma di Trento (271) e Lombardia (270).

Nella parte centrale della graduatoria trovano spazio Umbria, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Marche, Lazio e Abruzzo, mentre le ultime posizioni sono occupate quasi esclusivamente da regioni meridionali.

Le performance peggiori riguardano infatti:

  • Calabria: 189 punti
  • Molise: 192 punti
  • Sicilia: 196 punti
  • Basilicata: 205 punti
  • Provincia autonoma di Bolzano: 206 punti
  • Campania: 209 punti
  • Sardegna: 212 punti
  • Valle d’Aosta: 213 punti

Il dato che colpisce maggiormente è il distacco rispetto alle regioni leader. Tra Veneto e Calabria si registra infatti una differenza di 99 punti, quasi un terzo dell’intero punteggio disponibile.

Come viene misurata la qualità della sanità italiana

La classifica non nasce da valutazioni soggettive, ma da un articolato sistema di monitoraggio sviluppato dal Ministero della Salute.

Il Nuovo Sistema di Garanzia analizza 88 indicatori, articolati in ulteriori sotto-parametri, con l’obiettivo di misurare la capacità delle amministrazioni regionali di garantire i livelli essenziali di assistenza previsti dal Servizio sanitario nazionale.

L’esame si concentra su tre grandi aree.

Prevenzione

La prima riguarda la prevenzione collettiva e la sanità pubblica. Vengono monitorati elementi come:

  • copertura vaccinale;
  • programmi di screening oncologico;
  • attività di prevenzione delle malattie infettive;
  • controlli sanitari sulla popolazione.

È il settore che negli ultimi anni ha mostrato i progressi più omogenei sull’intero territorio nazionale.

Assistenza territoriale

La seconda macro-area valuta tutto ciò che avviene fuori dagli ospedali.

Tra gli indicatori rientrano:

  • qualità dell’assistenza fornita dai medici di medicina generale;
  • appropriatezza delle prescrizioni farmaceutiche;
  • organizzazione dei servizi territoriali;
  • tempi di intervento del sistema di emergenza.

Proprio questo comparto rappresenta uno dei principali punti deboli di molte regioni meridionali, nonostante alcuni segnali di miglioramento registrati negli ultimi anni.

Assistenza ospedaliera

L’ultima area prende in esame le prestazioni offerte dagli ospedali.

Il monitoraggio considera, tra gli altri:

  • qualità dei ricoveri;
  • percentuale dei parti cesarei;
  • mortalità entro trenta giorni per patologie acute come ictus e infarto;
  • appropriatezza degli interventi chirurgici.

A livello nazionale questo settore continua a mantenere standard generalmente elevati, pur evidenziando un lieve rallentamento rispetto agli anni precedenti.

Perché alcune Regioni continuano a rimanere indietro

Le classifiche rappresentano soltanto la conseguenza finale di problemi strutturali che si trascinano da decenni.

Nelle regioni che occupano le ultime posizioni incidono contemporaneamente diversi fattori:

  • carenza di personale sanitario;
  • difficoltà nel reclutamento di medici specialisti;
  • infrastrutture ospedaliere meno moderne;
  • ritardi negli investimenti;
  • popolazione più anziana in alcune aree interne;
  • maggiore difficoltà nel garantire una rete capillare di servizi territoriali.

Negli ultimi anni il PNRR ha destinato risorse importanti al potenziamento della medicina territoriale attraverso Case della Comunità, Centrali operative territoriali e Ospedali di Comunità. Tuttavia molte di queste strutture sono ancora in fase di realizzazione oppure devono essere rese pienamente operative, per cui gli effetti concreti richiederanno ancora tempo.

La mobilità sanitaria: quando i pazienti diventano una fonte di finanziamento

Esiste però un altro elemento che contribuisce ad ampliare il divario tra le diverse aree del Paese: la cosiddetta mobilità sanitaria interregionale.

Ogni anno centinaia di migliaia di cittadini scelgono di farsi curare in una regione diversa da quella di residenza. Il fenomeno interessa soprattutto interventi chirurgici complessi, cure oncologiche, cardiologia, neurochirurgia, ortopedia e alta specializzazione.

Il meccanismo economico è semplice.

Quando un paziente residente, ad esempio, in Calabria si opera in Lombardia o in Veneto, è la regione di provenienza a rimborsare economicamente quella che ha erogato la prestazione.

Questo sistema produce un doppio effetto.

Da un lato i cittadini riescono ad accedere a strutture considerate più affidabili o più rapide; dall’altro le regioni già efficienti incassano ulteriori risorse economiche, mentre quelle in difficoltà vedono diminuire una parte dei propri finanziamenti.

Quanto vale l’emigrazione sanitaria

Secondo i dati elaborati negli ultimi anni dalla Fondazione GIMBE, la mobilità sanitaria interregionale movimenta stabilmente oltre 5 miliardi di euro l’anno, con una forte concentrazione dei flussi economici verso poche realtà del Centro-Nord.

Tra le principali beneficiarie figurano abitualmente:

  • Lombardia;
  • Emilia-Romagna;
  • Veneto.

Queste regioni registrano saldi economici ampiamente positivi grazie all’elevata capacità di attrarre pazienti provenienti dal resto d’Italia.

Sul fronte opposto, Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e altre amministrazioni meridionali presentano spesso saldi negativi particolarmente consistenti, dovendo trasferire centinaia di milioni di euro verso le regioni ospitanti.

Si tratta di risorse che, almeno teoricamente, potrebbero essere impiegate per assumere personale, acquistare nuove tecnologie o rafforzare i servizi locali, ma che invece finiscono per finanziare sistemi sanitari già più solidi.

Un circolo vizioso difficile da interrompere

Gli esperti parlano spesso di un vero e proprio circolo vizioso.

Quando una regione offre servizi percepiti come più efficienti, aumenta il numero dei pazienti provenienti dall’esterno. Più pazienti significano maggiori entrate economiche, che consentono ulteriori investimenti in tecnologie, ricerca, strutture e personale.

Al contrario, le regioni che registrano livelli assistenziali inferiori vedono crescere la fuga dei pazienti, perdono risorse finanziarie e incontrano maggiori difficoltà nel migliorare i propri servizi.

Il rischio è quello di alimentare progressivamente un sistema sanitario sempre più sbilanciato, nel quale il luogo di nascita o di residenza incide in misura crescente sulle opportunità di cura.

I segnali positivi non mancano, ma il divario resta evidente

Il quadro non è comunque interamente negativo.

Il monitoraggio ministeriale evidenzia alcuni miglioramenti soprattutto nell’assistenza territoriale di diverse regioni del Centro-Sud e una crescita abbastanza uniforme degli indicatori legati alla prevenzione.

Ciò dimostra che il divario non è immutabile e che gli investimenti possono produrre risultati concreti nel medio periodo.

Resta però evidente come la distanza tra le aree più virtuose e quelle maggiormente in difficoltà continui a rappresentare una delle principali criticità del Servizio sanitario nazionale. Le differenze nei punteggi del Nuovo Sistema di Garanzia raccontano infatti molto più di una semplice classifica: descrivono un Paese nel quale il diritto costituzionale alla salute viene ancora garantito con livelli di qualità molto diversi a seconda della regione in cui si vive.

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