Per anni la Spagna è stata raccontata come un’economia fragile, appesantita dalla disoccupazione, dipendente dal turismo e incapace di colmare la distanza con le grandi potenze industriali europee. Oggi quella rappresentazione appare sempre meno aderente alla realtà.
Madrid cresce a una velocità nettamente superiore rispetto a Roma, crea occupazione, amplia la propria popolazione attiva e sostiene la domanda interna. Il confronto con l’Italia non riguarda soltanto qualche decimale di prodotto interno lordo: mette in discussione due differenti modi di affrontare salari, immigrazione, investimenti e trasformazione del sistema produttivo.
Le previsioni pubblicate nella primavera del 2026 dalla Commissione europea indicano per la Spagna un aumento del Pil reale del 2,4%, mentre per l’Italia la stima si ferma allo 0,5%. In altri termini, l’economia iberica dovrebbe avanzare a un ritmo quasi cinque volte superiore. Non si tratta, inoltre, di una fiammata isolata. Dal superamento della fase più critica della pandemia, Madrid ha mantenuto una dinamica più vivace rispetto alla media dell’area euro, sostenuta da consumi, investimenti, occupazione e servizi.
Spagna e Italia, una distanza che non nasce nel 2026
Il divario attuale è il risultato di tendenze maturate nel corso di più anni. Anche l’Istat, nel Rapporto annuale 2026, ha dedicato un approfondimento al confronto tra le due economie, rilevando come la maggiore espansione spagnola non possa essere spiegata soltanto da fattori ciclici o da una ripresa turistica particolarmente favorevole.
Dietro i numeri si intravede una diversa capacità di generare domanda interna e di orientare attività e investimenti verso comparti con un contenuto tecnologico più elevato, soprattutto nei servizi. La Spagna continua ad avere problemi strutturali importanti, dalla disoccupazione ancora alta alla produttività non sempre uniforme, ma negli ultimi anni ha dimostrato una maggiore capacità di trasformare l’aumento della popolazione e dell’occupazione in crescita economica.
L’Italia, al contrario, continua a dipendere in misura significativa dall’andamento delle esportazioni e dagli investimenti alimentati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Quando la domanda internazionale rallenta o l’inflazione riduce il potere d’acquisto delle famiglie, l’economia nazionale mostra immediatamente la propria debolezza. La Commissione europea osserva infatti che nel 2026 i consumi italiani sono frenati dalla perdita di capacità di spesa, mentre proprio gli investimenti legati al Pnrr rappresentano uno dei principali sostegni rimasti alla crescita.
La vera forza di Madrid è la domanda interna
Uno dei tratti distintivi del modello spagnolo è la capacità di alimentare un circuito interno tra occupazione, redditi e consumi. Una popolazione lavorativa in espansione significa più persone che producono, pagano imposte, affittano o acquistano abitazioni, utilizzano trasporti, consumano beni e richiedono servizi. Questo meccanismo allarga il mercato nazionale e rende il sistema meno dipendente esclusivamente dalle vendite verso l’estero.
Secondo l’Ocse, la crescita spagnola degli ultimi anni è stata sostenuta da una combinazione di consumi privati robusti, aumento della forza lavoro, ripresa del turismo, investimenti europei e maggiore spesa pubblica. La stessa organizzazione segnala progressi sia nell’occupazione sia nella produttività totale dei fattori, pur ricordando che il reddito pro capite spagnolo non ha ancora raggiunto quello delle economie europee più avanzate.
Questo elemento è essenziale per evitare letture trionfalistiche. La Spagna non è diventata improvvisamente una macchina perfetta. La disoccupazione resta superiore a quella italiana e la precarietà non è scomparsa. Tuttavia, la direzione di marcia appare più favorevole: il mercato del lavoro assorbe nuove persone, l’attività economica si espande e la distanza con alcuni partner europei ha iniziato a ridursi.
Immigrazione come politica economica, non solo come emergenza
Il punto più controverso del confronto riguarda l’immigrazione. Mentre in gran parte d’Europa il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente su confini, rimpatri e sicurezza, la Spagna ha progressivamente inserito i flussi migratori all’interno della propria strategia demografica e occupazionale.
I dati dell’Istituto nazionale di statistica spagnolo mostrano che, al 1° gennaio 2026, il Paese aveva superato i 49,5 milioni di residenti e, per la prima volta, i dieci milioni di abitanti nati all’estero. L’aumento della popolazione è stato determinato soprattutto dagli ingressi dall’America Latina e dal Nord Africa, in un contesto nel quale la componente autoctona, come accade in Italia, tende invece a invecchiare.
La differenza è nel modo in cui questa trasformazione viene gestita. L’Ocse rileva che in Spagna il tasso di partecipazione al lavoro degli immigrati è particolarmente elevato: nel terzo trimestre del 2025 raggiungeva il 69,3%, contro il 57,6% registrato tra i lavoratori nativi. Molti nuovi arrivati sono in età lavorativa e trovano impiego rapidamente, specialmente quando provengono dall’America Latina e possono contare su una prossimità linguistica e culturale.
Questo non significa che ogni forma di immigrazione produca automaticamente benessere. Senza regolarizzazione, formazione, accesso all’abitazione e contrasto allo sfruttamento, i flussi possono alimentare lavoro nero e marginalità. La lezione spagnola è un’altra: quando l’integrazione viene collegata al mercato del lavoro, la crescita demografica può contribuire ad ampliare sia la capacità produttiva sia i consumi.
Salari e consumi: il nodo che penalizza l’Italia
L’altra grande differenza riguarda le retribuzioni. Negli ultimi anni la Spagna ha aumentato ripetutamente il salario minimo, cercando di sostenere i redditi più bassi senza attendere che la crescita economica producesse benefici spontanei. La scelta è stata criticata da chi temeva effetti negativi sull’occupazione, ma il mercato del lavoro ha continuato a espandersi.
In Italia manca invece un salario minimo legale e la crescita delle retribuzioni contrattuali non è riuscita a compensare pienamente l’aumento dei prezzi accumulato nella fase inflazionistica. Il risultato è una domanda interna debole: famiglie più prudenti, consumi rallentati e minore capacità delle imprese di espandersi sul mercato domestico.
È qui che il paragone tra Roma e Madrid diventa più interessante. La competitività italiana è stata spesso costruita sulla moderazione salariale, nella convinzione che un costo del lavoro contenuto potesse sostenere le esportazioni. Ma salari stagnanti significano anche meno acquisti, minori investimenti delle famiglie e meno incentivi per le aziende a innovare. Un sistema che compete principalmente riducendo i costi rischia di restare intrappolato in produzioni a basso valore aggiunto.
Innovazione: la questione non è quanto si spende, ma dove
La Spagna sta beneficiando anche di una maggiore diffusione di attività digitali e servizi avanzati. Non ha superato tutti i propri ritardi industriali, ma ha attratto investimenti nei settori tecnologici, nelle energie rinnovabili, nei data center, nelle infrastrutture digitali e nei servizi professionali.
L’Italia conserva un apparato manifatturiero più ampio e una forte specializzazione in numerose filiere di qualità. Eppure questa base produttiva non è sufficiente a garantire una crescita sostenuta. L’Istat ricorda che il nostro Paese rimane in fondo alla graduatoria delle maggiori economie europee per spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al Pil. Il problema non riguarda soltanto la quantità di risorse, ma anche la frammentazione delle imprese, la difficoltà nel trasferire innovazione dalla ricerca al mercato e la scarsità di aziende capaci di aumentare rapidamente dimensioni e produttività.
Da questo punto di vista, il confronto con Madrid non suggerisce di copiare integralmente un modello straniero. Indica piuttosto che turismo, servizi, industria ed economia digitale possono rafforzarsi a vicenda quando sono accompagnati da investimenti, formazione e un mercato interno sufficientemente dinamico.
Il Pnrr non può sostituire una politica di crescita
Entrambi i Paesi hanno ricevuto risorse ingenti attraverso il programma europeo Next Generation EU. La presenza dei fondi comunitari, dunque, non basta da sola a spiegare la distanza. Spagna e Italia hanno utilizzato quel sostegno all’interno di strutture economiche e demografiche differenti.
Per Roma il Pnrr ha rappresentato un ammortizzatore decisivo, capace di sostenere gli investimenti in una fase di stagnazione. Ma un programma temporaneo, per quanto vasto, non può sostituire una strategia di lungo periodo. Quando i progetti saranno conclusi e i flussi europei diminuiranno, resteranno i problemi di fondo: bassa produttività, popolazione in calo, debolezza dei salari, carenza di competenze e difficoltà della pubblica amministrazione nel realizzare investimenti in tempi certi.
Madrid sembra aver utilizzato la spinta europea all’interno di un ciclo già alimentato da occupazione e consumi. L’Italia, invece, rischia di considerare la spesa del Pnrr come un obiettivo in sé, senza affrontare con la stessa determinazione le condizioni che dovrebbero rendere duraturi i suoi effetti.
Il modello spagnolo ha anche punti deboli
Presentare la Spagna come un esempio privo di contraddizioni sarebbe fuorviante. La crescita della popolazione esercita una pressione molto forte sulle città, sugli affitti e sui servizi pubblici. In diverse aree urbane il costo delle abitazioni è diventato un problema politico centrale. Il turismo di massa, pur contribuendo al Pil, accentua la competizione per gli alloggi e aumenta il malcontento dei residenti.
Resta inoltre elevata la disoccupazione, che alla fine del 2025 era scesa sotto il 10% ma rimaneva comunque tra le più alte dell’Unione europea. Anche la produttività per occupato deve migliorare ulteriormente affinché l’espansione si traduca in un aumento stabile del benessere individuale.
La forza della Spagna, quindi, non sta nell’aver risolto ogni problema, ma nell’essere riuscita a rimettere in movimento il sistema. Un’economia che cresce può affrontare più facilmente squilibri sociali e finanziari; un Paese fermo, invece, vede ogni intervento trasformarsi in una contesa sulla distribuzione di risorse sempre più limitate.
La lezione per l’Italia: la demografia è già politica industriale
Il confronto tra le due sponde del Mediterraneo offre una chiave di lettura più ampia. Nel XXI secolo la politica demografica non è separata da quella economica. Un Paese con pochi giovani, pochi lavoratori e salari insufficienti non può sostenere a lungo pensioni, sanità, consumi e investimenti. Continuare a trattare l’immigrazione soltanto come un tema di ordine pubblico significa ignorarne l’impatto sulla disponibilità di manodopera, sul gettito fiscale e sulla domanda interna.
Allo stesso modo, considerare le retribuzioni esclusivamente come un costo impedisce di vedere la loro funzione economica. I salari sono anche consumi, risparmio, capacità di accedere al credito e incentivo per le imprese a investire in tecnologie che aumentino la produttività.
Il vero divario tra Italia e Spagna non nasce dunque da una singola misura né dalla personalità di un leader. Dipende dalla coerenza complessiva delle scelte. Madrid ha combinato ampliamento della forza lavoro, sostegno ai redditi, investimenti europei e sviluppo dei servizi. Roma continua invece a muoversi per interventi separati, spesso emergenziali, senza riuscire a trasformarli in una traiettoria riconoscibile.
La crescita spagnola potrebbe rallentare e alcune delle sue fragilità potrebbero diventare più evidenti. Ma il confronto resta utile perché dimostra che il declino non è una conseguenza inevitabile della posizione geografica, dell’appartenenza all’euro o dell’invecchiamento europeo. È anche il risultato delle priorità politiche, della capacità amministrativa e del modo in cui una società decide di considerare lavoro, innovazione e nuovi cittadini.