Taglia Usa sui vertici dei Pasdaran: la nuova offensiva contro l’Iran passa da petrolio, cyberattacchi e una possibile futura guerra anche contro la Cina?
Non è soltanto un nuovo pacchetto di misure restrittive. La decisione degli Stati Uniti di offrire fino a 10 milioni di dollari per informazioni utili a individuare alcuni vertici della Guardia rivoluzionaria iraniana apre un capitolo ulteriore nello scontro con Teheran. Washington prova a colpire contemporaneamente uomini, reti finanziarie, traffici energetici, canali tecnologici e relazioni internazionali del regime. Una strategia che, dietro il linguaggio della sicurezza nazionale, punta a rendere l’Iran un interlocutore economicamente sempre più isolato.
Nel messaggio diffuso dal Dipartimento di Stato, l’amministrazione americana ha chiesto segnalazioni su figure considerate centrali nell’apparato dei Pasdaran, accusate di avere coordinato operazioni ostili contro personale e interessi statunitensi. Nell’elenco vengono indicati Ahmed Vahidi, Ali Abdollahi, Said Aghajani, Hamidreza Lashgarian e Majid Khademi, associati rispettivamente ai vertici politici e operativi del corpo, alle attività aerospaziali e dei droni, alla guerra cibernetica e all’intelligence.
Il punto, però, va oltre le singole identità. La taglia è il segnale visibile di un piano più largo: per Washington, i Pasdaran non rappresentano solo un soggetto militare interno alla Repubblica Islamica, ma un’infrastruttura capace di muovere risorse, condurre azioni informatiche, sostenere milizie alleate e utilizzare il commercio energetico come fonte di finanziamento.
La pressione americana si sposta dalla diplomazia alle reti economiche
Il Dipartimento di Stato ha annunciato sanzioni contro numerose persone, società e imbarcazioni ritenute coinvolte in attività considerate destabilizzanti. Le accuse riguardano l’acquisto illecito di armamenti, il sostegno ad attacchi contro forze americane e partner regionali, le intrusioni nei sistemi informatici e la vendita di petrolio, derivati e prodotti petrolchimici destinata a generare liquidità per le strutture vicine alla Guardia rivoluzionaria.
Nel mirino finiscono quindi funzionari militari iraniani, imprese che avrebbero fornito copertura logistica e soggetti incaricati di reperire materiali per i programmi missilistici. Accanto a loro compaiono trasportatori, intermediari e operatori commerciali attivi in una geografia molto più ampia dei confini iraniani: Emirati Arabi Uniti, Cina, Singapore ed Europa.
È questa la parte più delicata della nuova fase. Colpire un generale o una società nazionale è relativamente semplice sotto il profilo politico. Molto più complesso è intervenire sulle catene che permettono a un prodotto iraniano di arrivare sul mercato, cambiare proprietario più volte, essere assicurato, trasportato e infine pagato. Il petrolio resta il cuore di quel meccanismo: non soltanto una merce, ma la valuta con cui Teheran mantiene margini di manovra in un sistema sottoposto da anni a restrizioni occidentali.
La linea americana sembra dunque ispirarsi a un principio netto: non basta punire chi vende, bisogna rendere rischioso anche acquistare, trasportare o facilitare la vendita. In questa prospettiva, le sanzioni secondarie diventano uno strumento decisivo, perché espongono a conseguenze commerciali e finanziarie anche aziende o Paesi terzi che continuano a fare affari con l’Iran.
“Economic outcast”: il progetto di isolamento totale di Teheran
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha illustrato l’impostazione dell’operazione definita “economic outcast”, letteralmente “emarginato economico”. L’obiettivo dichiarato è ridurre al minimo i canali attraverso cui il governo iraniano raccoglie valuta estera, ottiene credito, compra componenti sensibili o finanzia le proprie attività all’estero.
La formula richiama le campagne di massima pressione già sperimentate in passato, ma con un’ambizione più estesa. Non si tratta solo di bloccare rapporti diretti tra Stati Uniti e Iran, già limitati da tempo: Washington mira a scoraggiare ogni rapporto internazionale con il sistema economico iraniano, trasformandolo in un fattore di rischio per banche, armatori, raffinatori e società di intermediazione.
In questa cornice si inserisce l’avvertimento rivolto ai Paesi che mantengono rapporti commerciali con Teheran. L’idea è semplice, almeno sulla carta: chi aiuta l’Iran ad aggirare le restrizioni dovrebbe trovarsi di fronte alla scelta tra l’accesso ai mercati occidentali e gli affari con la Repubblica Islamica. Nella realtà, applicare questo schema richiede uno scontro diretto con economie che non riconoscono la legittimità delle sanzioni unilaterali americane.
La Cina è il caso più evidente. Pechino ha ribadito di opporsi a misure che non derivino da una decisione delle Nazioni Unite e ha annunciato che adotterà gli strumenti necessari per tutelare i propri interessi. Per il governo cinese, le relazioni con Teheran rientrano nella propria autonomia commerciale e non possono essere condizionate da provvedimenti adottati da Washington.
La Cina è il vero banco di prova della strategia americana
Il confronto con Pechino rende la vicenda molto più grande di una disputa bilaterale fra Stati Uniti e Iran. La Cina è da tempo il principale interlocutore commerciale di Teheran e uno dei destinatari principali del suo greggio, spesso acquistato a condizioni vantaggiose. Per l’Iran, questa relazione offre un’ancora economica; per la Cina, rappresenta una fonte energetica utile a diversificare gli approvvigionamenti e a contenere i costi.
Secondo le ricostruzioni circolate negli ultimi mesi, prima della chiusura dello stretto di Hormuz la quota di petrolio iraniano diretta verso la Cina sarebbe stata compresa tra l’80 e il 90 per cento delle esportazioni del Paese. Sono numeri che aiutano a capire perché la Casa Bianca non possa ignorare il nodo cinese, anche se negli annunci ufficiali tende a evitare uno scontro frontale e nominale.
La disponibilità di riserve accumulate a prezzi più bassi, l’uso di fonti alternative e le limitazioni alle esportazioni di prodotti raffinati hanno consentito a Pechino di assorbire meglio di altri Paesi asiatici gli effetti della crisi energetica. Ma un blocco prolungato delle principali rotte marittime, o una stretta aggressiva sui pagamenti, potrebbe diventare un problema anche per la seconda economia mondiale.
Qui emerge la contraddizione centrale dell’operazione americana. Isolare l’Iran significa tentare di restringere le entrate di un Paese sottoposto a sanzioni; farlo davvero impone però di sfidare partner commerciali enormi, capaci di creare circuiti finanziari alternativi, di usare valute diverse dal dollaro e di proteggere i propri operatori economici.
Droni, cyberspazio e intelligence: la sicurezza non è più solo militare
Le accuse americane rivolte ai vertici dei Pasdaran insistono su un elemento cruciale: il campo di battaglia non coincide più soltanto con basi, missili e confini. Il responsabile delle forze aerospaziali e droni, insieme ai dirigenti indicati per cyberwarfare e intelligence, rappresenta una struttura in cui strumenti digitali, capacità di sorveglianza e mezzi senza pilota lavorano insieme.
Washington sostiene che alcune unità iraniane abbiano preso di mira infrastrutture critiche statunitensi attraverso attività informatiche. È un’accusa che riflette la trasformazione dei conflitti contemporanei: danneggiare una rete, sottrarre dati, interrompere servizi o individuare bersagli può produrre effetti politici e militari senza il bisogno di un attacco convenzionale.
In parallelo, inchieste giornalistiche internazionali hanno documentato il ruolo di tecnologie a duplice uso, cioè formalmente civili ma adattabili a finalità militari, nella cooperazione fra Iran e Cina. Componenti elettronici, sistemi di osservazione, informazioni satellitari e strumenti per la navigazione possono rafforzare programmi missilistici e capacità di raccolta dati, pur non apparendo sempre come forniture d’arma tradizionali.
È per questo che il pacchetto statunitense collega petrolio, logistica, intelligence e tecnologia. La lettura di Washington è che le entrate energetiche alimentino una filiera che arriva fino alle attività militari e alle operazioni regionali. Colpire un solo anello, secondo questa impostazione, lascerebbe intatto il resto della catena.
Le sanzioni possono fermare l’Iran o cambieranno soltanto le rotte?
La domanda ora è se l’inasprimento sarà sufficiente a costringere Teheran a modificare la propria condotta. Le sanzioni possono ridurre le entrate, aumentare i costi di trasporto e rendere più difficile acquistare tecnologie avanzate. Tuttavia, la loro efficacia dipende dalla cooperazione internazionale e dalla capacità di chi le subisce di adattarsi.
L’Iran ha già dimostrato negli anni di saper ricorrere a società schermo, triangolazioni, passaggi di proprietà, navi con rotte opache e pagamenti indiretti. Più la pressione cresce, più le transazioni tendono a spostarsi in circuiti difficili da monitorare. Il rischio è che il commercio non sparisca, ma diventi più costoso, meno trasparente e più dipendente da reti informali.
Per gli Stati Uniti, il successo dell’operazione non dipenderà quindi solo dal numero di soggetti designati o dalle taglie annunciate. Dipenderà dalla tenuta del fronte internazionale, dal comportamento della Cina e dalla capacità di intercettare il denaro prima che si trasformi in carburante politico e militare. L’offensiva contro i Pasdaran è, in fondo, un test sulla forza del dollaro e sull’influenza americana in un mondo sempre più disposto a cercare vie alternative.