Il documentario Naza ha portato a Venezia le voci di chi conosce dall’interno la guerra israeliana a Gaza. Dopo il premio speciale della giuria, i suoi registi, Yuval Abraham e Rachel Szor, si sono ritrovati sotto attacco nel loro Paese: il ministro della Cultura li ha definiti traditori, arrivando a prospettare la revoca della cittadinanza.
Dietro lo scontro sul film emerge una domanda che supera il conflitto mediorientale: che cosa accade quando chi racconta una guerra mette in discussione le decisioni del proprio Stato?
La questione riguarda anzitutto il contenuto delle testimonianze. Ma investe anche il modo in cui un governo risponde alle contestazioni, la responsabilità umana nell’impiego delle tecnologie militari e la distanza tra il riconoscimento culturale di una denuncia e le sue conseguenze politiche.
Un premio cinematografico non certifica ogni affermazione pronunciata davanti a una telecamera. Allo stesso modo, accusare di slealtà chi raccoglie quelle affermazioni non serve a smentirle. È nello spazio tra queste due evidenze che si colloca il caso Naza.
Che cosa racconta il documentario Naza
Il lavoro di Abraham e Szor raccoglie le testimonianze di 24 persone provenienti dall’esercito e dai servizi d’intelligence israeliani, delle quali protegge l’identità. Il titolo rimanda a un acronimo ebraico utilizzato in ambito militare per indicare i danni collaterali. Dietro quella formula, nel racconto del film, ci sono soprattutto i civili palestinesi.
Il punto più controverso riguarda i criteri con cui si autorizzano gli attacchi. Secondo le testimonianze descritte da Pierre Haski su France Inter, la valutazione delle operazioni avrebbe incluso soglie molto elevate di vittime civili previste. Una delle fonti parla di un’autorizzazione che contemplava fino a 500 morti civili in una singola azione.
La cifra richiede un’attribuzione precisa: è il racconto di un testimone, non un dato da estendere automaticamente a tutti i bombardamenti. Per accertare le responsabilità di un episodio occorrono riscontri sulle informazioni disponibili, sugli obiettivi e sulle decisioni prese. La gravità dell’accusa rende questa distinzione ancora più necessaria.
Il documentario affronta inoltre la distruzione degli spazi urbani e le conseguenze sul possibile ritorno degli sfollati. Secondo la ricostruzione riportata da Haski, il film sostiene che alcune pratiche militari concorrano a rendere impraticabile la ripresa della vita palestinese nelle aree colpite.
Qui si apre un tema spesso assorbito dal conteggio quotidiano delle vittime. Una casa distrutta significa perdere un riparo, ma anche documenti, risparmi, memoria familiare. Quando scompaiono interi quartieri, la domanda diventa più ampia: dove potranno tornare le persone, e con quali possibilità di ricostruire una comunità?
Le accuse ai registi e la risposta delle autorità israeliane
Il ministro della Cultura Miki Zohar ha reagito definendo Abraham e Szor traditori in tempo di guerra e prospettando la possibilità di privarli della cittadinanza israeliana. È una minaccia politica, che non va confusa con un provvedimento già adottato.
Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha respinto il film ricorrendo all’espressione calunnia del sangue, un richiamo alle accuse antisemite storicamente rivolte contro gli ebrei. Secondo France Inter, ha inoltre chiesto ai servizi giuridici militari di valutare iniziative nei confronti degli ex appartenenti all’esercito che testimoniano nell’opera.
Benjamin Netanyahu ha a sua volta denunciato il documentario come un incitamento e lo ha collegato alla diffusione dell’antisemitismo. Le autorità militari contestano la rappresentazione delle operazioni e respingono le accuse contro i soldati. La posizione israeliana resta quella di una campagna contro Hamas nella quale l’esercito sostiene di adottare misure per limitare i danni ai civili.
Il dato politicamente significativo, nel resoconto di Haski, è che Zohar e Zamir avrebbero reagito conoscendo il trailer e gli articoli di stampa, senza avere visto l’opera completa. Se il confronto parte da qui, il rischio è evidente: il giudizio sugli autori precede l’esame del loro lavoro.
L’accusa di tradimento modifica infatti l’oggetto della discussione. Non chiede più se una testimonianza sia attendibile, quali documenti la sostengano o dove presenti incongruenze. Chiede da quale parte stia chi parla. È un criterio di appartenenza che, applicato al giornalismo, può rendere sospetta qualsiasi indagine capace di danneggiare l’immagine nazionale.
Intelligenza artificiale a Gaza: il problema resta chi decide
Il documentario Naza si inserisce in un percorso d’inchiesta precedente. Il 3 aprile 2024, su +972 Magazine e Local Call, Abraham aveva pubblicato un’indagine sul sistema Lavender, basata sulle testimonianze di sei fonti dell’intelligence israeliana.
Secondo quell’inchiesta, il programma avrebbe contribuito a identificare decine di migliaia di palestinesi come sospetti appartenenti a gruppi armati. Le fonti descrivevano controlli umani limitati e un forte affidamento sui risultati del sistema, soprattutto nelle prime fasi della guerra. L’esercito contestava questa ricostruzione, presentando gli strumenti informatici come supporti all’analisi e ribadendo la necessità di verifiche per individuare gli obiettivi.
La divergenza riguarda quindi il funzionamento concreto della catena decisionale. Quanto tempo riceve l’operatore per controllare? Quali informazioni può consultare? Può fermare il processo quando dubita? Sono domande più utili dell’immagine, suggestiva ma semplificante, di una macchina che combatte da sola.
La chiave di lettura globale è questa: la presenza formale di un essere umano non dimostra, da sola, l’esistenza di un controllo sostanziale. Se una persona deve convalidare rapidamente un numero enorme di segnalazioni, occorre capire quanto margine conservi per verificarle e respingerle.
Un algoritmo, inoltre, non stabilisce autonomamente le finalità politiche di una campagna militare. Qualcuno sceglie i dati, definisce le categorie, organizza il lavoro e autorizza l’impiego dei risultati. Attribuire tutto alla tecnologia rischia così di nascondere proprio le responsabilità che un’inchiesta dovrebbe ricostruire.
Dalla Striscia alla Cisgiordania: che cosa aggiunge B’Tselem
Al dibattito sul film si affianca il rapporto The Elimination Project, diffuso dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Il documento riguarda la Cisgiordania e si fonda, secondo l’organizzazione, su oltre 2.000 testimonianze raccolte tra i palestinesi dall’ottobre 2023, oltre che sul suo lavoro pluridecennale di documentazione.
B’Tselem accusa Israele di smantellare sistematicamente le condizioni della vita collettiva palestinese. La sua analisi mette in relazione violenza, espulsioni, restrizioni agli spostamenti, impoverimento e indebolimento delle istituzioni sociali e politiche. Si tratta della valutazione dell’organizzazione, da distinguere da un accertamento giudiziario.
Il contributo del rapporto alla lettura del caso Naza sta nella prospettiva: osservare non soltanto i singoli episodi, ma anche gli effetti cumulativi sulla possibilità di abitare un territorio. Gaza e Cisgiordania restano contesti diversi; sovrapporli cancellerebbe differenze decisive. Esaminarli insieme permette però di interrogarsi sul futuro delle comunità palestinesi oltre l’emergenza immediata.
Questa prospettiva sposta l’attenzione dal solo momento dell’attacco a ciò che rimane dopo: accesso al lavoro, continuità dell’istruzione, relazioni familiari, possibilità di organizzarsi. La sopravvivenza di una popolazione comprende anche queste condizioni materiali e sociali.
Gli applausi di Venezia e il conto che resta aperto
Il successo del documentario Naza alla Mostra del Cinema rende visibile una frattura. Voci israeliane che denunciano le condotte del proprio Paese ricevono un riconoscimento internazionale mentre incontrano una reazione durissima da parte delle autorità nazionali.
Occorre tuttavia evitare una scorciatoia: una platea cinematografica non rappresenta l’intera Europa. L’accoglienza di Venezia segnala attenzione e partecipazione in un luogo culturale influente; non misura da sola l’opinione pubblica europea e non dimostra un cambiamento uniforme nelle scelte dei governi.
Proprio questa distanza merita attenzione. Applaudire una denuncia comporta un impegno diverso dal sostenerne le conseguenze: chiedere verifiche indipendenti, proteggere chi testimonia, pretendere risposte circostanziate. Il riconoscimento culturale può aprire una discussione, ma non la risolve.
Per questo il valore pubblico del film andrà cercato anche oltre il premio. Le sue testimonianze possono essere contestate, confrontate con altre prove, approfondite. È il lavoro necessario per passare dall’impatto emotivo alla conoscenza. Né il successo a un festival né una condanna governativa possono sostituirlo.
Il caso lascia infine una domanda scomoda per qualsiasi democrazia in guerra: chi documenta possibili abusi sta danneggiando il Paese oppure gli sta offrendo una possibilità di correggersi? Liquidarlo come traditore evita la domanda, ma lascia intatti i fatti da chiarire. Si può tentare di spegnere il proiettore. Il conto della guerra resta comunque sul tavolo.