Dieci procedimenti giudiziari affrontati nell’arco di dodici anni, 342 udienze, due anni trascorsi tra carcere, domiciliari e obblighi cautelari, per poi arrivare a dieci assoluzioni definitive.
La vicenda giudiziaria di Giovanni Fiscon, ex direttore generale di Ama Roma, torna ad alimentare il dibattito sul rapporto tra giustizia, misure cautelari, esposizione mediatica e tutela della reputazione delle persone coinvolte nelle grandi inchieste. Una storia che si intreccia con quella di Mafia Capitale, una delle indagini più note degli ultimi decenni, ma che finisce per raccontare anche il prezzo umano pagato da chi, dopo anni di processi, viene riconosciuto innocente.
Dodici anni di processi conclusi con dieci assoluzioni
Il bilancio finale della vicenda giudiziaria di Giovanni Fiscon è tanto semplice quanto impressionante nei numeri: dieci procedimenti, dieci assoluzioni ormai definitive. Un percorso iniziato nel dicembre 2014 con il clamoroso blitz che diede il via all’inchiesta conosciuta inizialmente come Mafia Capitale, poi ribattezzata Mondo di Mezzo, e terminato soltanto negli ultimi mesi con la definizione di tutti i fascicoli aperti nei suoi confronti.
Al di là degli aspetti strettamente processuali, la sua esperienza ripropone un interrogativo che periodicamente riemerge nel dibattito pubblico: quale sia il costo personale, professionale e familiare di una lunga vicenda giudiziaria quando l’esito finale è rappresentato dall’assoluzione.
L’arresto che segnò l’inizio dell’incubo
Fiscon ricorda con precisione la mattina del 2 dicembre 2014, quando la sua abitazione venne raggiunta dagli uomini del ROS dei Carabinieri per eseguire un’ordinanza di custodia cautelare.
L’accusa riguardava presunti reati contro la pubblica amministrazione, tra cui corruzione e turbativa d’asta, aggravati dall’ipotesi di aver favorito un’associazione mafiosa riconducibile a un noto esponente della criminalità romana legato alla Banda della Magliana.
Secondo il suo racconto, tutto avvenne davanti alla moglie e alle figlie, mentre successivamente venne effettuata anche una perquisizione nel suo ufficio Ama sotto gli occhi dei collaboratori.
Da un giorno all’altro, chi fino a poche ore prima guidava una delle principali aziende pubbliche della Capitale si ritrovò improvvisamente al centro della più importante inchiesta giudiziaria italiana di quel periodo.
Il clamore mediatico fu enorme. Quotidiani, televisioni e agenzie di stampa dedicarono ampio spazio alla notizia, alimentando l’idea che la criminalità organizzata avesse infiltrato stabilmente le istituzioni romane.
Dal carcere di Rebibbia al regime di Alta Sicurezza
Dopo l’arresto, Fiscon venne inizialmente trasferito presso il carcere romano di Rebibbia.
Pochi giorni dopo arrivò un nuovo trasferimento destinato a lasciargli un ricordo particolarmente doloroso. Senza che il difensore fosse preventivamente informato, venne condotto nella casa circondariale di Larino, in Molise, all’interno del reparto di Alta Sicurezza.
Il viaggio avvenne a bordo di un mezzo cellulare blindato, all’interno di una gabbia metallica, come previsto per i detenuti sottoposti a quel particolare regime.
Il punto di svolta arrivò il 19 dicembre 2014. Accogliendo il ricorso presentato dalla difesa, il Tribunale del Riesame escluse l’aggravante mafiosa e dispose gli arresti domiciliari.
La libertà piena, però, sarebbe rimasta ancora lontana.
Quasi due anni ai domiciliari prima del processo
Per circa ventitré mesi Fiscon rimase agli arresti domiciliari. Successivamente gli venne imposto l’obbligo di firma, misura che rimase in vigore fino all’aprile del 2017.
Nel frattempo iniziava uno dei processi più complessi e seguiti della cronaca giudiziaria italiana.
Le dimensioni del procedimento emergono anche dai numeri. Le udienze furono complessivamente 230, mentre alla prima comparizione davanti al Tribunale furono richiesti gli accrediti da oltre 250 organi di informazione, a conferma dell’enorme attenzione riservata al caso.
Il primo filone processuale si concluse il 20 luglio 2017, quando il Tribunale pronunciò nei confronti di Fiscon una sentenza di assoluzione con la formula “per non aver commesso il fatto”. La decisione divenne definitiva pochi mesi dopo.
La seconda inchiesta e una nuova assoluzione
La conclusione del primo procedimento non segnò però la fine delle vicende giudiziarie.
Nel 2019 prese infatti avvio il secondo filone collegato al cosiddetto Mondo di Mezzo. Anche in questo caso Fiscon dovette affrontare un lungo dibattimento, articolato in 45 udienze, al termine del quale arrivò una nuova assoluzione su tutti i capi di imputazione contestati.
Una decisione che consolidava ulteriormente il quadro processuale favorevole all’ex dirigente Ama.
Altri otto procedimenti estranei a Mafia Capitale
Parallelamente ai due processi principali, la magistratura avviò anche altri procedimenti riguardanti il settore ambientale e la gestione dei rifiuti.
Secondo quanto ricostruito dallo stesso Fiscon, si trattava di vicende completamente autonome rispetto all’inchiesta su Mafia Capitale.
Complessivamente dovette affrontare altri otto procedimenti, sfociati in sette processi e in un procedimento conclusosi già nella fase preliminare con una pronuncia favorevole del giudice.
In totale le contestazioni riguardarono venti capi d’imputazione e richiesero ulteriori 64 udienze.
Anche questi fascicoli si conclusero tutti con sentenze di assoluzione passate in giudicato.
Il peso dell’etichetta giudiziaria
Uno degli aspetti che Fiscon considera più significativi riguarda il modo in cui la precedente incriminazione per Mafia Capitale continuò a comparire negli atti di successive indagini, pur essendo riferita a procedimenti del tutto diversi.
Secondo il suo racconto, nelle informative di polizia giudiziaria e nella documentazione predisposta per i rinvii a giudizio veniva frequentemente richiamata quella precedente vicenda processuale come elemento descrittivo della sua persona.
Una circostanza che, a suo giudizio, contribuì a prolungare gli effetti reputazionali dell’inchiesta ben oltre i confini del procedimento originario.
Le conseguenze sul lavoro e sulla vita privata
Le assoluzioni, pur definitive, non hanno cancellato gli effetti prodotti da oltre un decennio di vicende giudiziarie.
Sul piano professionale Fiscon evidenzia di essere stato sospeso dall’incarico presso Ama, azienda nella quale aveva lavorato dal 1987 ricoprendo ruoli dirigenziali, fino al successivo pensionamento, arrivato quando riteneva di poter ancora offrire un contributo significativo.
Ancora più difficile, racconta, è stato affrontare l’impatto sulla vita familiare.
L’attenzione costante dei mezzi di informazione, la notorietà del procedimento e l’associazione del proprio nome a una delle più celebri inchieste italiane hanno inciso profondamente sulla quotidianità della famiglia.
Secondo Fiscon, alcune conseguenze della straordinaria esposizione mediatica sarebbero percepibili ancora oggi, a distanza di anni dai fatti.
L’ex dirigente ritiene inoltre che un’esperienza così lunga possa aver lasciato tracce anche sotto il profilo dell’equilibrio psicofisico, maturate durante gli anni del procedimento e riemerse successivamente.
Quando il processo finisce ma gli effetti restano
La storia giudiziaria di Giovanni Fiscon si inserisce in una riflessione più ampia che da tempo coinvolge giuristi, magistrati e avvocati: quale debba essere il punto di equilibrio tra le esigenze investigative, la tutela della collettività e i diritti delle persone sottoposte a procedimento penale.
Nel suo caso, dopo dodici anni, il bilancio è rappresentato da dieci assoluzioni irrevocabili. Tuttavia, come emerge dal suo racconto, il riconoscimento giudiziario dell’innocenza non è stato sufficiente a cancellare completamente gli effetti prodotti dall’arresto, dalle misure cautelari, dalla perdita del lavoro e dall’imponente esposizione pubblica.
Una vicenda che riporta al centro dell’attenzione il tema delle conseguenze che possono derivare da procedimenti di lunghissima durata, soprattutto quando coinvolgono figure pubbliche destinate a essere sottoposte fin dall’inizio a un fortissimo giudizio mediatico.