Il conformismo, la paura delle etichette e quella domanda sempre più rara: “Ma siamo sicuri che non stiamo facendo una cazzata?”

Il conformismo, la paura delle etichette e quella domanda sempre più rara: “Ma siamo sicuri che non stiamo facendo una cazzata?”

Il conformismo possiede una forma di coraggio che gode di una popolarità straordinaria: il coraggio di essere d’accordo con tutti. È economico, non provoca discussioni, non rovina amicizie e soprattutto non richiede quel fastidioso esercizio che consiste nel chiedersi se ciò che stanno facendo cento persone abbia effettivamente senso.

Basta osservare la direzione dell’onda. Se tutti vanno a destra, si scopre di avere sempre avuto una particolare sensibilità per la destra. Se vanno a sinistra, riaffiorano improvvisamente convinzioni progressiste che risalivano, a quanto pare, alla scuola materna. Se corrono verso un precipizio, la prudenza suggerisce di non fare domande: centinaia di persone non potranno mica essersi sbagliate tutte insieme. È precisamente così che possono sbagliarsi.

Il conformismo e il costo del dissenso

Il conformismo non consiste necessariamente nel costringere qualcuno a pensare come gli altri. Sarebbe un sistema rozzo, faticoso e ormai decisamente antiquato. È molto più elegante fare in modo che pensare diversamente abbia un costo. Non ti si vieta di dissentire. Ti si lascia dissentire liberamente, ma prima ti si comunica quale etichetta potrebbe esserti applicata una volta terminata la frase.

Ed ecco perché alcune idee diventano quasi impossibili da discutere non quando sono dimostrate, ma quando sono state collocate dalla parte moralmente giusta della barricata. Se una proposta viene presentata come antirazzista, chi la mette in dubbio corre il rischio di dover spiegare per un quarto d’ora di non essere razzista prima di poter dedicare trenta secondi alla proposta. Se è fatta in nome dell’ambiente, bisogna dimostrare di non desiderare personalmente l’estinzione dell’orso polare. Se viene presentata come misura di sicurezza, occorre chiarire di non essere favorevoli ai criminali.

È un sistema meravigliosamente efficiente. L’argomento viene protetto da un sistema di antifurto morale. E mentre tutti discutono delle intenzioni, nessuno controlla più il motore.

Conformismo e linguaggio: razza e nazionalità non sono sinonimi

Un caso particolarmente interessante, ad esempio, si è verificato nel Parlamento italiano nel 2023. Il deputato del Partito Democratico Arturo Scotto presentò l’articolo aggiuntivo 27.08 al decreto-legge sulla pubblica amministrazione. La disposizione era semplicissima: negli atti e nei documenti delle pubbliche amministrazioni il termine “razza” sarebbe stato sostituito dal termine “nazionalità”. Il 30 maggio 2023 le Commissioni riunite Affari costituzionali e Lavoro della Camera lo approvarono.

E qui arriva la parte interessante. A favore si espressero esponenti di PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione-Italia Viva, ma anche Fratelli d’Italia e Lega. Alessandro Urzì annunciò il voto favorevole di FdI; Igor Iezzi quello della Lega. Simona Bonafè dichiarò la sottoscrizione del PD, Alfonso Colucci quella del M5S, Filiberto Zaratti quella di AVS e Roberto Giachetti annunciò il sostegno di Azione-Italia Viva.

Una di quelle rare occasioni nelle quali destra e sinistra riescono finalmente a mettere da parte le loro divergenze. Quando accade, il cittadino prudente dovrebbe immediatamente verificare dove ha lasciato il portafoglio.

La disposizione entrò poi effettivamente nel testo legislativo come articolo 27-bis: “negli atti e nei documenti delle pubbliche amministrazioni” il termine “razza” è sostituito da “nazionalità”. Fin qui i fatti. Le intenzioni individuali dei parlamentari non sono conoscibili attraverso un verbale e sarebbe arbitrario stabilire chi fosse intimamente convinto, chi considerasse la norma innocua, chi volesse semplicemente sostenere una finalità antidiscriminatoria e chi avesse altre ragioni.

Ma proprio il verbale contiene un particolare magnifico. Marcello Coppo, di Fratelli d’Italia, osservò che sarebbe stato opportuno migliorare la formulazione, perché il riferimento generico al concetto di razza rischiava di generare “interpretazioni fuorvianti”, soprattutto in alcuni settori della pubblica amministrazione. Il gruppo aveva appena annunciato voto favorevole. Poi la Lega annunciò voto favorevole. Poi l’emendamento venne approvato.

La scena, ridotta all’essenziale, potrebbe essere questa: “Forse è scritto male.” “Possibile.” “Potrebbe creare equivoci.” “Certamente.” “Magari sarebbe opportuno correggerlo.” “Senz’altro.” “Lo approviamo?” “Naturalmente.”

È qui che la questione smette di riguardare Arturo Scotto e comincia a riguardare noi. Perché l’emendamento offre un esempio perfetto di una domanda molto più ampia: quanto siamo realmente disposti a contestare un’idea quando il semplice fatto di contestarla può farci apparire moralmente sospetti?

Razza e nazionalità non indicano la stessa cosa

La domanda è ancora più interessante se si guarda al contenuto della disposizione. Perché “razza” e “nazionalità” non sono sinonimi. Non lo erano il giorno prima dell’approvazione. Non lo sono diventati il giorno dopo. E difficilmente potranno diventarlo per decreto, salvo che il Parlamento non abbia acquisito nel frattempo competenze legislative sulla lingua italiana.

La nazionalità, riferita a una persona, riguarda l’appartenenza a una comunità nazionale e, nell’uso giuridico, spesso il rapporto di cittadinanza con uno Stato. Un uomo può essere cittadino italiano essendo nato in Senegal. Può essere francese ed essere nato in Vietnam. Può essere britannico e avere genitori indiani. Può ottenere una nuova cittadinanza nel corso della propria vita. Pertanto può avere nazionalità americana e ascendenza asiatica.

Finora non risulta che, uscendo dal consolato con il nuovo passaporto, gli cambino contemporaneamente colore della pelle, patrimonio genetico, lineamenti e bisnonni. Se un cittadino del Ghana diventa italiano, ha cambiato cittadinanza. Non ha cambiato antenati. Se un italiano acquista la cittadinanza canadese, non comincia automaticamente ad avere antenati inuit e non sviluppa una predisposizione genetica all’hockey su ghiaccio. Nazionalità e caratteristiche biologiche, ascendenza, provenienza geografica o caratteristiche fenotipiche appartengono semplicemente a piani differenti.

Le parole cambiano, i concetti restano differenti

E qui bisogna essere altrettanto precisi con la parola “razza”. La moderna antropologia biologica e la genetica non riconoscono le vecchie “razze umane” come gruppi naturali nettamente separati, omogenei e biologicamente discreti. La variabilità umana è continua, le popolazioni si sono mescolate costantemente e la genetica contemporanea ragiona piuttosto in termini di popolazioni, ascendenza e distribuzione di varianti genetiche.

Benissimo. Ma se una parola è scientificamente impropria, non segue che diventi sinonimo di una parola che indica tutt’altro. Se scopro che “umori corporei” è un concetto medico superato, non posso sostituirlo con “codice fiscale”. Sono entrambi vocaboli italiani. Il vantaggio termina lì.

Se ciò che un documento amministrativo deve registrare è la cittadinanza, si scriva cittadinanza. Se deve indicare l’origine nazionale, si scriva origine nazionale. Se occorre parlare di ascendenza, si scriva ascendenza. Se occorre parlare di etnia, con tutte le cautele che anche questa categoria richiede, si scriva etnia. Se si parla di una determinata popolazione in un contesto medico o genetico, si utilizzi il termine scientificamente adeguato.

Questa pratica complicatissima prende il nome di “chiamare le cose con il loro nome”. Per fortuna non necessita ancora di una commissione parlamentare.

Conformismo e discriminazione: quando le parole confondono i concetti

Il paradosso diventa ancora più evidente osservando il resto dell’ordinamento. L’articolo 3 della Costituzione continua a proclamare l’uguaglianza dei cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E il decreto legislativo n. 215 del 2003 continua a disciplinare la parità di trattamento indipendentemente dalla “razza e dall’origine etnica”, definendo la discriminazione diretta e indiretta basata su quei fattori.

Qui compare un punto che viene spesso perduto nella battaglia contro i vocaboli. Il diritto può utilizzare il termine “razza” non perché riconosca scientificamente l’esistenza di razze umane discrete, ma perché esiste il fenomeno sociale del razzismo. Le vittime di una discriminazione non hanno bisogno di appartenere a una razza biologicamente esistente. È sufficiente che il discriminatore creda che vi appartengano.

Questa distinzione è fondamentale. Gli unicorni non esistono. Ma se un datore di lavoro fosse convinto che alcune persone siano unicorni e decidesse per questo di non assumerle, avremmo un problema reale causato da una categoria immaginaria. Il problema non sarebbe dimostrare scientificamente l’esistenza dell’unicorno. Sarebbe impedire al datore di lavoro di discriminare persone reali sulla base della sua zoologia privata.

Il razzismo funziona più o meno nello stesso modo: una classificazione può essere biologicamente infondata e produrre conseguenze sociali molto concrete. Ed è proprio per questo che la precisione delle parole dovrebbe aumentare, non diminuire.

La discriminazione, inoltre, non coincide con la semplice distinzione. Bello e brutto, ricco e povero, sano e malato, forte e debole, credente e ateo, settentrionale e meridionale sono distinzioni. Possono diventare discriminatorie a seconda del trattamento che ne consegue, ma il semplice riconoscimento di una differenza non equivale automaticamente a un’ingiustizia.

Un ospedale distingue tra sano e malato. Una gara distingue tra chi arriva primo e chi arriva ultimo. Un istituto di credito distingue fra situazioni economiche differenti. Una scuola distingue fra chi ha superato un esame e chi non lo ha superato. Il problema non è che gli esseri umani distinguano. Il problema è quando una distinzione irrilevante viene utilizzata per trattare ingiustamente una persona.

Uguaglianza non significa identità

Altrimenti, per eliminare ogni discriminazione, dovremmo abolire tutte le differenze. E qui l’impresa si complica. Per cominciare dovremmo essere tutti della stessa altezza. Poi dello stesso peso. Stesso reddito. Stessa religione. Stesso sesso. Stessa opinione. Stesso taglio di capelli. Stessa automobile. Il progetto avrebbe indubbiamente il vantaggio di rendere molto semplici le statistiche. Avrebbe qualche inconveniente per la civiltà.

Essere diversi non significa essere diseguali in dignità. È precisamente perché siamo diversi che il principio di uguaglianza davanti alla legge possiede un significato. Se fossimo tutti identici, non avremmo bisogno della tolleranza. Avremmo bisogno di una fotocopiatrice.

Identità e appartenenza non sono automaticamente un insulto verso chi possiede un’identità diversa. Una persona può sentirsi calabrese senza ritenere inferiore un piemontese; italiana senza disprezzare un francese; cristiana senza considerare meno degno un musulmano; musulmana senza disprezzare un ateo. Il dialogo tra culture ha senso proprio perché le culture non sono identiche. Se tutti pensassimo allo stesso modo, non avremmo un dialogo. Avremmo un’eco.

Il problema nasce quando dall’identità si passa alla gerarchia, dall’appartenenza al privilegio, dalla differenza alla negazione dei diritti. È lì che comincia la discriminazione. Non nel momento in cui il dizionario prende atto che esistono parole differenti per concetti differenti.

Il conformismo linguistico non cancella i pregiudizi

Eppure, abbiamo sviluppato una curiosa forma di puritanesimo linguistico secondo cui modificare la parola sembra talvolta più urgente che comprendere il fenomeno. Le parole contano, naturalmente. Le parole possono insultare, ferire, degradare. Ma credere che sostituire un vocabolo basti a correggere un pregiudizio è come pensare di curare una polmonite cambiando nome alla tosse.

Potremmo ribattezzarla “manifestazione respiratoria inclusiva”. Il paziente continuerebbe a tossire, ma con maggiore sensibilità istituzionale. Il pregiudizio vive nelle persone, non nel dizionario. Può servirsi delle parole, ma non dipende da una determinata parola. Eliminatene una e, se il pregiudizio rimane, ne troverà un’altra. Probabilmente prima che la Pubblica Amministrazione riesca ad aggiornare tutti i moduli.

Ed è qui che torniamo all’onda. Perché l’aspetto più interessante del caso del 2023 non consiste nel decidere quale partito avesse ragione. Consiste nell’osservare quanto sia difficile sollevare una semplice obiezione quando una proposta è circondata da un’aura morale.

La lotta alla discriminazione è un fine condivisibile. Ma da ciò non deriva logicamente che ogni provvedimento presentato come antidiscriminatorio sia automaticamente ben formulato.

Pensiero critico: si può condividere il fine e discutere il mezzo

Questa distinzione apparentemente banale vale per qualunque tema politico. Si può condividere un obiettivo e contestare lo strumento. Si può essere favorevoli alla tutela ambientale e discutere una particolare misura ambientale. Si può desiderare maggiore sicurezza e ritenere inefficace una determinata norma sulla sicurezza. Si può voler combattere il razzismo e contemporaneamente domandarsi se sostituire “razza” con “nazionalità” sia semanticamente coerente.

Il fine non rende infallibile il mezzo. Eppure, il dibattito pubblico tende continuamente a confondere le due cose. Chi contesta il mezzo viene associato all’opposto del fine. Ed è precisamente in quel momento che nasce il conformismo.

Non occorre nessuna censura. Basta l’etichetta. È una delle invenzioni più economiche della storia politica. Un uomo presenta un argomento. Rispondergli richiederebbe tempo, documenti e ragionamento. Chiamarlo con un nome richiede mezzo secondo: razzista, fascista, comunista, negazionista, buonista, reazionario, estremista, servo di qualcuno, nemico di qualcun altro.

Dopo l’etichetta, il ragionamento diventa facoltativo. L’umanità ha impiegato più di duemila anni a perfezionare la logica. I social network hanno risolto il problema nel giro di quindici.

Quando la libertà di parola diventa autocensura

Ma l’effetto più importante dell’etichetta non riguarda chi viene colpito. Riguarda tutti gli altri. È un avvertimento. Dice: “Naturalmente puoi esprimere quella perplessità. Guarda però cosa succede a chi lo fa”. Ed ecco che la censura più efficace non viene più esercitata dall’autorità. Viene esercitata preventivamente dal cittadino su se stesso.

Non dice ciò che pensa. Dice ciò che pensa di poter dire senza dover poi spiegare chi è. Il risultato può essere una società nella quale formalmente tutti hanno libertà di parola e praticamente sempre meno persone hanno voglia di usarla quando l’onda procede nella direzione opposta.

Il conformismo, peraltro, non ha partito. Questa è forse la sua qualità più democratica. Cambia divisa con una facilità impressionante. Può essere progressista al mattino, conservatore a pranzo, nazionalista nel pomeriggio e cosmopolita dopo cena. Ogni gruppo possiede i propri dogmi. Ogni tribù ha domande considerate intelligenti e altre considerate sospette. Ogni maggioranza possiede un punto oltre il quale il dubbio smette di essere un esercizio critico e comincia a diventare un difetto morale.

Per questo il pensiero indipendente non si misura dalla capacità di criticare la parte avversa. Quello riesce a tutti. Il pensiero critico comincia quando siamo disposti ad applicare alla nostra parte le stesse domande che rivolgiamo agli altri. E soprattutto quando siamo disposti a formularle mentre gli altri ci stanno guardando.

La domanda che una società libera dovrebbe conservare

Perché è molto facile accorgersi che un’idea era assurda cinque anni dopo. A quel punto escono libri, documentari e commemorazioni. Tutti spiegano che i segnali erano evidentissimi. Tutti dichiarano che loro, personalmente, avevano sempre nutrito qualche dubbio. Stranamente quei dubbi, quando sarebbero serviti, avevano deciso di vivere una vita estremamente privata.

La frase più importante in una società libera potrebbe allora essere anche la meno raffinata: “Aspettate un momento.” Non significa avere ragione. Significa soltanto concedersi il diritto di verificare. E qualche volta dovrebbe essere seguita da una seconda frase, meno accademica ma ancora più utile: “Siamo sicuri che non stiamo facendo una cazzata?”

Forse la risposta sarà: sì, siamo sicuri, e ci sono ottime ragioni per procedere. Benissimo. Si espongano le ragioni. Forse invece qualcuno scoprirà che cento persone stavano seguendo la centunesima, la quale a sua volta seguiva le prime cento.

È il grande mistero delle folle: tutti sanno dove stanno andando perché vedono gli altri andare nella stessa direzione. La prima pecora segue la seconda. La seconda segue la terza. La terza presume che la prima abbia informazioni riservate. A metà del percorso compare un esperto a spiegare scientificamente perché il gregge si sta muovendo nella direzione inevitabile della Storia.

Poco prima del burrone nasce un comitato. Il comitato raccomanda di non utilizzare la parola “burrone”, perché potrebbe avere una connotazione negativa. Da quel momento si chiamerà “opportunità altimetrica discendente”. La caduta rimarrà identica. Ma finalmente avremo risolto il problema del linguaggio.

Il conformismo finisce dove ricomincia la domanda

E forse è precisamente questo il punto. Una società non diventa più libera semplicemente perché elimina dal vocabolario le parole che la mettono a disagio. Diventa più libera quando conserva abbastanza persone disposte a fare domande che mettono a disagio.

Non per il gusto di contraddire. Non perché l’onda abbia necessariamente torto. Ma perché il numero delle persone che sostengono un’idea non sostituisce l’obbligo di capirla. E perché la storia non ha mai sofferto per eccesso di persone disposte ad alzare la mano insieme agli altri.

Di quelle ce ne sono sempre state abbastanza. Quelle rare sono le altre. Quelle che, mentre tutti hanno già alzato la mano, la tengono ancora sul banco per qualche secondo e domandano: “Prima di votare, qualcuno mi spiega perché?”

Sono terribilmente scomode. Ma di solito il precipizio preferisce quelle.

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