Assedio di Taiz in Yemen: le strade chiuse soffocano la città

Assedio di Taiz in Yemen: le strade chiuse soffocano la città

L’assedio di Taiz, nello Yemen, sta assumendo i contorni di un’emergenza umanitaria che va ben oltre gli scontri tra eserciti. Da settimane, la terza città del Paese vive con i principali collegamenti interrotti, mentre carburante, acqua potabile, medicinali e generi alimentari diventano sempre più difficili da reperire. Le forze huthi hanno rafforzato il controllo delle vie di accesso e l’intensificarsi dei combattimenti sta compromettendo la possibilità di soccorrere centinaia di migliaia di persone.

In questa parte dello Yemen, la guerra si combatte anche decidendo chi può attraversare una strada e chi deve rimanere intrappolato. Il risultato è un progressivo deterioramento delle condizioni di vita, con ospedali vicini alla paralisi, famiglie costrette a pagare prezzi insostenibili e bambini esposti a una crisi alimentare sempre più grave.

Gli allarmi lanciati dalle Nazioni Unite e da Amnesty International hanno trovato ulteriori riscontri nelle indagini di Human Rights Watch e nelle testimonianze raccolte dalla Reuters. Il quadro che emerge racconta qualcosa di più di una città sotto assedio: mostra come il controllo delle infrastrutture possa diventare uno degli strumenti più devastanti di un conflitto.

Assedio di Taiz: quando una strada decide la sopravvivenza

Per comprendere quanto sta accadendo bisogna partire dalla geografia. Taiz si trova nella parte sudoccidentale dello Yemen, in un territorio montuoso nel quale i collegamenti stradali rappresentano un elemento indispensabile per gli spostamenti delle persone e il trasporto delle merci.

Il principale corridoio verso Aden, città portuale dove ha sede il governo yemenita riconosciuto internazionalmente, costituisce una delle arterie fondamentali per l’approvvigionamento della popolazione.

All’inizio di ottobre 2026, la nuova escalation militare ha sostanzialmente isolato Taiz, già sottoposta a ripetuti assedi dal 2015. Gli huthi, movimento armato che controlla ampie aree del Paese compresa la capitale Sana’a, hanno conquistato posizioni strategiche lungo i percorsi di accesso.

La situazione è peggiorata ulteriormente il 18 ottobre, quando una violenta esplosione ha danneggiato un tratto della strada di Hayjat al-Abd, importante collegamento utilizzato per trasportare alimenti, combustibile e medicinali.

Secondo un’indagine pubblicata il 26 ottobre da Human Rights Watch, a provocare la distruzione sarebbero state le forze huthi. L’organizzazione ha ricostruito l’accaduto attraverso testimonianze, fotografie geolocalizzate, filmati e analisi satellitari. Già all’inizio del mese un altro tratto dello stesso percorso era stato danneggiato durante i combattimenti, sebbene per quel precedente episodio non sia stato possibile attribuire con certezza la responsabilità dell’attacco.

È un dettaglio decisivo. Quando una via di comunicazione viene resa inutilizzabile, non si interrompe soltanto il traffico: si compromette l’intera catena di distribuzione sulla quale si regge una città.

L’acqua è diventata un lusso e il cibo costa sempre di più

Una delle conseguenze meno visibili dell’isolamento riguarda l’approvvigionamento idrico.

Molti abitanti di Taiz dipendono dall’acqua trasportata mediante autocisterne. Per assicurare questo servizio servono veicoli, carburante, strade percorribili e strutture in grado di pompare e distribuire le risorse disponibili.

La chiusura dei collegamenti ha compromesso diversi passaggi di questa filiera. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, la disponibilità di acqua prodotta in città si è ridotta di circa la metà, mentre il prezzo di quella trasportata con i camion è pressoché triplicato.

Le ripercussioni vanno oltre l’impossibilità di bere o cucinare regolarmente. Un accesso insufficiente all’acqua pulita peggiora le condizioni igieniche, aumenta la vulnerabilità alle malattie e rende più complicata l’assistenza sanitaria.

Anche il mercato alimentare è sottoposto a una pressione crescente. Amnesty International ha segnalato rincari intorno al 50% per i prodotti alimentari, mentre il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per lo Yemen, Laurent Bukera, ha denunciato aumenti più che doppi per alcuni beni e combustibili ancora disponibili.

Le due rilevazioni descrivono aspetti differenti della stessa emergenza: le merci diventano più rare proprio mentre il loro costo cresce.

Particolarmente preoccupante è la situazione delle scorte di grano e farina. Le agenzie internazionali hanno avvertito che, senza nuovi rifornimenti, le disponibilità potrebbero esaurirsi nel giro di poche settimane. Anche il gas da cucina è diventato estremamente difficile da trovare.

Per una famiglia già impoverita da anni di instabilità economica, il problema non riguarda più soltanto quanto acquistare. Riguarda la possibilità stessa di procurarsi beni indispensabili.

Ospedali al collasso: a Taiz mancano carburante e ossigeno

Il volto più drammatico dell’emergenza si trova nei reparti ospedalieri.

Il 26 ottobre, un reportage della Reuters ha documentato la situazione dello Yemeni-Swedish Hospital for Maternity and Childhood, una struttura dedicata all’assistenza delle madri e dei bambini.

A causa della carenza di combustibile, l’ospedale è stato costretto a ridurre il numero delle incubatrici funzionanti da 40 a 10. Per i neonati prematuri o in condizioni critiche, l’interruzione dell’alimentazione elettrica e la mancanza di ossigeno possono diventare rapidamente questioni di vita o di morte.

Nada Ahmed, infermiera del reparto neonatale, ha descritto alla Reuters le difficoltà nel garantire calore e ossigenazione ai piccoli pazienti. Nawal Najeeb, responsabile dello stesso reparto, ha avvertito del rischio di sospensione delle attività qualora non arrivino nuovi rifornimenti.

Il problema coinvolge l’intero sistema sanitario locale.

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità riportati dalla Reuters, 42 strutture sanitarie di Taiz segnalano carenze critiche di carburante, ossigeno, farmaci e materiali medici. Un precedente aggiornamento dell’UNICEF aveva inoltre individuato, nel governatorato, 98 presidi parzialmente funzionanti oppure fuori servizio.

La scarsità di diesel non impedisce soltanto di mantenere accesi i generatori. Rende più oneroso il trasporto dei pazienti, limita il funzionamento delle ambulanze e ostacola l’arrivo delle forniture.

Persino sottoporsi a cure periodiche può richiedere sacrifici insostenibili. In una testimonianza raccolta dall’agenzia Reuters, l’organizzazione Oxfam ha raccontato il caso di una persona in dialisi costretta a trascorrere due notti presso un centro sanitario perché gli spostamenti sono diventati troppo costosi.

La distanza tra un paziente e le cure può essere breve sulla carta, ma diventare insuperabile quando trasporti e carburante non sono più accessibili.

La fame dei bambini e gli oltre 800.000 civili senza assistenza

La crisi alimentare rappresenta un’altra conseguenza dell’assedio di Taiz, particolarmente grave per i minori.

Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha riferito che oltre 800.000 persone nell’area di Taiz sono rimaste tagliate fuori dall’assistenza alimentare. Tra queste figurano circa 600.000 individui che dipendono dagli interventi umanitari.

Una delle difficoltà riguarda la distribuzione: anche quando le organizzazioni dispongono di prodotti e materiali sufficienti nei propri magazzini, non è detto che riescano a raggiungere le comunità isolate.

L’UNICEF ha comunicato di aver sottoposto a screening nutrizionale più di 168.000 bambini nell’area nel corso del 2026. Di questi, oltre 52.000 presentavano malnutrizione acuta e più di 11.500 soffrivano della forma grave.

Si tratta di risultati relativi ai minori effettivamente esaminati, non di una stima della prevalenza sull’intera popolazione infantile. Rimangono tuttavia indicatori allarmanti della pressione esercitata dalla fame sui bambini raggiunti dagli operatori sanitari.

L’agenzia delle Nazioni Unite ha predisposto migliaia di confezioni di alimenti terapeutici per sostenere i trattamenti, ma poter disporre dei prodotti non basta. Le famiglie devono riuscire a raggiungere i centri di cura e il personale umanitario deve poter movimentare le forniture in sicurezza.

Il rischio è che un’emergenza inizialmente affrontabile con interventi nutrizionali mirati si trasformi in un aggravamento delle condizioni sanitarie di migliaia di minori.

Le vittime civili e la nuova ondata di sfollati nello Yemen

Il deterioramento delle condizioni di vita si accompagna alle conseguenze dirette degli scontri armati.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha verificato che, tra il 1° agosto e il 19 ottobre 2026, nel governatorato di Taiz sono stati uccisi 32 civili, tra cui 14 bambini e nove donne.

Nello stesso periodo sono rimaste ferite altre 115 persone, comprese 36 bambine e bambini e 34 donne.

Questi numeri riguardano le vittime civili documentate nel governatorato e non devono essere confusi con il bilancio complessivo della guerra nello Yemen, ben più esteso.

A peggiorare l’emergenza è l’afflusso di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni diffusi dalle Nazioni Unite il 23 ottobre, tra il 7 giugno e il 19 ottobre erano stati registrati circa 258.679 sfollati a causa delle nuove ostilità nel Paese, con una forte concentrazione nelle province di Taiz e Lahj.

Le rilevazioni umanitarie successive indicano un ulteriore aumento degli spostamenti forzati.

Il fenomeno produce una contraddizione particolarmente dolorosa: territori che dovrebbero offrire protezione ai profughi stanno diventando essi stessi luoghi dai quali risulta difficile uscire.

Nei centri di accoglienza e nelle comunità ospitanti, l’aumento della popolazione esercita ulteriore pressione su alloggi, servizi igienici, approvvigionamento idrico e assistenza medica.

Distruggere una strada può costituire un crimine di guerra?

La vicenda di Taiz solleva un interrogativo giuridico che non può essere liquidato come una conseguenza inevitabile delle operazioni militari.

Il diritto internazionale umanitario non vieta in assoluto ogni assedio o ogni attacco a un’infrastruttura che abbia una funzione militare. Stabilisce però limiti precisi alla condotta delle ostilità e impone la protezione della popolazione civile.

In particolare, è proibito utilizzare la fame dei civili come metodo di guerra, così come attaccare o rendere inutilizzabili beni indispensabili alla loro sopravvivenza nei casi previsti dalle norme applicabili.

Human Rights Watch ha evidenziato che il danneggiamento deliberato della strada di Hayjat al-Abd potrebbe configurare un crimine di guerra qualora venissero accertati gli elementi necessari, compresa l’intenzione di privare i civili di infrastrutture e beni essenziali alla sopravvivenza.

Non si tratta dunque di una responsabilità penale già accertata da un tribunale, ma di una valutazione giuridica formulata dall’organizzazione sulla base delle informazioni raccolte.

La distinzione è importante. Un’eventuale finalità militare non esonera automaticamente dall’obbligo di valutare le conseguenze prevedibili per i civili e di rispettare il principio di proporzionalità.

Anche le forze governative sono tenute a garantire la sicurezza della popolazione. La stessa Human Rights Watch ha rilevato che, durante i combattimenti, le restrizioni alla circolazione sono state determinate anche dalle misure adottate dalle forze affiliate al governo.

Gli obblighi di protezione valgono per tutte le parti in conflitto, indipendentemente dal controllo territoriale o dagli obiettivi politici perseguiti.

Perché Taiz racconta anche la dimensione globale della guerra

La crisi yemenita non può essere interpretata soltanto come una contesa locale.

Il Paese occupa una posizione strategica tra la Penisola arabica, il Mar Rosso e il Golfo di Aden, in prossimità di uno dei passaggi marittimi più importanti per i collegamenti commerciali internazionali: lo stretto di Bab el-Mandeb.

Il movimento huthi, sostenuto dall’Iran, e il governo riconosciuto internazionalmente, appoggiato dall’Arabia Saudita, sono inseriti in un quadro di rivalità regionali che rende difficile separare gli sviluppi interni dai più ampi equilibri mediorientali.

Dopo la tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022, il conflitto aveva conosciuto una fase di relativa riduzione delle ostilità. La ripresa della guerra su larga scala nel 2026 ha riportato numerosi territori in una condizione di emergenza.

Ma esiste anche una dimensione economica della vicenda che spesso rimane sullo sfondo.

Quando un Paese dipende da pochi corridoi di approvvigionamento, il danneggiamento di una strada può generare conseguenze paragonabili all’interruzione di un’intera rete di servizi.

Il carburante, per esempio, non serve soltanto ai trasporti: alimenta generatori ospedalieri, impianti idrici e attività commerciali. La sua scarsità mette quindi in crisi contemporaneamente più settori indispensabili.

È questo il meccanismo attraverso il quale una scelta militare localizzata può trasformarsi in una catastrofe sociale diffusa.

A rendere più fragile il sistema contribuisce inoltre la carenza di finanziamenti per gli interventi umanitari. Amnesty International ha richiamato l’attenzione sui tagli internazionali agli aiuti, particolarmente pesanti dal 2025, chiedendo agli Stati donatori di sostenere maggiormente la risposta all’emergenza yemenita.

La vera emergenza è il tempo che Taiz non ha più

Al 28 ottobre, le comunicazioni umanitarie delle Nazioni Unite continuavano a descrivere difficoltà crescenti nell’accesso alle aree colpite. Il danneggiamento del collegamento verso i governatorati meridionali aveva costretto parte dei trasporti a utilizzare percorsi montani più difficili, rallentando la distribuzione degli aiuti.

Il problema non può essere risolto soltanto aumentando le quantità di cibo, medicine o acqua destinate alla regione.

Occorrono corridoi effettivamente percorribili, garanzie di sicurezza per gli operatori umanitari e libertà di movimento per i residenti. Devono poter transitare non soltanto i convogli delle organizzazioni internazionali, ma anche le merci commerciali dalle quali dipende il normale funzionamento dell’economia cittadina.

Volker Türk, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha chiesto che l’assistenza possa raggiungere immediatamente la popolazione e che ai civili venga consentito di lasciare la città in condizioni di sicurezza.

Amnesty International ha rivolto un appello analogo alle autorità huthi, sottolineando la necessità di ripristinare i collegamenti e garantire l’arrivo dei beni indispensabili.

Riaprire le strade non significherebbe risolvere il conflitto yemenita. Non cancellerebbe le distruzioni, le divisioni politiche e le conseguenze di oltre un decennio di guerra.

Consentirebbe però di interrompere uno dei meccanismi che stanno rendendo la vita quotidiana sempre più precaria.

La vicenda di Taiz mostra quanto possa essere sottile il confine tra un’infrastruttura civile e uno strumento di pressione militare. E ricorda che la protezione della popolazione non si misura soltanto contando le vittime dei bombardamenti, ma anche verificando se un ospedale possa ricevere ossigeno, se una famiglia riesca a procurarsi acqua e se un bambino abbia la possibilità di essere curato.

In una città assediata, perfino una strada aperta può diventare una forma concreta di salvezza.

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