Gli attacchi Houthi all’Arabia Saudita raccontano una storia molto più grande della nuova esplosione della guerra nello Yemen. Raccontano quanto possa diventare vulnerabile una potenza regionale quando missili, droni, rotte petrolifere e stretti marittimi finiscono dentro la stessa equazione.
Da una parte c’è Riad, che nel 2025 ha destinato alla difesa circa 83,2 miliardi di dollari, una delle cifre più alte al mondo. Dall’altra un movimento armato nato nelle montagne dello Yemen settentrionale che, in poco più di un decennio, è passato dalla guerriglia locale alla capacità di condizionare mercati energetici, traffico navale e strategie delle grandi potenze.
Il confronto appare sproporzionato soltanto se lo si osserva con le categorie delle guerre del Novecento. Aerei contro aerei, carri armati contro carri armati, eserciti regolari schierati lungo un fronte. Nel conflitto contemporaneo il calcolo è diverso. Bastano alcuni missili, sciami di droni e la possibilità di minacciare un’infrastruttura energetica o un passaggio marittimo per costringere l’avversario a mobilitare sistemi di difesa enormemente più costosi. La forza degli Houthi non consiste quindi nell’essere militarmente superiori all’Arabia Saudita, ma nella capacità di imporle problemi molto più grandi delle risorse necessarie per generarli.
Attacchi Houthi all’Arabia Saudita, cosa sta succedendo
L’escalation di settembre ha riportato il conflitto direttamente sul territorio saudita. L’8 settembre una serie di attacchi contro città e infrastrutture energetiche nel sud del Regno ha provocato, secondo le autorità saudite, 73 feriti e la sospensione temporanea di alcune attività. Il 19 settembre è scattato l’allarme anche a Riyadh, dove un missile è stato intercettato durante quella che è stata indicata come la prima offensiva contro la capitale dall’inizio della nuova fase di combattimenti estivi.
Pochi giorni dopo, il 24 settembre, la coalizione guidata da Riad ha annunciato di aver abbattuto sei missili balistici diretti verso Taif e la zona di Yanbu. Gli Houthi hanno successivamente rivendicato operazioni con missili e droni contro un obiettivo definito “sensibile” nella capitale e contro strutture della Saudi Aramco a Yanbu.
Qui è necessaria una distinzione che spesso scompare nella velocità delle notizie di guerra. Le rivendicazioni degli Houthi non equivalgono automaticamente alla conferma dei danni dichiarati. Le autorità saudite hanno confermato intercettazioni e allarmi, ma non tutte le conseguenze raccontate dalla propaganda del movimento yemenita hanno trovato riscontri indipendenti. È una cautela essenziale perché questa guerra viene combattuta anche sul terreno della percezione: dimostrare di poter raggiungere Riyadh può avere quasi lo stesso valore politico del danno materiale effettivamente provocato.
Il paradosso degli 83 miliardi: quando la superiorità militare non basta
Secondo il SIPRI, nel 2025 l’Arabia Saudita ha speso circa 83,2 miliardi di dollari per le proprie forze armate, risultando l’ottavo Paese al mondo per spesa militare. Ha a disposizione aviazione moderna, sistemi di sorveglianza, difese antiaeree e missilistiche e un rapporto strategico consolidato con Washington.
Eppure gli attacchi Houthi all’Arabia Saudita mostrano il limite di una semplice contabilità degli armamenti. Un Paese può possedere una delle forze aeree più avanzate della regione ed essere comunque costretto a difendere contemporaneamente aeroporti, città, raffinerie, oleodotti, porti, basi militari e impianti di desalinizzazione.
Il problema è economico prima ancora che militare. Un attaccante non deve necessariamente distruggere una raffineria: può essere sufficiente costringere il gestore a fermarla temporaneamente, innalzare il livello di allerta, modificare una rotta commerciale o convincere le compagnie assicurative ad aumentare i premi. Il costo dell’incertezza può superare quello dell’esplosivo.
Gli Houthi hanno imparato precisamente questo meccanismo. Un panel di esperti delle Nazioni Unite ha stimato la loro forza in circa 350.000 combattenti. Negli anni il movimento ha inoltre acquisito competenze nell’impiego di droni, missili balistici e sistemi antinave. Analisti e organismi internazionali hanno più volte indicato il sostegno iraniano, in termini di tecnologia, addestramento e componentistica, come uno dei fattori della loro trasformazione da milizia montana a struttura militare molto più organizzata.
Dallo Yemen al Mar Rosso: la vera arma è la geografia
Per capire perché questa crisi riguarda mezzo mondo basta aprire una carta geografica. Lo Yemen affaccia sul Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, attraverso il Canale di Suez, l’Oceano Indiano al Mediterraneo.
Non serve conquistare l’intero passaggio per renderlo problematico. È sufficiente creare un rischio credibile. Una nave mercantile non ragiona come una fregata militare: un armatore deve valutare equipaggio, carico, tempi, assicurazione e probabilità di incidente. Quando quella probabilità supera una determinata soglia, la risposta più semplice diventa allungare la rotta e circumnavigare l’Africa.
È già accaduto dopo le precedenti campagne Houthi nel Mar Rosso. Le deviazioni attorno al Capo di Buona Speranza hanno significato più giorni di navigazione, maggiore consumo di carburante, meno navi effettivamente disponibili e costi assicurativi più elevati. Per un Paese mediterraneo come l’Italia non è un dettaglio remoto: Suez è una delle porte attraverso cui arrivano merci asiatiche, componenti industriali ed energia.
Oggi il quadro è ancora più delicato perché alla pressione sul Bab el-Mandeb si aggiungono i problemi che hanno interessato lo Stretto di Hormuz. È una sorta di doppio collo di bottiglia. Hormuz regola una quota enorme dei flussi energetici del Golfo; Bab el-Mandeb permette a parte di quei flussi e al commercio Asia-Europa di raggiungere rapidamente Suez. Se entrambi diventano instabili nello stesso momento, le alternative esistono, ma diventano più lente e costose.
Yanbu spiega perché Riad non può ignorare gli Houthi
La città saudita di Yanbu è uno dei punti che spiegano meglio la strategia. Sulla costa del Mar Rosso si trova un importante terminal energetico collegato con l’est del Paese attraverso l’East-West Pipeline. In sostanza, permette all’Arabia Saudita di trasportare greggio dalle aree produttive orientali fino al Mar Rosso evitando Hormuz.
Ma se contemporaneamente aumentano i rischi anche sul versante occidentale, l’alternativa perde parte del proprio valore strategico. È questo che trasforma gli attacchi contro Yanbu in qualcosa di molto più rilevante di una semplice operazione militare contro una città lontana.
UNCTAD ha descritto con un esempio molto concreto gli effetti di questa nuova geografia. Per il greggio saudita caricato a Yanbu e diretto in Corea del Sud, evitare Bab el-Mandeb può portare il viaggio da circa 24 a 54 giorni. Un mese supplementare di navigazione significa petroliere impegnate più a lungo, più combustibile, maggiori costi finanziari e una minore capacità di trasporto disponibile sul mercato.
È in questo spazio che una milizia può mettere sotto pressione uno Stato immensamente più ricco. Non deve occupare Riyadh. Deve rendere più costoso difenderla e più complicato esportare ciò che alimenta l’economia saudita.
Il dilemma di Mohammed bin Salman
Riad aveva trascorso gli ultimi anni tentando di uscire dal pantano yemenita. La guerra iniziata con l’intervento saudita del 2015 ha prodotto costi politici, economici e umanitari enormi senza eliminare il movimento Houthi. La tregua avviata nel 2022 aveva ridotto sensibilmente gli scontri su larga scala e aperto la possibilità di un progressivo disimpegno.
La nuova offensiva rimette il principe ereditario Mohammed bin Salman davanti a un problema scomodo. Rispondere con maggiore forza significa rischiare una nuova immersione nella guerra yemenita; non farlo significa accettare che gli Houthi possano continuare a sperimentare i limiti della deterrenza saudita.
L’analista del King’s College London Andreas Krieg ha descritto proprio questo dilemma: una risposta eccessiva potrebbe riaprire una guerra dalla quale Riad cercava di allontanarsi, mentre una moderazione prolungata rischia di lasciare agli Houthi l’iniziativa nell’escalation.
I contatti militari tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan indicano intanto che il problema sta assumendo una dimensione regionale. Parallelamente prosegue la diplomazia sul dossier iraniano, soprattutto attraverso la mediazione del Qatar. Le due dinamiche corrono però a velocità differenti: una trattativa può richiedere settimane, un drone poche ore per cambiare il clima politico.
Perché gli attacchi Houthi all’Arabia Saudita riguardano anche l’Italia
Il primo canale di trasmissione è evidente: l’energia. Alla fine di settembre il Brent è tornato a muoversi intorno alla soglia dei 100 dollari al barile, in un mercato già condizionato dalla guerra con l’Iran, dalle difficoltà delle esportazioni del Golfo e dalle aspettative sulla stabilità delle rotte.
Non significa che ogni aumento alla pompa italiana dipenda dagli Houthi. Il prezzo finale di benzina e gasolio incorpora petrolio, raffinazione, cambio, fiscalità e distribuzione. Ma quando il greggio e soprattutto i prodotti raffinati diventano più costosi, la pressione tende progressivamente a propagarsi su trasporti, logistica, agricoltura e prezzi al consumo.
Il precedente italiano è già misurabile. Banca d’Italia ha rilevato che nel 2024 l’incidenza dei costi di trasporto sulle importazioni italiane era salita al 4,2%, attribuendo una parte importante dell’aumento dei noli container proprio alla deviazione delle rotte provocata dagli attacchi Houthi nel Mar Rosso.
La questione nel 2026 è diventata ancora più concreta. Il MIMIT ha riunito più volte la Commissione di allerta rapida per valutare le ripercussioni della crisi mediorientale su carburanti, inflazione, agroalimentare e materie prime strategiche. E il 18 settembre Confitarma ha espresso apprezzamento per l’iniziativa del Governo italiano finalizzata a predisporre misure per rendere più sicuro il transito delle navi nazionali attraverso Bab el-Mandeb.
Questo passaggio è importante perché dimostra che la crisi non appartiene più soltanto alla politica estera. È entrata direttamente nel perimetro della sicurezza economica italiana.
La guerra più pericolosa è quella che non resta dove è iniziata
Il rischio più serio non è necessariamente una grande battaglia tra Arabia Saudita e Houthi. Potrebbe essere qualcosa di meno spettacolare e proprio per questo più difficile da fermare: una lunga sequenza di attacchi, intercettazioni, rappresaglie, allarmi e incidenti capace di mantenere permanentemente alto il premio geopolitico incorporato nel prezzo dell’energia e dei trasporti.
Il 30 settembre i mercati continuavano a oscillare seguendo contemporaneamente le notizie sui negoziati tra Washington e Teheran, la ripresa delle esportazioni saudite da Yanbu e il rischio di nuovi attacchi. È il segno di quanto siano ormai intrecciati fronti apparentemente differenti.
Gli attacchi Houthi all’Arabia Saudita sono quindi soltanto una parte della storia. La questione più grande riguarda la capacità di un attore non statale di agire sui nervi scoperti dell’economia mondiale: porti, oleodotti, raffinerie e stretti marittimi.
Ed è forse questa la lezione più interessante della nuova crisi. L’Arabia Saudita può spendere decine di miliardi in difesa e possedere tecnologie che gli Houthi non potrebbero neppure avvicinare. Ma nel mondo dei droni e dei chokepoint strategici la superiorità non viene misurata soltanto contando caccia e missili. Conta anche quanto costa costringere l’avversario a usare i propri.
Per l’Italia, a migliaia di chilometri dallo Yemen, la distanza geografica rischia così di diventare un’illusione. Una raffineria fermata sul Mar Rosso può trasformarsi in un prezzo più alto alla pompa; una petroliera costretta a cambiare rotta può diventare un costo in più per un’impresa; uno stretto insicuro può finire nel carrello della spesa. È così che le guerre contemporanee viaggiano: non soltanto con gli eserciti, ma dentro le catene logistiche.