UniCredit sempre meno italiana? Si muove tra Grecia, Germania e Russia

UniCredit sempre meno italiana? Si muove tra Grecia, Germania e Russia

UniCredit si ritira dalla Russia, conquista spazio in Grecia e prepara l’affondo più importante in Germania. Letti separatamente, sembrano tre dossier finanziari differenti. Osservati insieme raccontano invece qualcosa di più interessante: una banca italiana che sta ridisegnando la propria geografia, riducendo il rischio dove la politica è diventata imprevedibile e aumentando il proprio peso proprio nei mercati che potrebbero decidere il futuro del sistema bancario europeo.

Il recente via libera di Vladimir Putin alla riorganizzazione delle attività russe rappresenta quindi soltanto una tessera di un mosaico molto più grande. La vera notizia riguarda la strategia UniCredit in Europa: mentre Mosca diventa un’attività da circoscrivere, Francoforte e Atene assumono un peso crescente. E dietro questa redistribuzione delle forze emerge una domanda che va oltre il destino di una singola banca: sta nascendo uno dei primi veri grandi gruppi bancari transnazionali dell’Unione europea?

Putin sblocca il dossier russo, ma UniCredit non lascia completamente Mosca

Il decreto firmato dal presidente russo autorizza la riorganizzazione di AO UniCredit Bank e rimuove alcuni degli ostacoli normativi che avrebbero impedito di modificare la struttura della controllata. È un passaggio essenziale perché, dopo l’invasione dell’Ucraina e l’introduzione delle misure russe contro le imprese provenienti dai cosiddetti Paesi “ostili”, operazioni di questa natura non possono essere realizzate liberamente.

Ma parlare semplicemente di uscita dalla Russia sarebbe impreciso. Il progetto elaborato dalla banca prevede infatti uno spin-off delle attività. Una parte confluirà in una nuova entità destinata a rimanere sotto il controllo di UniCredit, mentre le restanti attività dovrebbero essere cedute a un investitore privato degli Emirati Arabi Uniti.

Ciò che Milano intende conservare non è marginale dal punto di vista strategico: il presidio dovrebbe concentrarsi soprattutto sui pagamenti internazionali in euro e dollari destinati a imprese occidentali e russe non sottoposte a sanzioni. In altre parole, UniCredit ridimensiona drasticamente il rischio russo senza rinunciare completamente a una delle funzioni più preziose in un’economia sempre più separata dai circuiti finanziari occidentali.

È una ritirata, dunque, ma non una fuga.

Il costo dell’operazione russa dice molto più del decreto del Cremlino

La dimensione economica rende ancora più evidente la portata della scelta. UniCredit ha stimato per l’operazione un impatto negativo cumulato sul conto economico compreso tra 3 e 3,3 miliardi di euro. Di questa cifra, circa 1,6-1,8 miliardi deriverebbero dalla riserva cambi e avrebbero natura non monetaria.

La banca ritiene tuttavia che la transazione produrrà un beneficio complessivo sul capitale di circa 35 punti base, soprattutto grazie alla drastica riduzione del rischio residuo collegato alla Russia. Il completamento è previsto nel primo semestre del 2027, sempre che vengano firmati gli accordi vincolanti e arrivino tutte le autorizzazioni necessarie.

Questo elemento cambia la prospettiva. UniCredit sembra disposta ad accettare una perdita contabile molto rilevante pur di ottenere qualcosa che oggi vale forse di più: minore esposizione geopolitica e maggiore libertà di impiegare capitale altrove.

Ed è proprio guardando a quell’“altrove” che il disegno diventa leggibile.

In Grecia accade l’opposto: UniCredit sale fino al 29,8% di Alpha Bank

Mentre la presenza russa viene compressa, nel gennaio 2026 UniCredit ha portato la partecipazione diretta e i diritti di voto in Alpha Bank a circa il 29,8%. Non si tratta più, quindi, di una semplice alleanza commerciale o di un investimento finanziario periferico.

La scelta ha contribuito anche alla forte crescita degli investimenti diretti esteri registrata dalla Grecia. Nei primi sette mesi del 2026 gli afflussi hanno raggiunto 7,6 miliardi di euro, contro 3,9 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. L’operazione Alpha Bank è stata uno dei fattori che hanno gonfiato il dato.

Per UniCredit, però, Atene rappresenta qualcosa di diverso da Mosca. La Grecia è un mercato dell’Unione europea che, dopo una lunghissima stagione di crisi, è tornato ad attrarre capitale internazionale. Entrarvi con una partecipazione vicina al 30% significa costruire una posizione dalla quale possono nascere integrazioni industriali, distribuzione di prodotti e sinergie senza dover necessariamente procedere subito a un’acquisizione completa.

È una modalità che assomiglia molto alla strategia utilizzata inizialmente anche in Germania: entrare nel capitale, accumulare opzionalità e lasciare che sia il tempo a trasformare l’investimento in qualcosa di più grande.

Commerzbank è la vera partita: UniCredit è ormai vicina al 50% dei voti

È infatti a Francoforte che la strategia assume una dimensione completamente diversa. Dopo l’offerta volontaria su Commerzbank, a luglio UniCredit ha comunicato una posizione complessiva equivalente al 47,59% del capitale della banca tedesca. Considerando le azioni proprie di Commerzbank, il pacchetto corrisponde potenzialmente al 49,65% dei diritti di voto, una volta completati i passaggi previsti e ottenute le autorizzazioni necessarie.

È difficile continuare a descrivere una quota di questa grandezza come una normale partecipazione finanziaria.

A settembre il consiglio di amministrazione di UniCredit ha inoltre deliberato l’aumento di capitale destinato all’offerta sulle azioni Commerzbank non ancora direttamente possedute. Il percorso societario, dunque, è ormai molto più avanzato rispetto alla fase iniziale, quando Andrea Orcel insisteva sull’idea dell’investimento e sull’opportunità di mantenere aperte diverse alternative.

La Germania lo ha compreso perfettamente. Ed è qui che una vicenda bancaria diventa inevitabilmente politica.

Berlino alza il muro, ma ora deve trattare con Orcel

Il governo tedesco conserva una partecipazione rilevante in Commerzbank e considera l’istituto una componente strategica del proprio sistema produttivo, soprattutto per il rapporto con il Mittelstand, la rete delle piccole e medie imprese che costituisce uno dei pilastri dell’economia nazionale.

Secondo quanto emerso nelle ultime settimane, Berlino vuole garanzie precise: sede a Francoforte, quotazione autonoma, adeguata capitalizzazione e mantenimento di un ruolo centrale nel finanziamento delle imprese tedesche. Sono condizioni che mostrano quanto il problema abbia ormai superato la semplice valutazione del prezzo di un’operazione.

La questione è quasi paradossale. L’Europa chiede da anni banche più grandi, capaci di competere con i giganti statunitensi e asiatici, e invoca un mercato finanziario maggiormente integrato. Quando però una banca di un Paese membro tenta concretamente di conquistare uno degli istituti principali di un altro Stato, riaffiorano immediatamente interessi nazionali, occupazione, centri decisionali e sovranità economica.

Commerzbank è diventata così un test sulla reale esistenza di un mercato bancario europeo. Non soltanto un bersaglio di UniCredit.

Perché UniCredit in Europa sta giocando una partita decisiva

Il punto, allora, non riguarda soltanto le singole acquisizioni. UniCredit in Europa sta cercando di sfruttare una contraddizione che accompagna da anni il sistema finanziario continentale: esistono una moneta unica e una vigilanza bancaria comune, ma il settore del credito continua a essere fortemente frammentato lungo i confini nazionali.

La strategia di Orcel mette alla prova proprio questo limite. Se un gruppo italiano può diventare azionista determinante di una grande banca tedesca, consolidare contemporaneamente la propria posizione in Grecia e ridurre l’esposizione verso la Russia, allora la tanto evocata integrazione bancaria europea smette di essere soltanto un progetto istituzionale e diventa una concreta operazione industriale. Se invece prevarranno le resistenze nazionali, il caso Commerzbank dimostrerà quanto sia ancora difficile costruire veri campioni finanziari transfrontalieri nell’Unione.

Russia, Grecia e Germania: tre mosse che seguono la stessa logica

È mettendo insieme i tre dossier che emerge la chiave di lettura più interessante. In Russia UniCredit sacrifica dimensione per ridurre un rischio geopolitico difficile da controllare. In Grecia utilizza il capitale per conquistare una posizione forte in un’economia europea tornata appetibile. In Germania tenta invece il salto di scala.

Non è quindi una strategia di espansione indiscriminata. È una riallocazione del rischio.

Il capitale viene progressivamente sottratto a un mercato nel quale decisioni politiche, sanzioni e controsanzioni possono cambiare improvvisamente il valore degli asset e viene indirizzato verso Paesi inseriti nella stessa architettura monetaria e regolamentare della banca italiana. Anche se, come dimostra proprio la resistenza tedesca, appartenere alla stessa Unione non significa necessariamente condividere gli stessi interessi.

La solidità finanziaria raggiunta negli ultimi anni offre a Orcel un margine che molte altre banche europee non possiedono. Nel primo trimestre 2026 UniCredit ha registrato 3,2 miliardi di euro di utile netto, in crescita del 16,1% rispetto all’anno precedente, con un RoTE del 25,8%. Numeri che spiegano perché il gruppo possa contemporaneamente assorbire il costo della normalizzazione russa e sostenere operazioni espansive altrove.

La banca italiana che potrebbe diventare sempre meno italiana

C’è infine un aspetto meno evidente, ma probabilmente più importante nel lungo periodo. Se la partita Commerzbank dovesse arrivare fino in fondo, UniCredit aumenterebbe enormemente il peso della Germania nella propria struttura. Alpha Bank rafforzerebbe contemporaneamente il fianco sudorientale del gruppo, mentre l’esposizione russa diventerebbe molto più circoscritta.

Ne uscirebbe una banca formalmente italiana ma ancora più profondamente europea, con centri di interesse distribuiti lungo un asse che attraversa alcune delle principali economie del continente.

Persino il merito creditizio potrebbe risentirne. Nel luglio 2026 S&P ha osservato che l’integrazione delle attività di Commerzbank potrebbe aprire la possibilità per UniCredit di ottenere una valutazione fino a due livelli superiore al rating sovrano italiano. È un dettaglio tecnico solo in apparenza: significherebbe che la diversificazione geografica potrebbe progressivamente separare il profilo di rischio della banca da quello del Paese nel quale mantiene la propria sede.

Il decreto di Putin, visto da questa prospettiva, smette allora di essere il centro della storia. Diventa piuttosto il simbolo di una fase che UniCredit vuole lasciarsi alle spalle.

A Est il gruppo restringe il perimetro. Nel Mediterraneo accumula posizioni. Al centro dell’Europa prova a cambiare dimensione. Se il progetto riuscirà, la vera acquisizione di Orcel non sarà soltanto Commerzbank. Sarà una posizione completamente diversa nella gerarchia finanziaria europea. Ed è probabilmente per questo che la battaglia di Francoforte è diventata così politica.

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