Gli sgomberi alla Stazione Nomentana riaccendono lo scontro politico nel III Municipio, ma dietro tende, rifiuti e interventi ripetuti emerge un problema che Roma continua a spostare senza riuscire davvero a risolverlo.
Una questione che va molto oltre le tende comparse lungo una ferrovia o dentro un’area verde. Nel quadrante settentrionale di Roma, tra Sacco Pastore, Conca d’Oro, Parco delle Valli e la stazione ferroviaria, gli interventi si susseguono ma gli insediamenti tendono a ricomparire, talvolta nello stesso punto, più spesso qualche centinaio di metri più in là.
È su questo meccanismo che si è acceso lo scontro politico nel III Municipio. Da una parte Fratelli d’Italia contesta una gestione considerata tardiva e incapace di prevenire la formazione degli accampamenti. Dall’altra la maggioranza municipale respinge le accuse e sostiene che un fenomeno legato a sicurezza, marginalità e disagio abitativo non possa essere scaricato su un’amministrazione territoriale.
Ma il punto più interessante non è stabilire chi abbia segnato un punto nel botta e risposta. La domanda è un’altra: che cosa risolve davvero uno sgombero quando le persone allontanate non hanno un altro posto dove andare?
Sgomberi alla Stazione Nomentana: perché gli accampamenti ritornano
La critica avanzata dal consigliere municipale di Fratelli d’Italia Manuel Bartolomeo parte da un dato visibile ai residenti: dopo alcuni interventi, gli insediamenti tornerebbero a formarsi rapidamente nello stesso quadrante.
Il caso più delicato riguarda proprio la ferrovia. Nell’area della Stazione Nomentana si sono registrati attraversamenti estremamente pericolosi dei binari e degli spazi ferroviari, al punto che Rfi è intervenuta installando barriere fisiche per rendere più difficile l’accesso ad alcune zone. Secondo Bartolomeo, episodi analoghi si ripetono tra Conca d’Oro e Le Valli: l’accampamento viene eliminato, ma a breve distanza temporale e geografica ne compare un altro.
L’opposizione utilizza questa dinamica per contestare la logica degli interventi episodici. L’argomento è anche economico. Un piccolo nucleo, se lasciato crescere, può trasformarsi in un insediamento molto più complesso, con tende, masserizie e quantità crescenti di rifiuti. Di conseguenza aumentano anche le risorse necessarie per rimuovere materiali e ripristinare il territorio.
Da qui la richiesta di agire prima, evitando che situazioni limitate si consolidino. È una tesi intuitiva. Tuttavia affronta solo una metà del problema.
Il paradosso dello sgombero: liberare un’area non significa risolvere l’emergenza
Immaginare la città come una successione di punti da liberare rischia infatti di produrre un effetto prevedibile. Se viene eliminato l’accampamento ma resta invariata la condizione delle persone che vi abitavano, il problema non scompare: cambia indirizzo.
Una tenda rimossa da un parco può ricomparire sotto un ponte. Chi viene allontanato da un terreno può spostarsi verso una stazione, un sottopasso o un’altra area verde. In questo senso gli sgomberi possono essere necessari per motivi igienici, ambientali o di sicurezza, soprattutto quando vengono occupate infrastrutture ferroviarie, ma non costituiscono automaticamente una politica capace di interrompere il circuito.
A rendere meno astratto il ragionamento sono i numeri più recenti disponibili sulla Capitale. Nel conteggio realizzato dall’Istat nel gennaio 2026 sono state rilevate a Roma 2.621 persone senza dimora adulte. Di queste, 1.299 si trovavano in strada o in sistemazioni di fortuna.
Il dato non permette naturalmente di attribuire quelle presenze agli insediamenti di Montesacro né di sovrapporre automaticamente homelessness, accampamenti informali e occupazioni di aree verdi. Dimostra però una cosa: la marginalità abitativa che emerge negli spazi pubblici romani ha dimensioni tali da non poter essere gestita esclusivamente con operazioni di rimozione.
Nomentana diventa il simbolo di un problema di competenze
Ed è qui che la polemica politica diventa più interessante. L’assessore all’Ambiente del III Municipio Matteo Zocchi sostiene che l’amministrazione locale affronti da anni il problema con strumenti insufficienti e contesta l’idea che al Municipio possa essere attribuita la responsabilità complessiva della situazione.
La distinzione non è secondaria. Nel dibattito quotidiano vengono spesso messe nello stesso contenitore sicurezza urbana, ordine pubblico, manutenzione del verde, raccolta dei rifiuti, assistenza sociale e gestione delle infrastrutture ferroviarie. In realtà sono materie che coinvolgono soggetti differenti.
L’ordine e la sicurezza pubblica dipendono dalla struttura statale che fa capo al Ministero dell’Interno e, sul territorio provinciale, al Prefetto e alle forze di polizia. Roma Capitale e i Municipi intervengono invece sulle proprie competenze amministrative, sociali, ambientali e territoriali. Rfi, a sua volta, gestisce infrastrutture e pertinenze ferroviarie.
Quando uno stesso fenomeno attraversa contemporaneamente tutti questi livelli, il rischio è che ogni istituzione riesca a trattarne soltanto una porzione. La polizia può allontanare. Il servizio ambientale può bonificare. La ferrovia può chiudere un accesso. I servizi sociali possono tentare una presa in carico. Nessuna di queste azioni, isolatamente, coincide però con una soluzione definitiva.
La risposta del Municipio e lo scontro con il Governo
Zocchi ha risposto duramente alle accuse di Fratelli d’Italia, definendo il rinnovato interesse dell’opposizione una mossa legata al clima preelettorale. L’assessore rivendica l’attività svolta dal III Municipio e ribalta la contestazione verso il livello nazionale.
Secondo la maggioranza municipale, infatti, la sicurezza non può trasformarsi in una responsabilità politica attribuita automaticamente all’ente più vicino al luogo in cui il problema diventa visibile. Da questa posizione nasce anche l’attacco al Governo Meloni, accusato di non accompagnare adeguatamente le amministrazioni locali con risorse e strumenti strutturali.
È inevitabile che su questo terreno le letture divergano. Il centrodestra insiste sulla rapidità dell’intervento, sulla prevenzione del degrado e sulla necessità di evitare che piccoli insediamenti diventino più grandi. Il centrosinistra sottolinea invece la dimensione sociale e la frammentazione delle competenze.
Le due tesi, però, non sono necessariamente incompatibili. È possibile che un intervento tempestivo riduca degrado e costi e, nello stesso momento, riconoscere che lo sgombero da solo non impedisca a un nuovo accampamento di sorgere altrove.
Roma sta sperimentando un’altra strada: dall’emergenza all’Housing First
Negli ultimi anni Roma Capitale ha iniziato a rafforzare un modello differente, fondato su strutture di prossimità e percorsi denominati Housing First. Il principio ribalta l’approccio tradizionale: non si attende necessariamente che una persona superi tutte le proprie fragilità prima di accedere a una sistemazione, ma si considera la stabilità abitativa come uno degli strumenti attraverso cui rendere possibile il recupero dell’autonomia.
Nella programmazione cittadina sono entrate anche le cosiddette Stazioni di Posta, pensate per offrire orientamento, assistenza e percorsi individualizzati alle persone in condizioni di grave marginalità. A queste misure si affiancano unità mobili, strutture di accoglienza e servizi territoriali.
Non significa che il problema sia risolto. Il numero delle persone rilevate in strada dimostra anzi quanto ampia resti la distanza tra necessità e capacità del sistema. Ma segnala una differenza fondamentale tra due modi di leggere il fenomeno: considerare l’accampamento come il problema oppure considerarlo come la manifestazione visibile di un problema precedente.
Nel primo caso la misura del successo è lo spazio liberato. Nel secondo è verificare quante persone, dopo essere state allontanate, non siano costrette a ricostruire la stessa situazione altrove.
Stazione Nomentana, il vero costo della politica del “ricominciare da capo”
Il quadrante della Stazione Nomentana mostra quindi uno dei cortocircuiti più frequenti nelle grandi città europee. Gli abitanti chiedono legittimamente parchi utilizzabili, stazioni sicure, sottopassi accessibili e spazi pubblici che non vengano trasformati in insediamenti permanenti. Allo stesso tempo, la semplice cancellazione fisica degli accampamenti rischia di produrre una geografia mobile della marginalità.
Esiste poi una questione di spesa pubblica. Ogni ciclo composto da sopralluogo, intervento delle autorità, rimozione delle strutture, raccolta dei materiali, bonifica e successivo nuovo intervento ha un costo. Se la stessa sequenza viene replicata periodicamente, l’emergenza finisce per diventare essa stessa un modello amministrativo.
È probabilmente questo il punto che dovrebbe sopravvivere alla polemica tra maggioranza e opposizione. Intervenire rapidamente sugli insediamenti può essere indispensabile, soprattutto nei luoghi in cui esiste un rischio concreto per chi vi abita o per chi utilizza l’infrastruttura. Ma senza una seconda fase, composta da identificazione delle fragilità, presa in carico e disponibilità di alternative praticabili, la rapidità dello sgombero rischia semplicemente di accelerare lo spostamento.
Non è soltanto una questione di decoro
Ridurre tutto al termine “degrado” produce infine un’altra distorsione. In un’unica immagine finiscono così persone con storie molto differenti: chi attraversa una condizione temporanea di povertà, chi non dispone di documenti o di un reddito stabile, chi vive una lunga marginalità, chi ha problemi sanitari e chi appartiene a nuclei familiari in estrema difficoltà.
La ricerca sulla popolazione senza dimora pubblicata dall’Istat nel 2026 mostra proprio quanto il fenomeno sia eterogeneo. Tra le persone intervistate durante la precedente Notte della Solidarietà romana emergevano differenze rilevanti nella durata della permanenza in città, nell’accesso al lavoro, nella salute e nella capacità di utilizzare i servizi.
Ecco perché gli sgomberi alla Stazione Nomentana raccontano qualcosa che riguarda tutta Roma. La questione non consiste nello scegliere tra sicurezza e inclusione, come se una dovesse necessariamente escludere l’altra. Una città funziona quando riesce a garantire entrambe.
La sicurezza richiede che un bambino non venga portato attraverso i binari, che una riserva naturale non diventi una discarica e che un parco resti accessibile ai cittadini. L’inclusione richiede invece che l’intervento pubblico non termini nel momento in cui tende e materassi spariscono dall’inquadratura.
Se il giorno successivo tutto ricomincia qualche strada più in là, lo sgombero può aver liberato un luogo. Ma difficilmente può essere definito una soluzione.