Si rischia il blocco dei processi, tribunali italiani paralizzati

Si rischia il blocco dei processi, tribunali italiani paralizzati

Giustizia senza cancellieri, perché i processi rischiano di fermarsi: il caso Torino accende i riflettori su una crisi nazionale.

Non bastano i magistrati: la macchina della giustizia si blocca se manca chi la fa funzionare.

Quando si parla di giustizia, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sui grandi temi: le riforme, i tempi dei processi, le sentenze che fanno discutere o il numero dei magistrati. Molto più raramente si parla di chi, ogni giorno, permette ai tribunali di funzionare concretamente. Eppure è proprio questo il punto sollevato dalla presidente della Corte d’Appello di Torino, Alessandra Bassi, che ha descritto una situazione ormai al limite della sostenibilità.

Lo sfogo della magistrata è netto: «Siamo nel caos, impossibile fare i processi». Una frase che non rappresenta soltanto il disagio di un singolo ufficio giudiziario, ma fotografa una criticità che riguarda numerosi tribunali italiani, soprattutto nelle regioni del Nord, dove la carenza di personale amministrativo ha raggiunto livelli tali da compromettere il normale svolgimento dell’attività giudiziaria.

Il problema, infatti, non riguarda esclusivamente i giudici. Anzi, secondo molti operatori del settore, la vera emergenza è rappresentata dall’assenza di cancellieri, funzionari, assistenti giudiziari e personale amministrativo.

La metafora dell’ospedale che spiega tutto

Per spiegare il problema, Alessandra Bassi utilizza un esempio particolarmente efficace. Un tribunale, osserva, funziona esattamente come un ospedale.

Non basta assumere medici se poi mancano infermieri, tecnici di laboratorio, operatori sanitari e personale amministrativo. Allo stesso modo, non è sufficiente aumentare il numero dei magistrati se gli uffici non dispongono delle figure che preparano i fascicoli, gestiscono gli atti, organizzano le udienze, notificano i provvedimenti e garantiscono l’intero funzionamento della macchina giudiziaria.

È un paragone che aiuta anche chi non ha familiarità con il mondo della giustizia a comprendere un aspetto spesso ignorato: il giudice, da solo, non può celebrare un processo.

Dietro ogni udienza esiste infatti un articolato lavoro amministrativo che coinvolge decine di professionalità diverse.

Il nodo delle piante organiche

Secondo la presidente della Corte d’Appello di Torino, uno dei problemi principali riguarda la distribuzione del personale.

Le attuali piante organiche, infatti, non sempre riflettono il reale carico di lavoro degli uffici giudiziari. In alcune aree del Paese i livelli di scopertura risultano contenuti, mentre in altre – soprattutto nel Settentrione – le carenze raggiungono percentuali estremamente elevate.

Da qui la richiesta rivolta al Ministero della Giustizia di ripensare la distribuzione degli organici sulla base delle esigenze effettive dei tribunali e di chiarire anche il ruolo operativo dei neoassunti, affinché possano essere utilizzati in modo realmente efficace.

Un problema che arriva da lontano

L’emergenza non nasce oggi.

Da anni magistrati, dirigenti amministrativi, avvocati e associazioni di categoria denunciano il progressivo impoverimento degli organici.

I pensionamenti, il blocco del turnover verificatosi in passato, la crescente complessità delle procedure e l’aumento del contenzioso hanno progressivamente creato un divario tra il volume di lavoro e le risorse disponibili.

Negli ultimi anni sono stati avviati diversi concorsi e numerose assunzioni, anche grazie ai finanziamenti collegati al PNRR e all’introduzione dell’Ufficio per il Processo. Tuttavia, molti osservatori ritengono che tali interventi non siano ancora sufficienti a compensare le scoperture storiche.

Inoltre, il personale assunto necessita inevitabilmente di formazione e di un periodo di affiancamento prima di raggiungere una piena autonomia operativa, circostanza che rende difficile ottenere benefici immediati.

La velocità dei processi dipende anche dai cancellieri

Quando un procedimento giudiziario accumula ritardi, l’opinione pubblica tende ad attribuire ogni responsabilità ai magistrati.

In realtà il funzionamento della giustizia è molto più complesso.

Ogni fascicolo attraversa una lunga serie di attività amministrative: iscrizione della causa, gestione informatica, notifiche, verbalizzazione delle udienze, pubblicazione dei provvedimenti, archiviazione e trasmissione degli atti.

Se uno solo di questi passaggi rallenta, inevitabilmente si allungano anche i tempi dell’intero procedimento.

È proprio questo il motivo per cui molti presidenti di tribunale sostengono da tempo che investire esclusivamente sulla magistratura senza rafforzare gli uffici amministrativi rischia di produrre risultati limitati.

Il distretto di Torino tra quelli più in difficoltà

Il quadro descritto dalla presidente Bassi trova conferma anche nei dati illustrati durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Nel distretto Piemonte-Valle d’Aosta risultano scoperture molto rilevanti sia tra i magistrati sia, soprattutto, nel personale amministrativo, con percentuali che incidono direttamente sulla capacità degli uffici di rispettare tempi ragionevoli per la definizione delle controversie.

La situazione interessa anche altre figure di supporto, dagli addetti all’Ufficio per il Processo fino ai giudici di pace e agli interpreti, evidenziando una difficoltà organizzativa che coinvolge l’intera filiera della giurisdizione.

Una questione che riguarda cittadini e imprese

Il tema potrebbe sembrare riservato agli addetti ai lavori, ma in realtà produce conseguenze concrete per tutti.

Un processo civile che si prolunga oltre il necessario significa famiglie che attendono anni una decisione, imprese che non riescono a recuperare crediti, investimenti che restano bloccati e controversie commerciali che rallentano l’economia.

Nel settore penale, invece, l’efficienza dell’organizzazione incide direttamente sulla capacità dello Stato di garantire tempi certi sia alle persone imputate sia alle vittime dei reati.

Non è un caso che anche organismi internazionali abbiano più volte sottolineato come la durata dei processi rappresenti uno degli elementi fondamentali per valutare l’efficienza del sistema giudiziario di un Paese.

Le riforme da sole non bastano

Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato numerosi interventi di riforma destinati ad accelerare i procedimenti e migliorare l’organizzazione degli uffici.

Tuttavia, come ricordano da tempo molti presidenti di Corte d’Appello, senza un parallelo rafforzamento delle risorse umane il rischio è che le innovazioni normative producano benefici inferiori alle aspettative.

La digitalizzazione, ad esempio, rappresenta un passaggio fondamentale, ma richiede personale formato, strumenti tecnologici adeguati e strutture organizzative capaci di accompagnare il cambiamento.

Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale, che alcuni uffici stanno iniziando a sperimentare come supporto nella ricerca giurisprudenziale e documentale, ma che non può sostituire il lavoro amministrativo indispensabile alla gestione quotidiana dei tribunali.

La sfida è organizzativa prima ancora che normativa

Il caso Torino finisce così per diventare il simbolo di una questione più ampia.

La giustizia italiana continua a scontare ritardi che vengono spesso attribuiti esclusivamente alle leggi o ai magistrati. In realtà, dietro molte inefficienze si nasconde un problema organizzativo che riguarda personale, risorse, tecnologia e distribuzione degli organici.

Le parole della presidente Alessandra Bassi riportano al centro una domanda che accompagna da anni il dibattito sulla giustizia: è possibile garantire processi rapidi senza investire contemporaneamente in tutte le professionalità che rendono possibile il loro svolgimento?

Per molti operatori del settore la risposta è negativa. Perché un tribunale non è composto soltanto dai giudici che firmano le sentenze, ma da una rete di competenze spesso invisibili che permette ogni giorno alla giustizia di funzionare. Quando quella rete si indebolisce, anche il diritto dei cittadini ad avere risposte in tempi ragionevoli rischia inevitabilmente di essere compromesso.

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