La sanità pubblica italiana sta attraversando una trasformazione che rischia di cambiare il significato stesso del diritto alla salute. Non attraverso una riforma dichiarata o l’abolizione delle garanzie costituzionali, ma con un processo molto meno visibile: prestazioni che arrivano troppo tardi, famiglie costrette a pagare, territori nei quali ottenere assistenza diventa una corsa a ostacoli.
Il risultato è un Paese dove l’accesso alle cure dipende sempre più dalle possibilità economiche e dal luogo in cui si vive. Il nono Rapporto della Fondazione GIMBE, presentato il 7 ottobre 2026 alla Camera dei Deputati, restituisce una fotografia preoccupante. Ma dietro le statistiche emerge una questione ancora più profonda: l’Italia sta costruendo, senza ammetterlo apertamente, una sanità a più velocità.
La sanità pubblica italiana e il confine invisibile tra chi può curarsi e chi no
Per comprendere la portata del problema bisogna partire da una contraddizione. Il Servizio Sanitario Nazionale continua a esistere, gli ospedali funzionano, i professionisti garantiscono quotidianamente assistenza e il Paese conserva indicatori di salute complessivamente positivi. Eppure, per milioni di cittadini, ottenere una prestazione nei tempi necessari è diventato estremamente difficile.
Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico. Rappresentano il 9,9% della popolazione, contro il 7,6% registrato nell’anno precedente.
Circa quattro milioni hanno indicato tempi d’attesa eccessivi, mentre 3,1 milioni hanno segnalato difficoltà economiche. Le due categorie possono sovrapporsi: chi rinuncia può essere contemporaneamente vittima delle liste interminabili e dell’impossibilità di sostenere una spesa privata.
Questi numeri raccontano qualcosa che va oltre l’inefficienza amministrativa. Una prestazione sanitaria disponibile soltanto dopo mesi può diventare, nella pratica, una prestazione negata. Il tempo, in medicina, non è una variabile secondaria. Può determinare la possibilità di individuare precocemente una patologia, iniziare una terapia oppure evitare complicazioni.
Non ogni rinuncia produce necessariamente un danno clinico documentabile. Tuttavia, quando il fenomeno coinvolge quasi un cittadino su dieci, il rischio sanitario e sociale assume una dimensione che nessuna politica pubblica può considerare marginale.
Quarantadue miliardi dalle tasche dei cittadini: il prezzo della sfiducia
Esiste un modo particolarmente efficace per misurare la distanza tra le promesse del sistema pubblico e la sua capacità di rispondere ai bisogni: osservare quanto denaro le famiglie devono utilizzare per ottenere assistenza.
Nel 2025 la spesa sanitaria sostenuta direttamente dai cittadini ha raggiunto 42,4 miliardi di euro. Non significa che ogni euro rappresenti una prestazione negata dal Servizio Sanitario Nazionale: nella cifra rientrano differenti tipologie di acquisti e servizi sanitari. Ma il dato evidenzia il peso economico crescente che la tutela della salute esercita sui bilanci familiari.
Ancora più significativo è l’andamento della spesa presso strutture private non accreditate, passata da 3,05 miliardi nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024, con un incremento del 169%.
Il punto non è demonizzare la medicina privata. Un sistema sanitario può legittimamente integrare operatori pubblici e privati, purché esistano regole trasparenti e obiettivi coerenti con l’interesse collettivo.
Il problema nasce quando pagare smette di essere una libera scelta e diventa la condizione necessaria per ricevere assistenza in tempi ragionevoli.
Una famiglia economicamente solida può anticipare il costo di una risonanza magnetica, di una visita cardiologica o di un percorso diagnostico. Un lavoratore precario, un pensionato con reddito modesto o un genitore solo potrebbero non avere la stessa possibilità.
La malattia rimane biologicamente indifferente alle condizioni sociali. La risposta del sistema sanitario, invece, rischia di non esserlo affatto.
Il mercato delle cure cresce dove il servizio pubblico arretra
La trasformazione non riguarda esclusivamente le prestazioni pagate direttamente. Sta assumendo importanza anche la sanità finanziata attraverso assicurazioni e fondi integrativi.
Nel 2025 la spesa sanitaria intermediata è cresciuta del 10,1% rispetto all’anno precedente. Le sole assicurazioni sanitarie volontarie hanno registrato un incremento del 12,7%, passando da 4,69 a 5,29 miliardi di euro.
Questi strumenti possono offrire protezioni aggiuntive e ridurre alcuni costi individuali. Sarebbe quindi scorretto considerarli automaticamente dannosi. La questione è capire quale funzione finiranno per svolgere in un sistema pubblico sottoposto a pressioni crescenti.
Se la copertura assicurativa diventa indispensabile per accedere rapidamente a determinate prestazioni, il rischio è la formazione di due circuiti sanitari paralleli: uno per chi possiede risorse o benefit contrattuali, l’altro per chi dipende esclusivamente dalle disponibilità del pubblico.
È una dinamica che può alimentarsi da sola. Più il servizio universale perde capacità di risposta, più aumenta l’interesse per le alternative private. E quanto più queste ultime diventano centrali, tanto maggiore può essere la tentazione politica di considerarle una soluzione strutturale anziché un’integrazione.
Non siamo davanti alla prova di un progetto deliberato di privatizzazione. Siamo però davanti a un rischio concreto: che una progressiva selezione economica dell’accesso alle cure venga normalizzata senza un vero confronto democratico sul modello sanitario desiderato.
Il codice postale come fattore di disuguaglianza
Il reddito non è l’unico elemento che condiziona il diritto alla salute. In Italia conta anche la geografia.
La mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto nel 2023 un valore di 5,15 miliardi di euro, il livello più elevato dal 2010. Il fenomeno comprende prestazioni effettuate fuori dalla Regione di residenza e non coincide interamente con spostamenti obbligati: alcune persone scelgono strutture specializzate per ragioni cliniche o personali.
Tuttavia, la dimensione economica dei flussi evidenzia quanto l’offerta sanitaria nazionale sia territorialmente disomogenea.
Nel monitoraggio relativo al 2024, Calabria, Sicilia e Provincia autonoma di Bolzano risultano inadempienti rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza. Anche diversi territori formalmente promossi presentano criticità in specifiche aree di valutazione.
Qui emerge un problema politico spesso sottovalutato. La regionalizzazione della gestione sanitaria non dovrebbe trasformarsi in una regionalizzazione sostanziale dei diritti.
Un cittadino che vive in un territorio con servizi insufficienti può trovarsi davanti a una scelta particolarmente gravosa: aspettare, sostenere il costo di una prestazione privata oppure spostarsi altrove.
Viaggiare per ricevere cure significa spesso affrontare spese aggiuntive, assenze dal lavoro, organizzazione familiare e, nei casi più complessi, permanenze lontano da casa.
La mobilità sanitaria diventa così anche una questione di giustizia sociale. Chi dispone di denaro, informazioni e relazioni riesce generalmente a organizzare meglio un percorso fuori Regione. Chi è economicamente fragile può incontrare ostacoli ulteriori.
Non basta, dunque, misurare quante prestazioni vengono erogate. Occorre conoscere anche quante persone non riescono nemmeno a entrare nel percorso assistenziale.
Medici e infermieri: il personale che manca e quello che il pubblico non trattiene
Dietro molte difficoltà quotidiane si nasconde una crisi del lavoro sanitario che non può essere risolta soltanto acquistando apparecchiature o inaugurando nuove strutture.
Secondo le stime riportate da GIMBE, al primo gennaio 2025 mancavano 5.716 medici di medicina generale e 497 pediatri di libera scelta.
La situazione infermieristica appare altrettanto delicata. L’Italia conta 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media OCSE di 9,7. Il rapporto tra infermieri e medici è pari a 1,2, circa la metà della media dei Paesi considerati.
Un ulteriore elemento riguarda la distribuzione dei professionisti: tra quelli censiti dall’OCSE, un medico su quattro e un infermiere su cinque non lavora nel Servizio Sanitario Nazionale.
Il dato non dimostra che tutti abbiano abbandonato il pubblico. Comprende situazioni professionali differenti. Segnala però una difficoltà strutturale nel concentrare e mantenere risorse umane all’interno del sistema universalistico.
Nel frattempo, il ricorso a professionisti esterni, spesso identificati come gettonisti, continua a rappresentare una risposta alle carenze organizzative. Nel 2025 il valore dei contratti per personale medico di questa tipologia è aumentato del 62%.
La contraddizione è evidente: un sistema che fatica a trattenere i propri dipendenti rischia di spendere ulteriori risorse per acquistare dall’esterno prestazioni necessarie al suo funzionamento.
Il nodo non riguarda soltanto gli stipendi. Condizioni di lavoro, carichi assistenziali, prospettive professionali e organizzazione dei turni incidono sulla capacità di attrarre personale e garantire continuità.
La vera infrastruttura della sanità, prima ancora degli edifici, è costituita dalle persone che vi lavorano.
I tagli invisibili e la contabilità che non racconta tutto
Nel dibattito politico la discussione sui finanziamenti sanitari viene spesso ridotta a una contrapposizione tra chi sostiene che le risorse siano aumentate e chi denuncia continui tagli.
Il Rapporto GIMBE permette di comprendere perché entrambe le affermazioni possano riferirsi a grandezze differenti.
Tra il 2022 e il 2026 il Fondo Sanitario Nazionale è passato da 125,4 a 142,9 miliardi di euro, con una crescita nominale di 17,5 miliardi.
Ma rapportando il finanziamento alla ricchezza prodotta dal Paese, il quadro cambia. Nel 2022 il Fondo rappresentava il 6,27% del PIL; nel 2026 la quota si attesta al 6,14%, dopo valori prossimi al 6% negli anni intermedi.
GIMBE calcola che, mantenendo costante l’incidenza del 2022, il sistema avrebbe avuto a disposizione complessivamente 18,8 miliardi di euro aggiuntivi nel periodo 2023-2026.
È importante chiarire il significato di questa cifra. Non rappresenta denaro materialmente sottratto da stanziamenti già approvati, ma la differenza rispetto a uno scenario ipotetico nel quale la quota di PIL destinata al finanziamento sanitario fosse rimasta invariata.
La distinzione è fondamentale per evitare letture fuorvianti. Rimane comunque una domanda politica: perché la quota di ricchezza nazionale destinata al servizio pubblico non ha seguito stabilmente la crescita dell’economia?
A complicare il quadro interviene l’inflazione, che riduce il potere d’acquisto delle risorse disponibili. Un finanziamento più elevato sulla carta non corrisponde necessariamente a una maggiore capacità di acquistare beni, sostenere il personale e garantire prestazioni.
Il confronto internazionale rivela una scelta di priorità
La spesa sanitaria pubblica italiana pro capite è pari a 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto, circa 909 dollari sotto la media OCSE. Nel confronto del Rapporto, l’Italia occupa l’ultima posizione tra i Paesi del G7.
Questa distanza non significa automaticamente che ogni euro aggiuntivo produrrebbe servizi migliori. Efficienza, organizzazione, appropriatezza clinica e controllo degli sprechi restano fattori decisivi.
Ma neppure si può pretendere che un sistema complesso, chiamato a rispondere all’invecchiamento della popolazione, alle malattie croniche e all’innovazione tecnologica, mantenga indefinitamente gli stessi livelli di accessibilità senza risorse adeguate.
Il confronto internazionale introduce quindi un interrogativo che riguarda le priorità nazionali: quale posto occupa realmente la tutela della salute nelle scelte di bilancio?
La risposta non si trova soltanto nei discorsi istituzionali, ma nella continuità degli investimenti, nella qualità della programmazione e nella capacità di verificare i risultati.
Il rischio dei prossimi anni: più imposte o meno servizi
Le prospettive finanziarie rendono il problema ancora più urgente.
Secondo l’analisi GIMBE del Documento Programmatico di Finanza Pubblica approvato il 2 ottobre 2026, la spesa sanitaria è destinata a scendere dal 6,4% al 6,3% del PIL nel periodo considerato.
La Fondazione stima inoltre un divario cumulativo di 32,3 miliardi di euro tra previsioni di spesa e finanziamento pubblico nel triennio 2027-2029.
Non si tratta di un disavanzo già realizzato, ma di uno squilibrio prospettico che potrebbe richiedere ulteriori interventi.
Se lo Stato non garantirà risorse sufficienti, le Regioni potrebbero trovarsi nella necessità di aumentare la pressione fiscale, comprimere altre voci di bilancio oppure ridimensionare determinati servizi.
In ciascuno di questi scenari il costo finale rischia di ricadere sui cittadini, direttamente attraverso le imposte oppure indirettamente mediante prestazioni meno accessibili.
La sostenibilità finanziaria è indispensabile. Ma un sistema che raggiunge l’equilibrio contabile trasferendo progressivamente i costi sulle famiglie può apparire sostenibile nei bilanci pubblici mentre diventa socialmente insostenibile.
La denuncia di Codici e il diritto che rischia di restare sulla carta
Il quadro delineato dalla Fondazione GIMBE ha provocato la reazione dell’associazione Codici, impegnata nella tutela dei consumatori e dei pazienti.
Il segretario nazionale Ivano Giacomelli richiama l’attenzione sulla distanza crescente tra le garanzie formali e le esperienze concrete dei cittadini.
Le segnalazioni raccolte dall’associazione riguardano persone costrette ad attendere mesi per accertamenti diagnostici, famiglie incapaci di sostenere i costi delle prestazioni private e pazienti che incontrano ostacoli nell’accesso ai servizi.
Codici chiede un rafforzamento stabile del finanziamento pubblico, un piano straordinario per abbattere le liste d’attesa, nuove politiche per il personale e controlli più efficaci sul rapporto tra sanità pubblica e privata.
Un’altra richiesta riguarda la valutazione dei Livelli Essenziali di Assistenza: non limitarsi alle prestazioni effettivamente erogate, ma considerare anche le persone che rinunciano a curarsi.
È probabilmente uno dei passaggi più significativi dell’intero dibattito. Un sistema può rispettare numerosi indicatori amministrativi e continuare a lasciare senza risposta una parte dei bisogni reali della popolazione.
La qualità della sanità non dovrebbe essere misurata soltanto attraverso ciò che riesce a produrre, ma anche attraverso ciò che non riesce a garantire.
La vera questione non è pubblico contro privato, ma uguaglianza contro selezione
Ridurre questa crisi a una disputa ideologica sulla presenza degli operatori privati sarebbe un errore. La questione fondamentale non è chi materialmente eroga una prestazione, ma a quali condizioni il cittadino può ottenerla.
Un sistema universalistico può utilizzare strutture convenzionate, tecnologie sviluppate da imprese e servizi complementari. Ciò che non dovrebbe accettare è che la disponibilità economica diventi il criterio decisivo per ricevere tempestivamente cure essenziali.
Per questo la risposta non può consistere esclusivamente nell’aumentare gli stanziamenti, pur necessari. Occorrono anche trasparenza sui tempi effettivi, controlli sull’appropriatezza delle prestazioni, organizzazione territoriale, investimenti nelle professioni sanitarie e valutazioni indipendenti degli esiti.
Le sedici linee di intervento del Piano di Rilancio proposto da GIMBE offrono una base di discussione. Ma qualsiasi strategia dovrebbe essere giudicata sulla sua capacità di ridurre concretamente le disuguaglianze, non sulla quantità di annunci prodotti.
C’è poi una dimensione meno evidente, che riguarda la fiducia nelle istituzioni. Quando un cittadino paga le imposte per finanziare un servizio pubblico e deve successivamente pagare ancora per ottenere una prestazione necessaria, il rapporto tra contribuzione e diritto rischia di incrinarsi.
La sanità diventa allora il luogo in cui si misura la credibilità del patto sociale.
Non è necessario abolire formalmente un diritto per svuotarlo di significato. Può bastare renderne l’esercizio progressivamente più difficile, costoso e diseguale.
Ed è proprio questo il rischio che l’Italia deve affrontare. La sanità pubblica non è soltanto una voce di spesa o un insieme di strutture da amministrare. È uno dei principali strumenti attraverso cui una società decide se la vulnerabilità delle persone debba essere affrontata collettivamente oppure lasciata alle possibilità individuali.
Se il reddito determina quanto rapidamente si ottiene una diagnosi e la residenza condiziona la qualità dell’assistenza, l’universalismo sanitario sopravvive nei principi ma perde consistenza nella vita quotidiana.
La domanda, dunque, non è soltanto quanti miliardi servano per salvare il Servizio Sanitario Nazionale. È se l’Italia intenda ancora garantire la salute come diritto di cittadinanza oppure accettare, lentamente, che diventi un privilegio distribuito secondo le regole del mercato.