Il 3 e 4 settembre 2026 si è svolto il 5° Forum Nazionale dei Caffè Alzheimer, interamente incentrato sul tema “Arte e cura: nuovi modelli assistenziali e linguaggi espressivi”. L’evento è stato promosso dalla Fondazione Maratona Alzheimer in collaborazione con la Fondazione IRET, incontri e i dibattiti hanno animato i luoghi simbolo di Cesenatico. Il fulcro dell’iniziativa sono stati i temi della socialità, musica, arte e i linguaggi creativi non come semplici attività di svago per i malati, ma come veri e propri strumenti di cura capaci di migliorare la qualità della vita dei pazienti con demenza.
Si è discusso di come integrare l’assistenza sociosanitaria tradizionale con terapie non farmacologiche basate sull’espressione artistica e culturale. Musica, danza, teatro, ma anche arte, musei e biblioterapia come interventi non farmacologici i cui effetti vanno monitorati e valutati sempre di più in termini scientifici. Socialità contro demenza è lo slogan che potrebbe troneggiare in tutti i quaranta Caffè Alzheimer sparsi in tutta Italia.
Inclusione a 360 gradi
Le due giornate sono state l’occasione per presentare una seri e di iniziative in eventi dedicati. Tra questi l’iniziativa “la Vacanza che non si dimentica” e il progetto europeo “Adrinclusive”, due azioni pensate per creare un’offerta turistica accessibile e abbattere lo stigma sociale che circonda la malattia.
Il punto chiave del Forum 2026 è stato proprio quello del riconoscimento Istituzionale dei Caffè Alzheimer all’interno delle Linee guida nazionali del Servizio Sanitario. Stare insieme, parlare, leggere, ascoltare musica, continuare a esercitare la mente e mantenere relazioni possono diventare parte della cura. Costruire nuovi strumenti capaci di accompagnare le persone con demenza e chi vive ogni giorno accanto a loro.
I caffè Alzheimer
Eventi centrali i numerosi workshop paralleli dedicati al futuro dei Caffè Alzheimer, alla sostenibilità, alle modalità organizzative e alla capacità adattativa dei servizi. Ma cosa sono questi ‘caffeè?’ Sono luoghi apparentemente semplici, posti dove persone con un declino cognitivo, familiari e caregiver si incontrano una o due volte alla settimana, parlano, svolgono attività, costruiscono relazioni. Questi momenti non sono soltanto occasioni per trascorrere qualche ora fuori casa ma vere opportunità terapeutiche che possono aiutare a controllare sintomi come una maggiore aggressività, il mancato riconoscimento dei familiari e dei caregiver o la tendenza al vagabondaggio. 
Contro la solitudine di pazienti e caregiver
Ma c’è di più. La ricerca ha compreso come la malattia non esordisca da un giorno all’altro, all’improvviso. Secondo quanto spiegato dalla dott.ssa Laura Calzà direttrice scientifica della Fondazione Iret in una recente intervista, esiste una fase biologica molto lunga che precede la comparsa dei sintomi. È proprio in questa fase, prima dei primi problemi di memoria o i cambiamenti della personalità, che l’interazione con il paziente possa essere una chiave per una migliore assistenza futura. In questa fase che può durare molti anni, persino decenni, si apre lo spazio ad una nuova finestra di intervento molto più ampia di quanto si pensava. È in questa fase che si può intervenire non soltanto attraverso i farmaci, ma combattendo anche un nemico meno evidente, cioè l’isolamento.
L’arte come cura
Nel percorso dell’Alzheimer e delle altre demenze non ci sono solo i farmaci, ma esiste ormai un secondo grande terreno di intervento: quello delle terapie non farmacologiche. La domanda che attraversa il Forum è chiara e riguarda la possibilità che un’esperienza artistica possa entrare a pieno titolo in un percorso terapeutico. Le evidenze raccolte dalla letteratura internazionale indicano che si sta andando nella direzione giusta. Un recente rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità ha analizzato quasi tremila studi, lo ha confermato. Sono stati evidenziati benefici di musica, lettura, danza, teatro e arti visive che agiscono sulla riduzione dello stress, il sostegno del linguaggio, la stimolazione cognitiva anche della memoria e dell’identità nelle persone con demenza e la riduzione di ansia e solitudine nei caregiver.
La sfida è l’approccio scientifico
La sfida attuale è riuscire a dimostrare scientificamente quello che già empiricamente appare palese. Quanta e quale sia il contributo delle cure non medicinali sulla qualità della vita e sul decorso della malattia. La sfida è reperire prove di efficacia che non siano basate soltanto sull’opinione di chi si prende cura delle persone con demenza, ma secondo le metodologie della ricerca scientifica.
A questo obiettivo contribuisce lo studio osservazionale Procad, attivato nei quaranta centri della rete del Caffè Alzheimer Diffuso. Il progetto raccoglierà sistematicamente con una struttura scientifica di raccolta dati, numeri che possano comprovare l’efficacia di queste esperienze, con l’obiettivo di costruire una base scientifica sufficientemente solida per sostenerne il possibile inserimento nelle Linee guida nazionali.