Quando si parla di disparità di genere nel mondo del lavoro, il dibattito si concentra quasi sempre sugli stipendi. Eppure c’è un indicatore ancora più eloquente, perché racconta gli effetti accumulati in decenni di carriera: la pensione.
I dati contenuti nell’ultimo Rendiconto sociale dell’INPS mostrano infatti come il divario retributivo non scompaia con la fine dell’attività lavorativa, ma continui ad accompagnare migliaia di donne anche durante la vecchiaia, trasformandosi in una differenza economica destinata a durare per tutta la vita.
Nel 2025 l’importo medio delle pensioni previdenziali – comprendendo vecchiaia, invalidità e superstiti – si è attestato a 1.876 euro mensili. Dietro questa media, però, si nasconde una forbice molto ampia: gli uomini percepiscono in media 2.260 euro al mese, mentre le donne si fermano a 1.491 euro. Tradotto in termini percentuali, significa che le pensionate ricevono assegni inferiori del 34%. Ancora più marcato il divario se si osservano esclusivamente le pensioni di vecchiaia, dove la distanza raggiunge addirittura il 45%.
La pensione non crea la disuguaglianza: la rende semplicemente definitiva
Attribuire la responsabilità di questo fenomeno esclusivamente al sistema pensionistico sarebbe però un errore di prospettiva. La previdenza, infatti, non fa altro che tradurre in numeri ciò che è accaduto durante l’intera vita lavorativa.
L’assegno pensionistico rappresenta la somma dei contributi versati negli anni. Se il percorso professionale è stato caratterizzato da stipendi inferiori, periodi di inattività o rapporti di lavoro meno remunerativi, il risultato finale non può che riflettere questa situazione.
Lo stesso Rendiconto dell’INPS evidenzia come il gender pay gap rimanga ancora superiore al 25%, una differenza che continua a incidere sulla capacità contributiva delle lavoratrici. Nel settore privato, ad esempio, la retribuzione media giornaliera femminile resta sensibilmente più bassa rispetto a quella maschile, mentre anche nel pubblico impiego, pur con un divario meno pronunciato, le differenze continuano a essere presenti.
In altre parole, la pensione non rappresenta il punto di partenza della disuguaglianza, ma il suo punto di arrivo.
Il sistema contributivo rende il problema ancora più evidente
Negli ultimi anni il progressivo passaggio al sistema contributivo puro ha modificato profondamente il modo in cui viene calcolata la pensione.
Oggi il principio è semplice: più contributi vengono versati nel corso della vita lavorativa, maggiore sarà l’importo dell’assegno futuro. È un meccanismo matematico che lascia poco spazio a compensazioni.
Questo significa che ogni differenza accumulata durante gli anni di lavoro si riflette direttamente sulla pensione. Retribuzioni più basse, periodi senza contribuzione e carriere discontinue producono inevitabilmente assegni più contenuti.
Non è quindi il sistema previdenziale a creare il divario, ma il fatto che esso fotografi fedelmente quanto accaduto nel mercato del lavoro.
Le tre cause strutturali che alimentano il gap previdenziale
Dietro i numeri esistono dinamiche ormai note agli economisti del lavoro ma ancora lontane dall’essere superate.
La prima riguarda la discontinuità delle carriere. Molte lavoratrici interrompono l’attività professionale, o la riducono, per maternità oppure per assistere figli, genitori anziani o familiari non autosufficienti. Periodi che spesso coincidono con una riduzione della contribuzione previdenziale.
Il secondo elemento è rappresentato dal part-time involontario. I dati mostrano che il lavoro a tempo parziale continua a interessare prevalentemente le donne e, in molti casi, non si tratta di una scelta volontaria ma dell’unica opportunità disponibile. L’effetto è immediato: meno ore lavorate significano salari inferiori e, di conseguenza, contributi previdenziali più bassi. Anche se il fenomeno del part-time involontario è in graduale diminuzione, continua a colpire soprattutto la componente femminile del mercato del lavoro.
Infine pesa la cosiddetta segregazione occupazionale, cioè la maggiore concentrazione delle donne in comparti caratterizzati da retribuzioni mediamente inferiori e una presenza ancora limitata nelle posizioni manageriali e dirigenziali. Lo stesso Rendiconto evidenzia come le donne rappresentino appena il 21,8% dei dirigenti con contratto a tempo indeterminato.
Le nuove pensioni diminuiscono e gli assegni diventano più leggeri
Il quadro previdenziale italiano sta cambiando anche sotto un altro aspetto.
Nel 2025 le pensioni previdenziali liquidate sono state circa 834 mila, quasi 27 mila in meno rispetto all’anno precedente. Una flessione attribuita soprattutto alle modifiche introdotte negli ultimi anni sulle forme di pensionamento anticipato, che hanno ristretto l’accesso a numerosi strumenti di uscita dal lavoro.
Parallelamente, il Rendiconto sociale evidenzia come gli importi medi delle nuove pensioni risultino inferiori rispetto al passato, confermando un progressivo ridimensionamento della copertura garantita dal sistema pubblico.
Le conseguenze ricadono su tutti i lavoratori, ma colpiscono con maggiore intensità chi parte già da condizioni economiche meno favorevoli, come molte lavoratrici.
Non è soltanto una questione femminile
Limitarsi a considerare il gender gap pensionistico come un problema che riguarda esclusivamente le donne rischia di ridurne la portata.
La questione investe infatti l’intero sistema economico e sociale. Pensioni più basse significano minore capacità di spesa, maggiore esposizione al rischio di povertà nella terza età e una crescente dipendenza economica da altre fonti di reddito.
Con l’invecchiamento della popolazione e una carriera lavorativa sempre più frammentata anche per le nuove generazioni, il tema assume una dimensione che va oltre la semplice parità di genere.
Il secondo pilastro previdenziale diventa sempre più centrale
Proprio per questo motivo cresce l’attenzione verso la previdenza complementare.
Se il sistema pubblico continuerà a garantire tassi di sostituzione progressivamente più contenuti, costruire una pensione integrativa potrebbe trasformarsi da semplice opportunità a scelta strategica, soprattutto per chi presenta carriere discontinue o redditi variabili.
Naturalmente la previdenza complementare non elimina le disparità del mercato del lavoro. Tuttavia può rappresentare uno strumento utile per attenuare gli effetti di un assegno pubblico destinato, nel tempo, a essere meno generoso.
La fotografia scattata dall’INPS racconta quindi qualcosa di più profondo di una semplice differenza tra pensioni maschili e femminili. Racconta il modo in cui il mercato del lavoro continua a produrre effetti che si trascinano per decenni, fino alla fine della vita lavorativa. E finché salari, opportunità di carriera, distribuzione del lavoro di cura e qualità dell’occupazione continueranno a essere così differenti tra uomini e donne, anche gli assegni pensionistici difficilmente potranno raccontare una storia diversa.