La proposta di riforma dell’UE sugli appalti pubblici accende lo scontro

La proposta di riforma dell’UE sugli appalti pubblici accende lo scontro

Appalti pubblici, la proposta Ue accende lo scontro: la Cgil teme un passo indietro su lavoro, sicurezza e diritti.

La riforma europea degli appalti pubblici rischia di diventare uno dei dossier più delicati dei prossimi mesi. La bozza di Regolamento presentata dalla Commissione europea ha infatti già provocato una dura reazione da parte della Cgil, che invita il Governo italiano e tutte le forze politiche a chiedere il ritiro del testo, ritenendo che possa compromettere alcune delle principali tutele costruite negli ultimi anni nel sistema nazionale degli appalti.

Al centro del confronto non c’è soltanto una questione tecnica o giuridica. La discussione riguarda il modo in cui vengono spesi centinaia di miliardi di euro di risorse pubbliche e quale modello di sviluppo si intenda promuovere: una competizione basata prevalentemente sul contenimento dei costi oppure un sistema capace di valorizzare qualità del lavoro, sicurezza, legalità e innovazione.

Perché la proposta della Commissione europea preoccupa il sindacato

Secondo Alessandro Genovesi, responsabile Contrattazione inclusiva e Appalti della Cgil nazionale, il testo predisposto da Bruxelles contiene soltanto un limitato elemento positivo, rappresentato dal superamento del criterio del massimo ribasso come principale parametro di aggiudicazione.

Per il resto, però, l’impianto complessivo della proposta viene giudicato fortemente critico. Il motivo principale riguarda la scelta della Commissione di sostituire l’attuale sistema delle direttive europee con un Regolamento direttamente applicabile in tutti gli Stati membri.

La differenza non è soltanto formale. Le direttive fissano obiettivi comuni lasciando ai singoli Paesi un margine per adattare la normativa alle proprie caratteristiche. Un regolamento europeo, invece, entra in vigore automaticamente e prevale sulle disposizioni nazionali incompatibili, riducendo sensibilmente gli spazi di intervento dei legislatori nazionali.

Il rischio di perdere alcune tutele previste dal Codice degli Appalti italiano

La Cgil sostiene che proprio questa impostazione potrebbe mettere in discussione numerosi strumenti oggi presenti nell’ordinamento italiano e considerati fondamentali per contrastare dumping contrattuale, lavoro irregolare e concorrenza sleale.

Tra gli aspetti maggiormente richiamati dal sindacato figura l’obbligo di applicare, negli appalti pubblici, i Contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, individuati sulla base dell’attività realmente svolta dall’impresa.

Secondo la Cgil, questa previsione costituisce uno dei principali argini contro il fenomeno dei cosiddetti “contratti pirata”, utilizzati da alcune aziende per ridurre il costo del lavoro applicando accordi con condizioni economiche e normative meno favorevoli rispetto ai contratti maggiormente rappresentativi.

Tra le norme che potrebbero essere indebolite vengono richiamate anche le clausole sociali, che favoriscono la continuità occupazionale nei cambi di appalto, la garanzia della parità di trattamento economico e normativo lungo tutta la filiera produttiva, la responsabilità solidale del committente e la possibilità di ricorrere alla gestione in house quando ritenuta maggiormente vantaggiosa per cittadini e amministrazioni.

Una questione che riguarda anche il ruolo dello Stato

Le critiche non si fermano al contenuto delle singole disposizioni. Per il sindacato il passaggio da direttiva a regolamento rappresenterebbe anche un significativo cambiamento dell’equilibrio tra istituzioni europee e Stati membri.

Genovesi sottolinea infatti come una normativa immediatamente efficace ridurrebbe il ruolo del Parlamento italiano, del Governo e delle parti sociali, che negli anni hanno contribuito a costruire un sistema di regole calibrato sulle peculiarità del mercato nazionale.

Secondo questa impostazione, il rischio è quello di applicare criteri uniformi a realtà profondamente diverse tra loro, senza considerare problematiche specifiche che caratterizzano alcuni Paesi.

Il contesto italiano resta particolarmente delicato

La posizione della Cgil parte anche da una valutazione delle criticità che continuano a interessare il settore degli appalti in Italia.

Tra gli elementi richiamati figurano la diffusione del lavoro sommerso, il ricorso a contratti collettivi con standard inferiori, l’elevato numero di infortuni sul lavoro — spesso concentrati nelle catene dei subappalti — e il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata nei grandi affidamenti pubblici.

Per il sindacato, proprio queste caratteristiche renderebbero necessario rafforzare, e non alleggerire, gli strumenti di controllo e le garanzie già previste dalla legislazione italiana.

Il tema della sicurezza continua infatti a occupare una posizione centrale nel dibattito pubblico. Negli ultimi anni il susseguirsi di incidenti mortali nei cantieri ha riportato l’attenzione sulla necessità di una maggiore qualificazione delle imprese coinvolte negli appalti e di controlli più incisivi lungo tutta la filiera produttiva.

Un mercato che vale centinaia di miliardi

Le dimensioni economiche del settore spiegano perché il confronto abbia assunto immediatamente un rilievo politico nazionale.

Secondo i dati richiamati dalla Cgil, gli appalti pubblici movimentano ogni anno circa 300 miliardi di euro in Italia e oltre 2.000 miliardi nell’intera Unione europea.

Si tratta di una quota rilevante della spesa pubblica, capace di orientare investimenti, occupazione e sviluppo industriale. Per questa ragione il sindacato sostiene che gli appalti non debbano essere considerati soltanto uno strumento amministrativo per acquistare beni e servizi al prezzo più conveniente, ma una leva strategica per sostenere crescita economica, innovazione, sostenibilità ambientale e qualità del lavoro.

Secondo questa visione, la concorrenza dovrebbe premiare le imprese che investono in professionalità, sicurezza, formazione e tecnologie, evitando che il vantaggio competitivo derivi esclusivamente dalla riduzione del costo del lavoro.

Il possibile doppio regime degli appalti

Un ulteriore elemento di criticità individuato dalla Cgil riguarda la possibile coesistenza di due sistemi normativi differenti.

La proposta della Commissione europea, infatti, potrebbe determinare un quadro nel quale gli appalti sotto soglia continuerebbero a essere disciplinati prevalentemente dal Codice dei contratti pubblici italiano, mentre quelli sopra soglia verrebbero regolati direttamente dal nuovo Regolamento europeo.

Per il sindacato questa soluzione rischierebbe di aumentare la complessità normativa e di creare differenze significative tra procedure che, pur perseguendo gli stessi obiettivi, sarebbero sottoposte a regole differenti.

Una simile impostazione potrebbe inoltre incidere sulla certezza del diritto e sull’uniformità delle tutele applicabili ai lavoratori coinvolti nei diversi affidamenti.

La richiesta della Cgil: modificare l’impostazione europea

Alla luce di queste valutazioni, la Confederazione chiede che la proposta venga respinta e che il confronto europeo riparta dal rafforzamento dell’attuale sistema delle direttive, anziché dalla loro sostituzione.

Tra le priorità indicate figurano l’introduzione del divieto di subappalto a cascata, un rafforzamento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro e un ampliamento delle garanzie già previste per lavoratori e imprese che rispettano standard elevati sotto il profilo contrattuale.

La richiesta si inserisce nel più ampio percorso promosso dalla stessa organizzazione sindacale sul tema della qualità degli appalti pubblici e della tutela del lavoro lungo l’intera filiera produttiva.

Un confronto destinato a incidere sul futuro degli investimenti pubblici

La bozza della Commissione europea rappresenta soltanto l’inizio di un percorso istituzionale che dovrà confrontarsi con governi nazionali, Parlamento europeo e numerosi soggetti interessati.

Il dibattito che si apre non riguarda esclusivamente gli operatori del settore, ma investe direttamente il modello con cui verranno gestite le future opere pubbliche, gli investimenti infrastrutturali e una parte significativa delle risorse europee e nazionali.

Da una parte emerge l’obiettivo di armonizzare le regole del mercato unico europeo; dall’altra resta aperta la questione di come garantire che questa uniformità non comporti un arretramento delle tutele costruite nei singoli ordinamenti. Sarà proprio questo equilibrio tra concorrenza, efficienza amministrativa e protezione del lavoro a rappresentare uno dei principali nodi politici della futura riforma degli appalti pubblici.

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