Il welfare aveva una pretesa ambiziosa: permettere alle persone di curarsi, studiare e vivere sotto un tetto senza dipendere interamente dalla fortuna economica della famiglia. Una promessa spesso tradita, certamente. Ma abbastanza chiara da consentire ai cittadini di riconoscere il tradimento.
Oggi, a giudicare da certe priorità del dibattito pubblico, la protezione sembra aver cambiato indirizzo. Dall’ospedale all’arsenale. Dalla sicurezza di ricevere una cura alla rassicurazione di essere difesi militarmente. Il cittadino chiede come pagare l’affitto e la politica gli illustra la gittata di un missile. È una risposta tecnicamente sofisticata a una domanda che nessuno aveva fatto in quei termini.
Si può capire la necessità di proteggere un Paese dalle aggressioni. Diventa più difficile capire perché, nel frattempo, chi ci abita debba sentirsi chiedere di abbassare le pretese sulla possibilità di viverci.
Le urgenze hanno una gerarchia
Il punto è la facilità con cui la spesa militare acquista il carattere dell’inevitabilità, mentre quella sociale deve sottoporsi ogni volta a un esame di coscienza.
Un infermiere è un costo da verificare. Un sistema d’arma è un investimento strategico. Una classe meno affollata richiede coperture. Il riarmo richiede visione. Per l’assistenza agli anziani si invoca il realismo; per gli arsenali si invita a essere all’altezza della storia.
La storia, evidentemente, accetta preventivi che la nonna non può permettersi.
Un esempio concreto aiuta. Al vertice dell’Aia del giugno 2025 gli alleati NATO hanno assunto un impegno di spesa pari al 5% del PIL entro il 2035: almeno il 3,5% per la spesa militare secondo la definizione NATO e fino all’1,5% per investimenti più ampi connessi alla difesa e alla sicurezza, comprese infrastrutture e resilienza civile. Quel 5%, dunque, non è interamente destinato alle armi.
Resta il contrasto politico: per la sicurezza si costruisce un orizzonte decennale, si indicano percentuali, si chiedono piani. Chi attende una visita specialistica apprezzerebbe anche soltanto un calendario attendibile.
Secondo l’ISTAT, nel 2024 il 9,9% delle persone ha rinunciato a visite specialistiche o accertamenti diagnostici necessari per problemi legati alle attese, alle difficoltà economiche o all’accessibilità delle strutture: circa 5,8 milioni di persone.
Una questione di sicurezza piuttosto concreta. Ha solo il difetto di presentarsi allo sportello con un’impegnativa anziché a una conferenza con una mappa.
Uno scudo sopra una casa che non puoi pagare
La contraddizione diventa persino comica quando si passa alle parole. Scudi, ombrelli, coperture: il linguaggio della protezione militare è pieno di ripari. Peccato che nessuno di questi accetti una famiglia che non riesce a sostenere l’affitto.
Un Paese potrebbe arrivare al capolavoro di proteggere perfettamente il proprio spazio aereo e lasciare una parte dei cittadini senza uno spazio abitabile. Sarebbero al sicuro da un’incursione ma esposti alle intemperie. Una forma avanzata di protezione: il cielo è sorvegliato, per il tetto bisogna arrangiarsi.
È il criterio del capofamiglia che acquista una porta blindata, installa dodici telecamere e poi annuncia ai figli che per cena potranno guardare le registrazioni. La casa sarà anche più difficile da svaligiare. Quanto alla gestione familiare, qualche dubbio è consentito.
La civiltà si difende anche aprendone le porte
Sulla scuola il paradosso è altrettanto vistoso. Si chiede di investire per difendere i nostri valori, la nostra cultura, la nostra civiltà. Benissimo. Sarebbe utile che i bambini potessero accedervi attraverso scuole funzionanti, insegnanti sufficienti, biblioteche aperte.
Altrimenti la cultura diventa un patrimonio da custodire in cassaforte, con la popolazione gentilmente invitata a restare fuori.
Anche l’argomento industriale merita un po’ di manutenzione. Gli investimenti nella difesa possono creare occupazione e sviluppare tecnologie. Certamente. Ma anche assumere infermieri crea occupazione. Costruire alloggi, mettere in sicurezza scuole e finanziare ricerca produce lavoro, competenze e benefici collettivi.
Il salario di un insegnante, per quanto possa sorprendere alcuni commentatori, viene speso nell’economia reale.
Il conto della protezione
Nessuna politica seria può ignorare le minacce militari. E nessun bilancio si aggiusta con l’aritmetica da comizio, cancellando un armamento per far comparire magicamente un ospedale completo di personale.
Proprio per questo servono risposte sul finanziamento, sui tempi, sull’efficacia e sulle alternative. Chi propone un aumento della spesa militare deve spiegare come intende sostenerlo e quali garanzie offre ai servizi pubblici. L’aggettivo “strategico” non sostituisce una valutazione dei costi.
La prima difesa del cittadino è garantirgli le cure oggi: prima di prepararlo a un’ipotetica guerra nel 2030, la politica europea dovrebbe preoccuparsi di farcelo arrivare vivo.
La difesa nazionale perde il proprio senso se il benessere delle persone viene trattato come ciò che resta dopo aver pagato tutto il resto. Un confine custodisce una comunità: persone che si ammalano, crescono figli, studiano, lavorano e invecchiano. È questa vita comune a dare valore al territorio.
Si possono discutere arsenali, alleanze e deterrenza. Si dovrebbe farlo con la stessa precisione con cui si chiede conto di un posto letto.
Prima di prometterci che nessuno ci porterà via il Paese, sarebbe il caso di garantirci la possibilità di abitarlo.
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