Denunce e condanne arrivano da ogni parte. La strage di Amendolara ha acceso i riflettori nel modo peggiore possibile su un fenomeno che tutti conoscevano, ma fingevano di non vedere e forse tra qualche settimana non farà più ‘notizia’.
Dalle Migliaia di persone, secondo le stime ANSA, che hanno partecipato alla manifestazione indetta da Cgil e Flai a Amendolara dopo l’omicidio dei quattro braccianti agricoli compiuto lunedì scorso, alle prese di posizione pubbliche e ufficiali di Coldiretti Calabria. che nel comunicato ufficiale diffuso nei giorni scorsi ha dichiarato come “ la morte dei quattro braccianti stranieri, arsi vivi all’interno della loro auto, rappresenta un orrore inimmaginabile che scuote profondamente le coscienze che ha lasciato attonita l’intera comunità nazionale.”
Una tragedia che ha colpito questi quattro lavoratori, ma che poteva colpire ciascuno di questi nuovi schiavi, non solo in agricoltura. Un evento che obbliga a una riflessione profonda e dovrebbe unire in uno sforzo rinnovato tutte le istituzioni, le forze sociali e il mondo produttivo. Da più parti hanno risuonato le parole ‘legalità’, ‘rispetto della persona e della vita umana’, principi non negoziabili in un Paese che vuole dirsi civile.
L’appello di Slow Food Calabria
Slow Food Calabria chiede di “sradicare le cause di una vera e propria schiavitù moderna, per onorare le vittime dobbiamo colpire i veri colpevoli: le aste al ribasso sul cibo con prezzi stracciati d’acquisto che soffocano i produttori e scaricano i costi sulla vita dei braccianti.” E ricorda come “non esiste ‘eccellenza’ gastronomica calabrese, o da qualsiasi altra parte del pianeta, se macchiata dal sangue.” Sotto accusa il sistema con cui si produce e commercializza il cibo nel nostro Paese. “il caporalato” ricordaSlow Food Calabria “ danneggia anche le centinaia di agricoltori calabresi onesti che operano nella legalità sostenendo la dignità del lavoro e dei lavoratori. “
Un altro caso gravissimo a Salerno
Solo qualche settimana fa, purtroppo già quasi dimenticato, in provincia di Salerno un bracciante agricolo era stato ‘scaricato’ davanti al pronto soccorso dell’azienda ospedaliera universitaria San Giovanni Di Dio a Ruggi d’Aragona in condizioni disperate. Il cittadino indiano di 36 anni era arrivato con le gambe gravemente compromesse, quasi in cancrena. Gli accertamenti clinici hanno evidenziato diverse setticemie. Cosa gli era successo? Una prolungata esposizione a diserbanti e sostanze chimiche utilizzate in agricoltura. È morto poco dopo, dilaniato da dolori atroci e da infezioni ormai in tutto il corpo. Gli investigatori stanno ora cercando di comprendere meglio la dinamica di questa morte, ma non ci sono dubbi che sia legata alle condizioni dei braccianti nei campi del salernitano, in particolare nell’area della piana del Sele.
La posizione dell’Associazione Libera
Dietro e dentro queste morti c’è così tanto che ci vorrebbero decine di pagine per contenerlo. Può essere utile citare le parole utilizzate e diffuse dall’associazione ‘Libera’: “Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, si è consumato l’ennesima tragedia annunciata, dove ancora una volta i braccianti sono vittime di un sistema che umilia, sfrutta e uccide.” E ancora “Un crimine che umilia le persone nel nome della logica del profitto, funzionale ad un’economia, anch’essa malata, che richiede manodopera a bassissimo costo così da poter abbassare i costi di produzione, creando in tal modo una concorrenza criminale che penalizza le aziende sane a vantaggio di chi sfrutta e ricatta i lavoratori in campagna, nei cantieri, in edilizia e in molte imprese dove si lavora come schiavi”.
È molto importante anche la posizione di Libera quando afferma, ancora “in tutto questo hanno facile gioco le mafie: quelle internazionali che gestiscono la tratta e quelle locali che controllano il caporalato o assoldano manodopera criminale a basso costo fra i disperati. Ma a prosperare è anche un sistema di illegalità che non è mafioso in senso stretto”. Ed è proprio qui la riflessione chiave. Si parla di schiavitù e sfruttamento su larga scala, ma intorno ruota tutto un sistema, Italiano, profondamente Italiano, di chi crede che essere ‘furbetti’ non faccia male a nessuno, in fondo.
È sufficiente trovarsi in uno dei moltissimi lidi ad inizio estste, la mattina presto. Vedrete extracomunitari scaricati da auto di lusso, caricati come muli di cianfrusaglie da Italianissimi, che spesso parlano un dialetto stretto, spediti sulle spiagge senza nemmeno una boccetta d’acqua.
I nuovi schiavi
Così i nuovi schiavi si muovono nei campi, ma anche nelle periferie delle città. Abitano case dove non gli è permesso ottenere la residenza perché affittate in nero, da italiani spesso insospettabili, condivise con più connazionali, perché è quasi impossibile affittare in regola. Come quasi impossibile è ricevere i documenti in tempi congrui. Perché alcuni degli irregolari divengono tali dopo mesi di attesa di permessi di soggiorno che non arrivano, 18, 20 mesi, senza poter lavorare regolarmente, senza poter guadagnare, senza poter esistere. Chi può resiste, ma molti si arrendono e escono dalla legalità, non ce la fanno più ad aspettare e finiscono per accettare ogni forma di lavoro.
Solo nella Capitale da inizio maggio, si stanno moltiplicando le denuncia di tantissime organizzazioni che assistono i migranti. Da tempo si vedono file di 2000, fino a 2500 persone, che iniziano ad accamparsi alle 4 di mattina davanti all’ufficio immigrazione, per presentare la richiesta di protezione internazionale e per rinnovare i prorpri permessi di soggiorno. Le cause sono molteplici dalla carenza di personale, alla lentezza delle procedure ma anche l’eccesso di burocrazia che costringe i migranti ad andare più volte negli uffici, intasandoli.
La procedura di protezione internazionale
Se tutto va bene, la procedura di protezione internazionale dura circa due anni. Diverse associazioni hanno documentato come le domande vengano ostacolate, per esempio con la richiesta di documenti non previsti dalla legge, come il passaporto o una dichiarazione di ospitalità. Intanto chi vuole essere regolare non si arrende. I migranti che dormono di notte davanti alla questura, per cercare di regolarizzare la propria posizione, sono quasi raddoppiati negli ultimi mesi: a novembre erano in media 70 al giorno, ad aprile la Croce Rossa è arrivata a contarne 138 in una sola notte.
E sono sempre Associazioni attive da anni a denunciare e documentare come moltissimi gruppi criminali abbiano approfittato del decreto flussi per truffare i lavoratori migranti. Sono molti i ‘bravi italiani’ coinvolti, al momento indagati in una inchiesta di dimensioni importanti. Sotto inchiesta avvocati, commercialisti e Centri di assistenza fiscale (CAF), datori di lavoro e membri della criminalità organizzata, insieme a intermediari spesso della nazionalità del migrante adescato.
Il problema della criminalizzazione dell’immigrato
Se tutto questo non fosse abbastanza, la criminalizzazione dell’immigrato, operata da più parti ed anche da certe posizioni politiche estremiste, ha fatto si che negli stessi giorni nei quali si piangevano queste morti orrende, altre morti avvenivano per mano di Italiani, insieme a pestaggi gratuiti, inseguimenti, violenze senza motivi scatenanti.
Così noi, popolo di migranti, visto che possiamo rintracciare Italiani in ogni remoto angolo del pianeta, aggrediamo i migranti di questo secolo, mentre li sfruttiamo facendogli raccogliere le fragole che troveremo in offerta al supermercato o affittandogli, in nero, la nostra seconda da casa in campagna.