In Piemonte il Fotovoltaico è contro le risaie: «Danni incalcolabili»

In Piemonte il Fotovoltaico è contro le risaie: «Danni incalcolabili»

Fotovoltaico nelle risaie, la battaglia degli agricoltori di Carisio: «La transizione energetica non può cancellare la terra».

Il conflitto non riguarda soltanto una distesa di pannelli solari. Sotto le risaie potrebbero passare cavi ad alta tensione, mentre stazioni elettriche, piste di accesso e servitù permanenti ridisegnerebbero un territorio costruito attraverso secoli di bonifiche. A Carisio, nel Vercellese, la transizione energetica ha assunto la forma di mappe catastali, progetti tecnici e procedimenti amministrativi che un agricoltore ha iniziato a studiare dopo avere scoperto che alcune opere erano state pianificate anche sui suoi terreni.

Andrea Maggi coltiva riso nella Baraggia piemontese, l’area compresa tra le province di Vercelli e Biella dalla quale proviene il primo e unico riso italiano tutelato dalla Denominazione di origine protetta. Laureato in discipline ambientali nel 2008, negli ultimi mesi ha dovuto abbandonare sempre più spesso il lavoro nei campi per interpretare elaborati progettuali, potenze elettriche, tracciati dei cavidotti e richieste di autorizzazione.

Il suo racconto apre una questione più ampia: quale prezzo territoriale siamo disposti a pagare per produrre energia pulita? E soprattutto, chi decide dove collocare le infrastrutture necessarie, quando queste entrano in collisione con aziende agricole, sistemi irrigui, produzioni certificate e proprietà private?

Una cascina nata prima dell’Italia unita

Per comprendere la protesta di Maggi bisogna partire dalla storia della sua famiglia. Quella che oggi appare come una controversia tecnica affonda infatti le radici in tre generazioni di lavoro agricolo.

Il nonno aveva iniziato nel Pavese, prima a Stradella e poi a Spessa Po. Successivamente si era trasferito nella zona di Carisio, lavorando come mezzadro proprio in una delle cascine che oggi rischiano di essere coinvolte dalle opere elettriche. Nel 1959 arrivò la possibilità di prendere in affitto il complesso e i terreni circostanti. Qualche anno più tardi, con il subentro del padre di Andrea e dopo notevoli sacrifici economici, la famiglia riuscì ad acquistarli.

La cascina, tuttavia, possiede una vicenda ancora più antica. I documenti storici del Comune ne collocano la nascita intorno al 1680, quando furono bonificate le prime cento giornate piemontesi, equivalenti a circa 38 ettari. Per secoli appartenne alla comunità locale, configurandosi quindi, in origine, come un bene pubblico. All’inizio del Novecento venne venduta dopo un lungo lavoro di recupero dei suoli e di infrastrutturazione.

Era una struttura all’avanguardia per il suo tempo: disponeva di un essiccatoio alimentato a carbone e di un mulino capace di azionare i macchinari in legno utilizzati per spostare il riso. Alcuni di quegli elementi sono ancora presenti. Per la famiglia Maggi, dunque, la terra non rappresenta semplicemente una superficie espressa in particelle catastali. È un capitale produttivo, storico e affettivo che attraversa quasi tre secoli e mezzo.

Le prime misurazioni e la scoperta del progetto

L’allarme è scattato quando Andrea ha notato persone muoversi sui fondi senza che gli fosse stato chiesto alcun permesso. Alla richiesta di chiarimenti, gli sarebbe stato spiegato che le attività riguardavano il passaggio di una linea elettrica ad alta tensione destinata a raggiungere una nuova stazione.

In un’altra occasione, l’agricoltore ha trovato un geologo impegnato in un carotaggio. Il professionista, secondo quanto riferito da Maggi, era convinto che il proprietario avesse già autorizzato il rilievo. Ma il titolare del terreno era proprio l’uomo che gli stava domandando perché si trovasse lì.

Da quel momento la vicenda ha cambiato dimensione. Maggi si è rivolto a un legale, contestando l’utilizzabilità della documentazione raccolta senza il suo consenso. Contemporaneamente ha cominciato a consultare i progetti pubblicati nei procedimenti ambientali. In due interventi agrivoltaici localizzati a pochi chilometri dalla sua azienda ha individuato il riferimento a una stazione elettrica. Esaminando il piano particellare, sostiene di avere scoperto che l’opera era stata collocata sui suoi fondi, senza una preventiva interlocuzione.

Si tratta di una ricostruzione che chiama direttamente in causa il rapporto tra interesse pubblico, iniziativa privata e diritto di proprietà. La presentazione di un progetto, infatti, non equivale alla sua approvazione definitiva, così come l’inserimento di una particella negli elaborati non rende automaticamente eseguibili i lavori. Le procedure possono però condurre alla costituzione di servitù o, quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge, all’espropriazione. È in questo spazio, sospeso tra pianificazione e autorizzazione, che nasce la paura degli agricoltori.

Il vero nodo non sono soltanto i pannelli

Nel dibattito pubblico il fotovoltaico viene spesso rappresentato attraverso l’immagine immediata dei moduli installati sul terreno. Il caso di Carisio mostra invece un lato meno visibile della transizione: ogni impianto deve essere collegato alla rete. Servono cavidotti, cabine di trasformazione, stazioni di raccolta, viabilità per i cantieri e accessi utilizzabili durante la manutenzione.

Secondo la mappa elaborata da Maggi sulla base dei documenti consultati, nell’area gravitano almeno tredici iniziative. L’agricoltore riferisce che la configurazione della stazione potrebbe arrivare a 32 connessioni e a una capacità complessiva di 2.250 megawatt. Da questi elementi ricava lo scenario di una rete destinata a servire fino a 32 impianti nel raggio di una ventina di chilometri, con un’interferenza territoriale che, nella sua stima, potrebbe interessare migliaia di ettari.

Questi numeri descrivono la proiezione formulata dal proprietario e non un unico progetto già autorizzato con tali dimensioni. Gli atti pubblici confermano però la presenza di numerose iniziative distinte tra Carisio, Santhià, Salussola, Cerrione, Cavaglià e Formigliana. Considerate singolarmente, possono sembrare interventi circoscritti. Osservate insieme, fanno emergere il tema dell’effetto cumulativo: la somma di impianti, linee interrate e opere di rete può produrre conseguenze differenti da quelle valutate per ciascuna installazione isolata.

È proprio questo uno dei punti più delicati. Un impianto definito agrivoltaico dovrebbe permettere la prosecuzione dell’attività agricola. Tuttavia, la compatibilità non dipende esclusivamente dall’altezza dei pannelli o dalla distanza tra le strutture. Occorre verificare anche la continuità dell’irrigazione, la possibilità di usare i macchinari, la fertilità del suolo, la frammentazione aziendale e l’impatto delle infrastrutture elettriche permanenti.

Risaie e cavidotti, una convivenza tutt’altro che semplice

La risaia è un sistema produttivo particolare. Canali, fossi, argini e pendenze minime regolano la circolazione dell’acqua. Interrompere questo equilibrio, anche soltanto durante un cantiere, può avere ripercussioni su appezzamenti più estesi rispetto alla superficie materialmente occupata.

Maggi teme che i lavori possano compromettere gli scarichi delle acque e dei reflui, molti dei quali si trovano su fondi privati. Si domanda inoltre se i mezzi utilizzeranno le strade aziendali e se la presenza delle opere consentirà ancora di scavare, pulire o modificare i canali indispensabili alla coltivazione. Nella sua ricostruzione, l’area di cantiere potrebbe raggiungere tra 80 e 90 ettari e rimanere impegnata per 66 mesi durante la costruzione delle stazioni e del collegamento alla rete nazionale.

Le condizioni riportate nei documenti relativi alle servitù prevedono, per alcuni cavidotti, una fascia indicativa di 2,5 metri per ciascun lato rispetto all’asse della linea e una profondità di circa 1,2 metri, salvo esigenze tecniche differenti. All’interno della zona asservita verrebbero limitati scavi e lavorazioni potenzialmente pericolosi, mentre la posa di ulteriori condotte interrate richiederebbe un’intesa con il gestore.

Altre prescrizioni possono riguardare alberature, manufatti e accesso ai fondi. Il personale incaricato deve poter raggiungere le opere per costruzione, controllo, sorveglianza, riparazione e manutenzione. Nei tracciati indicati da Maggi, il percorso carrabile dovrebbe avere almeno tre metri di larghezza ed essere mantenuto libero. In presenza di cancelli, potrebbero essere necessarie modalità autonome di ingresso.

Per un’azienda agricola non si tratta di dettagli marginali. Una servitù non sottrae sempre formalmente la proprietà, ma ne condiziona l’uso per molti anni. Nel caso di terreni irrigui, anche pochi metri possono modificare l’organizzazione dei campi e limitare interventi futuri.

Le istituzioni iniziano a riconoscere l’effetto cumulo

Le preoccupazioni dell’agricoltore hanno trovato almeno un riscontro nel procedimento relativo all’impianto “Carisio Live”, un progetto agrivoltaico da oltre 16 megawatt con opere di connessione. Le osservazioni presentate da Andrea Maggi sono state acquisite formalmente dalla Provincia di Vercelli.

Nel novembre 2025 l’organo tecnico provinciale ha stabilito che non fosse possibile escludere impatti ambientali significativi e negativi. Tra le criticità indicate figuravano proprio il cumulo con altri impianti, il reticolo dei cavidotti, l’utilizzo di suolo agricolo, le interferenze con le acque, la biodiversità, la vicinanza alla Garzaia di Carisio e la collocazione all’interno dell’areale del Riso di Baraggia Dop.

La decisione non ha bocciato definitivamente l’intervento, ma lo ha sottoposto a una Valutazione di impatto ambientale più approfondita. È una distinzione sostanziale: significa che il progetto dovrà essere esaminato attraverso uno studio più completo, valutando alternative, mitigazioni e compensazioni.

Il confronto istituzionale si è acceso anche intorno all’impianto e-VerGREEN da 76,6 megawatt previsto tra Santhià e Carisio. Dopo il giudizio ambientale favorevole espresso dal Ministero, la Provincia di Vercelli ha deciso di impugnare il provvedimento davanti al Tribunale amministrativo regionale. L’ente ha motivato la propria opposizione richiamando la tutela delle risaie di pregio, del paesaggio e della produzione Dop, sottolineando inoltre il legame dell’impianto con la futura stazione elettrica di Carisio.

La vicenda dimostra che non esiste una contrapposizione elementare tra agricoltori contrari al progresso e istituzioni favorevoli all’energia pulita. Anche all’interno delle amministrazioni emergono valutazioni diverse su localizzazione, proporzioni e concentrazione delle opere.

Una Dop che dipende dal territorio, non soltanto dal marchio

La Baraggia comprende 28 comuni e si estende su circa 44 mila ettari, metà dei quali destinati alla risicoltura. Qui viene prodotto il Riso di Baraggia Biellese e Vercellese, prima e unica Dop italiana del settore. Il riconoscimento non tutela semplicemente un nome commerciale: lega la qualità del prodotto a un’area geografica, a precise modalità di coltivazione e a una filiera sottoposta a controlli.

Carisio rientra pienamente in questo perimetro. Per tale ragione, ogni trasformazione del suolo assume una rilevanza che supera il confine della singola azienda. Se la superficie agricola viene frammentata, prosciugata o resa più difficile da irrigare, il danno potenziale investe anche la continuità della produzione certificata e l’economia costruita attorno a essa.

Nel 2026 il Piemonte ha approvato una nuova disciplina sulle aree idonee alle fonti rinnovabili. La legge stabilisce limiti alla quota di superficie agricola utilizzabile, introduce criteri per evitare trasformazioni irreversibili della capacità produttiva e attribuisce importanza al monitoraggio degli impianti agrivoltaici. Prevede inoltre una valutazione dell’effetto cumulo, tema particolarmente rilevante nella pianura vercellese.

Le regole regionali cercano dunque di tenere insieme due esigenze reali: raggiungere gli obiettivi energetici e impedire che la corsa alle autorizzazioni si traduca in un consumo incontrollato dei terreni più fertili. La prova decisiva sarà l’applicazione concreta, soprattutto nei territori dove decine di iniziative convergono verso la stessa infrastruttura di rete.

La transizione ecologica è anche una questione di potere

Il caso di Carisio possiede una dimensione globale. In molti Paesi l’espansione delle fonti rinnovabili sta spostando il confronto dall’opportunità di produrre energia pulita alla scelta dei luoghi nei quali installare gli impianti. I megawatt sono indispensabili per ridurre l’uso dei combustibili fossili, ma non possono diventare l’unico parametro con cui misurare la sostenibilità.

Una centrale solare può essere positiva per il clima e, contemporaneamente, problematica per il territorio che la ospita. Le due affermazioni non si escludono. Per questo servono pianificazione, trasparenza e partecipazione anticipata delle comunità, non un semplice confronto economico tra proponenti e proprietari.

La domanda centrale riguarda il potere di decidere. Un agricoltore che scopre un’opera consultando una planimetria parte da una posizione più debole rispetto a società dotate di progettisti, consulenti e strutture legali. La disponibilità formale dei documenti online non garantisce da sola una partecipazione effettiva: interpretare centinaia di elaborati richiede tempo e competenze che molte piccole aziende non possiedono.

Maggi, grazie alla formazione ambientale, ha potuto ricostruire collegamenti e tracciati. Altri proprietari potrebbero accorgersi delle conseguenze soltanto quando ricevono una comunicazione relativa alla servitù o all’esproprio. È qui che la transizione rischia di perdere consenso, trasformandosi da progetto collettivo in imposizione percepita dall’alto.

«I nostri nonni hanno reso coltivabili questi campi»

Nel suo appello finale Andrea Maggi si rivolge soprattutto agli altri agricoltori. Ricorda il lavoro manuale compiuto dalle generazioni precedenti per bonificare i terreni, scavare i fossi e costruire il sistema irriguo che ancora oggi rende possibile la risicoltura.

Il suo rifiuto non nasce da una posizione contraria alle energie rinnovabili. Nasce dal timore che, dietro la promessa dell’agrivoltaico, si produca una trasformazione permanente che renda impossibile tornare indietro. Il denaro offerto per concedere un terreno può apparire conveniente nel breve periodo, soprattutto in una fase difficile per il settore agricolo. Ma una servitù, una stazione elettrica o una rete di cavidotti incidono sul valore e sull’utilizzabilità del fondo per un tempo molto più lungo.

La battaglia di Carisio non si può quindi ridurre a un “sì” o a un “no” ai pannelli solari. Riguarda il modo in cui l’Italia intende realizzare la propria infrastruttura energetica: distribuendo gli impianti, privilegiando tetti e superfici già compromesse, oppure concentrando grandi opere nei territori agricoli che dispongono degli spazi necessari ma sopportano quasi interamente le conseguenze.

Il punto non è scegliere tra il riso e l’elettricità. È evitare che la produzione dell’una cancelli le condizioni necessarie all’altra. Una transizione può dirsi davvero ecologica soltanto quando tutela anche l’acqua, il suolo, la biodiversità, il lavoro e la memoria dei luoghi sui quali viene costruita.

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