I docenti in pensione potranno tornare in cattedra con contratti a tempo pieno: accade in Vietnam, ma è possibile una cosa del genere anche in Italia?
Di fronte alla crescente necessità di valorizzare il patrimonio di competenze maturato nel sistema educativo, il Vietnam sceglie una strada destinata a far discutere anche fuori dai propri confini. A partire dal prossimo anno scolastico, infatti, gli insegnanti già collocati in pensione potranno essere assunti nuovamente con contratti a tempo pieno, superando il modello che finora ne limitava il coinvolgimento a incarichi occasionali o a singole attività didattiche.
La novità rappresenta un cambio di paradigma nell’organizzazione delle risorse umane della scuola vietnamita e punta a rispondere contemporaneamente a più esigenze: conservare il patrimonio di esperienza accumulato dai docenti più anziani, rafforzare la qualità della formazione universitaria e scolastica e favorire il trasferimento delle competenze alle nuove generazioni di insegnanti.
Una riforma che entrerà in vigore dal 1° settembre 2026
Le nuove regole sono contenute nella Circolare n. 59/2026/TT-BGDĐT, emanata dal Ministero dell’Istruzione e della Formazione del Vietnam. Il provvedimento entrerà in vigore il 1° settembre 2026, data che coincide con l’avvio del nuovo anno scolastico nel Paese, sostituendo integralmente la disciplina che fino a oggi regolava i docenti a contratto e gli insegnanti ospiti.
La differenza rispetto al passato è sostanziale. Fino a questo momento i pensionati potevano essere chiamati prevalentemente per tenere lezioni specifiche, seminari o interventi limitati nel tempo. La nuova normativa apre invece alla possibilità di instaurare un vero e proprio rapporto di lavoro continuativo, consentendo alle istituzioni scolastiche di inserirli stabilmente nel proprio organico, purché soddisfino tutti i requisiti previsti dalla legge.
Si tratta di una scelta che riflette una tendenza sempre più osservata in diversi sistemi educativi: anziché considerare il pensionamento come un’interruzione definitiva dell’attività professionale, si punta a creare strumenti capaci di mantenere attivo il capitale umano formato in decenni di esperienza.
Non solo lezioni: cresce il ruolo dei docenti senior
Uno degli aspetti più innovativi della riforma riguarda l’ampliamento delle attività che potranno essere affidate ai professori assunti dopo il pensionamento.
Il loro contributo non si limiterà infatti alla didattica tradizionale. Gli istituti potranno coinvolgerli in numerosi ambiti della vita accademica, valorizzando competenze spesso difficili da sostituire in tempi brevi.
Tra le attività previste figurano esercitazioni pratiche, ricerca scientifica, supervisione di tesi universitarie e di dottorato, elaborazione di materiali didattici e libri di testo, oltre ad altri incarichi compatibili con l’organizzazione delle singole istituzioni.
Questa impostazione conferma come il Ministero vietnamita consideri i docenti con maggiore esperienza non soltanto insegnanti, ma anche figure strategiche nella crescita qualitativa dell’intero sistema educativo.
Contratti personalizzati e retribuzione definita caso per caso
La circolare lascia un certo margine di autonomia agli istituti nella definizione delle condizioni economiche.
Lo stipendio, le eventuali indennità e gli altri benefici saranno infatti stabiliti attraverso il contratto individuale, sempre nel rispetto della legislazione nazionale vigente.
La disciplina prevede inoltre la possibilità di riconoscere compensi più elevati in presenza di particolari competenze professionali, di una lunga esperienza maturata durante la carriera o di uno specifico contributo offerto alle attività dell’istituzione scolastica.
In altre parole, non sarà previsto un trattamento economico uniforme per tutti, ma una valorizzazione che terrà conto del profilo professionale del singolo docente e del valore aggiunto che potrà garantire all’istituto.
Gli stessi diritti degli altri insegnanti
Il nuovo quadro normativo stabilisce che i docenti pensionati assunti con contratto a tempo pieno godranno degli stessi diritti riconosciuti agli altri insegnanti nello svolgimento dell’attività didattica.
La normativa tutela inoltre la dignità professionale dei docenti, riconoscendo loro la possibilità di accedere, quando ricorrano le condizioni previste dall’ordinamento vietnamita, ai titoli accademici e ai riconoscimenti professionali destinati al personale docente.
Si tratta di un elemento non secondario, perché rafforza il principio secondo cui il ritorno in servizio non rappresenta una collaborazione marginale, ma un vero reinserimento nella comunità educativa.
Accanto ai diritti arrivano anche obblighi precisi
La riforma non introduce soltanto nuove opportunità. Per evitare possibili criticità organizzative, il Ministero ha previsto anche una serie di obblighi destinati ai docenti che sceglieranno di tornare a lavorare.
Tra le principali limitazioni figura il divieto di sottoscrivere contemporaneamente contratti a tempo pieno con più istituti scolastici. Ogni insegnante potrà quindi svolgere questa attività esclusivamente presso una sola struttura.
Restano inoltre pienamente validi gli obblighi previsti dal contratto individuale, sia sul fronte della didattica sia relativamente alle attività di ricerca.
Grande attenzione viene dedicata anche all’etica professionale e all’integrità scientifica, considerate elementi centrali della qualità del sistema universitario e scolastico.
La circolare richiede inoltre un aggiornamento continuo delle competenze professionali e attribuisce ai docenti senior un ruolo importante nella formazione dei colleghi più giovani, favorendo un trasferimento strutturato delle conoscenze maturate durante la carriera.
Una risposta ai cambiamenti demografici e alle esigenze della scuola
La decisione del Vietnam si inserisce in un contesto più ampio che interessa numerosi Paesi. L’invecchiamento della popolazione, la difficoltà nel reperire personale altamente qualificato in alcune discipline e la necessità di preservare competenze costruite in decenni di insegnamento stanno spingendo diversi sistemi educativi a ripensare il rapporto tra pensionamento e attività lavorativa.
Consentire ai docenti più esperti di proseguire il proprio percorso professionale, pur con regole precise e requisiti rigorosi, può rappresentare uno strumento utile per garantire continuità nella qualità dell’insegnamento, soprattutto nei settori in cui risulta più complesso formare rapidamente nuove figure con pari esperienza.
Parallelamente, il coinvolgimento degli insegnanti senior può contribuire a rafforzare il tutoraggio dei giovani docenti, accelerandone la crescita professionale attraverso il confronto diretto con chi ha affrontato per molti anni le sfide della didattica e della ricerca.
Un modello che potrebbe alimentare il dibattito internazionale
Pur trattandosi di una misura destinata esclusivamente al sistema educativo vietnamita, la riforma offre spunti di riflessione che potrebbero interessare anche altri ordinamenti scolastici.
Il provvedimento dimostra infatti come il pensionamento non venga più considerato necessariamente il termine definitivo dell’attività lavorativa, ma possa trasformarsi in una nuova fase professionale, nella quale l’esperienza accumulata continua a rappresentare una risorsa per il sistema pubblico.
Resta naturalmente da verificare quale sarà l’impatto concreto della riforma dopo la sua entrata in vigore. Molto dipenderà dalla disponibilità degli insegnanti pensionati a rientrare in servizio, dalle esigenze dei singoli istituti e dall’equilibrio che verrà raggiunto tra il ricambio generazionale e la valorizzazione delle competenze maturate nel tempo.
Ciò che appare già evidente è la scelta del Vietnam di investire sull’esperienza come elemento strategico della qualità dell’istruzione, trasformando quella che fino a ieri era una collaborazione saltuaria in un’opportunità di impiego stabile e pienamente inserita nell’organizzazione scolastica.
Italia e Vietnam: due approcci molto diversi alla gestione dei docenti senior
La scelta del Vietnam assume un significato ancora più interessante se osservata dal punto di vista europeo e, in particolare, italiano. Anche nel nostro Paese il tema dell’età media degli insegnanti è da anni al centro del dibattito pubblico. Secondo i dati OCSE, l’Italia figura stabilmente tra i Paesi con il corpo docente più anziano: nelle scuole secondarie oltre la metà degli insegnanti ha superato i 50 anni, mentre la quota degli under 35 rimane tra le più basse dei Paesi industrializzati.
Nonostante ciò, l’ordinamento italiano segue una logica differente rispetto a quella introdotta dal Vietnam. Una volta raggiunti i requisiti pensionistici, il rapporto di lavoro con la scuola termina e il rientro stabile in servizio non rappresenta una possibilità ordinaria. Gli insegnanti in quiescenza possono essere coinvolti in attività di formazione, conferenze o collaborazioni esterne, ma non esiste un meccanismo generale che consenta alle scuole di assumerli nuovamente con un contratto a tempo pieno per svolgere l’attività didattica.
Il sistema vietnamita sceglie invece di considerare l’esperienza professionale come una risorsa da mantenere all’interno delle istituzioni scolastiche, prevedendo un vero rapporto di lavoro e attribuendo ai docenti senior un ruolo attivo anche nella ricerca e nella formazione dei colleghi più giovani.
Esperienza o ricambio generazionale? Un equilibrio che riguarda molti Paesi
La decisione di Hanoi riapre una questione che interessa numerosi sistemi scolastici: come conciliare il necessario ricambio generazionale con la valorizzazione delle competenze maturate da chi ha insegnato per decenni.
In Italia il confronto si concentra soprattutto sulla necessità di accelerare le assunzioni e abbassare l’età media del personale docente, favorendo l’ingresso dei giovani attraverso concorsi e procedure di reclutamento. Il Vietnam percorre invece una strada diversa, puntando a trattenere parte del capitale umano già formato senza rinunciare al turnover.
Si tratta di due modelli differenti che rispondono a esigenze comuni: garantire continuità nella qualità dell’insegnamento, evitare la dispersione delle competenze e assicurare agli studenti una formazione sempre più qualificata. Resta da vedere se l’esperienza vietnamita potrà diventare un laboratorio osservato con interesse anche da altri Paesi, compresa l’Italia, dove il tema dell’invecchiamento del personale scolastico continua a occupare un posto centrale nel dibattito sulle politiche dell’istruzione.