Il revolver “regalo” di Erdogan e le polemiche che ne sono derivate

Il revolver “regalo” di Erdogan e le polemiche che ne sono derivate

Un’immagine che ha lasciato molti senza parole la foto diffusa dal presidente lituano Gitanas Nauseda del regalo ricevuto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan in occasione della partecipazione al vertice Nato. Dentro un cofanetto di legno pregiato, foderato di feltro nero, faceva bella mostra un revolver 357 Magnum.

Un’altra foto scattata dallo Staff del premier belga Bart De Wever, diffusa su X, ritraeva una grande busta di carta appoggiata in terra sulla pista dell’aeroporto di Bruxelles con dentro il quanto meno insolito regalo.  La vicenda ha, in poche ore, fatto il giro dei social e del mondo.

Un presente anche complesso da gestire in termini di viaggi e aeroporti, nonostante il percorso privilegiato di cui godono i Capi di Stato. Gestione ancora più complicato dal fatto che la scatola dono, oltre all’arma personalizzata con il nome dei singoli Capi di Stato, conteneva anche sei proiettili veri. Reazioni più disparate quelle dei destinatari, molti accortisi del dono solo una volta rientrati nel proprio Paese. In molti hanno scelto di non commentare, mentre qualcuno ha risposto son ironia e qualcun altro con fastidio.

Donare armi da fuoco ad amici e alleati un dono quasi accettabile?

In una lettura antropologica del gesto del Presidente Turco, donare armi da fuoco ad amici e alleati potrebbe essere letto come un dono quasi accettabile. Un gesto che ripercorre l’usanza di offrire spade cerimoniali, diffusa tra le aristocrazie europee nei secoli scorsi. Dall’Impero Ottomano alle monarchie europee, dall’Impero Persiano alla Cina imperiale, le armi hanno rappresentato per secoli doni di prestigio, simboli di fiducia reciproca, strumenti di legittimazione politica e manifestazioni della sovranità.

Nelle armi c’era il racconto della civiltà che le aveva prodotte.  La ricchezza di un Impero, la raffinatezza dei suoi artigiani, la maestria nel forgiare armi, si mostravano al mondo attraverso quei manufatti. Ricevere una sciabola ottomana non significava sentirsi minacciati, significava essere accolti all’interno di una relazione diplomatica fondata sul reciproco rispetto e riconoscimento identitario.

Nell’Europa medievale e rinascimentale Re e imperatori si scambiavano spade cerimoniali, armature decorate, speroni d’oro e insegne militari. I re francesi conferivano spade cerimoniali con l’iscrizione «Ex Dono Regis» “per dono del Re” come decorazione sul campo, anche a ufficiali stranieri alleati durante la guerra d’indipendenza americana.

Gli shōgun giapponesi, i “comandanti dell’esercito”, donavano katane, spade potentissime, modellate dai maestri più celebri. Le corti safavidi, Dinastia musulmana sciita, che regnò in Persia nei secc. 16º-18º d. C., inviavano pugnali tempestati di gemme ai sovrani vicini.

La tradizione di donare spade è ancora viva: nel marzo 2025 re Carlo III ha consegnato a Buckingham Palace una spada con il proprio cifrario reale all’Usher of the Black Rod del Canada, come simbolo della sovranità canadese in un momento segnato dalle minacce di annessione da parte di Trump.

A virare sulle armi da fuoco è stata soprattutto la tradizione Statunitense e il primo tra tutti il sig. Colt, un produttore di armi, che ne fece un potente strumento di marketing. Intorno al 1850 Samuel Colt viaggiò in Europa e poi raggiunse l’Impero ottomano e donò personalmente un revolver su misura, con intarsi d’oro, al sultano ottomano Abdülmecid I.

Colt aveva visitato il premier russo pochi mesi prima, consegnando allo zar Nicola I, alla fine del 1854, un revolver con intarsi d’oro decorati con motivi patriottici americani, in piena guerra di Crimea. Così facendo i produttori di armi statunitensi finirono per rifornire entrambe le parti in quel conflitto.

Il rivale di Colt, Oliver Winchester, fece lo stesso, ma in patria. Fece realizzare un fucile Henry con montature d’oro e incisioni e lo consegnò personalmente al presidente statunitense Abraham Lincoln, nel chiaro tentativo di guadagnarsi il favore dell’amministrazione per i contratti di fornitura di fucili in tempo di guerra.

Decenni dopo, il futuro presidente Theodore Roosevelt, appassionato di armi e collezionista, regalò un Winchester Modello 1895 placcato in oro a Leonard Wood, governatore militare statunitense di Cuba, con incisa la data e il proprio nome.

Nel 1959 Nikita Krusciov arrivò a Washington in piena Guerra fredda. Nella prima visita di un premier sovietico comunista sul suolo statunitense, e scelse personalmente una coppia di fucili da caccia riccamente incisi come dono per il presidente Dwight Eisenhower e per il segretario alla Difesa Neil McElroy. I fucili, realizzati agli stabilimenti d’armi di Izhevsk erano finemente decorati a mano con scene di caccia in oro e argento.

A John F. Kennedy fu donato un revolver Colt Single Action Army, inciso con lo stemma presidenziale e la sigla «JFK», il cui numero di serie era «PT109», in riferimento alla sua motocannoniera della Seconda guerra mondiale. Nel corso degli anni, quasi tutti i presidenti in carica e molti alti funzionari statunitensi hanno ricevuto armi da fuoco in dono da cittadini, associazioni di veterani e produttori.

A volte, però, questo tipo di doni provoca incidenti: nel dicembre 2022 il capo della polizia polacca, Jarosław Szymczyk, riportò dall’Ucraina un lanciatore di granate anticarro che aveva ricevuto in regalo. Il dispositivo esplose nel suo ufficio, ferendolo lievemente e causando gravi danni alla sede centrale della polizia a Varsavia.

Regalata anche alla premier Meloni

Anche la nostra Presidente del Consiglio ne ha avuta una. Chissà se la metterà in lista per la prossima asta, come è stato per i 270 regali istituzionali che le sono stati donati negli ultimi tre anni, principalmente da altri capi di stato e di governo. Un lungo prezioso elenco che comprende parure di gioielli ricevuta dalla Libia, una collana di diamanti, oro e quarzo citrino regalatale a gennaio del 2023 dal presidente dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev, oppure le scarpe di pitone blu e tacco in oro, un tablet donato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky ma anche un simbolico pacco di riso regalato a Meloni dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.  Per la nostra normativa i presidenti del consiglio italiani non possono tenere i regali che valgono più di 300 euro, e quindi la maggior parte di questi oggetti è custodita in una stanza di Palazzo Chigi ed è gestita dal cerimoniale della presidenza del Consiglio. La selezione di quelli più preziosi vengono conservati in un caveau, e quelli ingombranti nei palazzi della presidenza del Consiglio in via della Mercede, sempre a Roma.

Ma torniamo al revolver Gümüşay .357 Magnum che Erdogan ha regalato ai suoi alleati della Nato. Ogni pistola donata è presentata in un cofanetto di legno pregiato con la bandiera turca e reca inciso il nome del destinatario. Inoltre riporta il logo della Nato. Oltre ai significati che, come abbiamo visto, porta con se, ci racconta che la Turchia è diventata negli ultimi anni il terzo esportatore mondiale di armi leggere e punta a far crescere ancora la sua industria. Ma per quanta tradizione e marketing possa rappresentare questo dono particolare, la domanda retorica che non dovrebbe essere tale è….era proprio il caso in un momento storico così delicato, nel quale il mondo è infiammato da guerre e conflitti, donare un revolver ad un vertice internazionale dove si dovrebbe parlare, forse, di pace?

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