C’è un momento, nella vita pubblica italiana, in cui un uomo smette di condurre un programma e comincia a pensare di esserne il certificato di nascita, il libretto delle istruzioni, il telecomando e, nei casi più ambiziosi, anche il canone Rai.
Ranucci e Report: quando il conduttore diventa il programma
Sigfrido Ranucci è arrivato lì. Non più soltanto il volto di Report, ma Report stesso, come se la trasmissione non fosse una redazione, un metodo, un archivio, una squadra, una storia cominciata prima di lui e destinata, con ogni probabilità, a sopravvivere anche alla sua rubrica telefonica. No: nella narrazione ranucciana, toccare Ranucci significa colpire il giornalismo d’inchiesta. Sostituire Ranucci significa mettere il bavaglio alla verità. Affidare Report ad altri significa consegnare il Graal a due passanti incontrati alla fermata del tram.
È un’idea comoda, quasi regale: dopo di me, il diluvio; prima di me, il bianco e nero; senza di me, il servizio pubblico ridotto a televendita di pentole. Il problema è che Report non è mai stato un santino. È stato, nel bene e nel male, una macchina. A volte precisa come un bisturi, a volte rumorosa come una stampante inceppata in Procura. Ha vissuto di documenti, fonti, anticipazioni, carte giudiziarie, mezze frasi, interviste negate, intercettazioni evocate, sospetti cucinati a fuoco lento fino a diventare portata principale. Era giornalismo d’inchiesta, certo. Ma era anche un teatro dove l’accusa entrava spesso in scena prima della difesa, con la musica giusta e la luce bassa.
Adesso, però, quando il metodo bussa alla porta di chi lo ha usato per anni, improvvisamente il campanello fa un rumore fascista.
Scarpinato, le intercettazioni e il processo mediatico
La faccenda sarebbe già abbastanza italiana così, ma la provvidenza, che nel nostro Paese lavora come sceneggiatore non accreditato, ha aggiunto Roberto Scarpinato. Ex magistrato, senatore, vestale del sospetto permanente, uomo che per anni ha maneggiato il linguaggio dell’accusa come altri maneggiano il coltello del pane: con sicurezza, abitudine e una certa fiducia nel taglio.
Scarpinato oggi si lamenta del clima, delle intercettazioni, dell’uso politico delle carte, delle interpretazioni malevole, del processo mediatico. E lo fa con l’indignazione di chi scopre l’acqua calda dopo aver venduto bollitori per una vita.
Benvenuto, senatore, nel meraviglioso mondo di quelli che vengono raccontati dagli altri. È un posto scomodo. C’è corrente. Le sedie sono dure. Il cameriere porta sempre il conto prima del dolce. E soprattutto si scopre che una frase, quando viene estratta dal suo contesto, può diventare una pistola caricata con la grammatica.
Il garantismo selettivo e le regole valide per tutti
Per anni il giustizialismo ha avuto una liturgia semplice: se c’è un’intercettazione, qualcosa vorrà dire; se c’è un verbale, qualcosa nasconde; se c’è un sospetto, bisogna andare fino in fondo; se qualcuno protesta, vuol dire che ha paura della verità. Ora che lo stesso marchingegno gira nella direzione opposta, ecco che diventa improvvisamente necessaria una nuova scienza: il garantismo d’emergenza, quello che si rompe il vetro solo in caso di uso personale.
Sia chiaro: Scarpinato ha diritto a difendersi. Ha diritto a dire che le accuse sono false. Ha diritto a spiegare, contestare, puntualizzare, rettificare. Anzi, proprio questo è il punto. Quel diritto esiste sempre, anche quando sul banco non siede un ex magistrato amato da una parte politica, ma un imprenditore, un funzionario, un politico antipatico, un cittadino qualunque finito nella centrifuga delle procure e delle redazioni.
Il garantismo non può essere una giacca reversibile: nera quando la indossano gli altri, bianca quando serve a noi. Non può funzionare come certi ascensori ministeriali: sale solo se dentro c’è la persona giusta.
Ranucci e Scarpinato: il giornalismo d’inchiesta non garantisce l’intoccabilità
Ranucci e Scarpinato, ognuno a modo suo, sembrano oggi vittime di una singolare amnesia professionale. Il primo dimentica che Report non coincide con il suo passaporto. Il secondo dimentica che il sospetto, una volta liberato, non torna docilmente nella cuccia perché il padrone fischia. Entrambi si lamentano di un mondo che hanno contribuito a rendere così: febbrile, inquisitorio, affamato di retroscena, convinto che ogni difesa sia una manovra e ogni ombra una confessione in attesa di sottotitoli.
C’è poi l’aspetto più teatrale: la difesa del giornalismo d’inchiesta invocata come scudo totale. Ma il giornalismo d’inchiesta non è un ordine cavalleresco. Non basta pronunciarne il nome perché si aprano le acque e passino, indenni, anche le vanità personali, le amicizie imbarazzanti, le relazioni opache, le ricostruzioni unilaterali, le frasi messe in fila come indizi in cerca di reato.
Difendere il giornalismo d’inchiesta significa difendere il diritto di indagare il potere. Non il diritto di diventare intoccabili perché si è indagato il potere. La differenza è sottile solo per chi ha interesse a non vederla.
Il futuro di Report dopo Ranucci e la lezione sul garantismo
Quanto a Report, sopravvivrà o non sopravvivrà ai suoi nuovi conduttori in base alla qualità del lavoro, non al lutto organizzato intorno all’uscita del vecchio volto. Se saranno bravi, lo vedremo. Se non lo saranno, li criticheremo. Ma l’idea che chi subentra parta già come usurpatore, figurante, controfigura, domestico entrato nella biblioteca del conte, è una forma di narcisismo editoriale travestita da battaglia civile.
In questa commedia, tutti recitano la parte della vittima del metodo altrui. Ranucci vede nella propria rimozione l’attacco alla libertà. Scarpinato vede nelle contestazioni contro di lui la vendetta del potere. Può darsi che entrambi abbiano pezzi di ragione. Ma la ragione, quando arriva a pezzi, andrebbe maneggiata con prudenza: non trasformata subito in monumento equestre.
Il punto è più semplice e più crudele. Chi ha vissuto per anni nel Paese del “non poteva non sapere” non può trasferirsi, appena gli conviene, nella Repubblica del “bisogna attendere tutte le carte”. Può farlo, certo. Ma almeno paghi il biglietto. E magari chieda scusa a quelli che, su quel treno, sono stati fatti viaggiare in piedi.
Bella riflessione