Ci sono vicende che sembrano provenire dalle pagine più cupe della letteratura distopica e che invece, a distanza di decenni, riemergono dagli archivi della cronaca giudiziaria europea. La storia dei “safari umani” organizzati durante l’assedio di Sarajevo appartiene a questa categoria.
Le indagini aperte in Italia, Austria e Belgio stanno riportando alla luce accuse che, se dovessero trovare conferma, rappresenterebbero uno dei capitoli più inquietanti della guerra nei Balcani. Non si parla soltanto di combattenti stranieri accorsi in Bosnia durante il conflitto degli anni Novanta, fenomeno già noto agli storici, ma di persone facoltose che avrebbero pagato per sparare contro civili indifesi come se si trovassero in una battuta di caccia.
È un’ipotesi che scuote profondamente la coscienza europea. Perché qui la guerra non sarebbe stata vissuta come una scelta ideologica, una militanza politica o un coinvolgimento militare. Sarebbe stata ridotta a spettacolo.
L’inchiesta che riapre una ferita mai chiusa
Al centro delle indagini coordinate dalla magistratura italiana figura anche un aristocratico milanese, il cui nome non è stato reso pubblico. L’uomo non risulta imputato né formalmente accusato di reati, ma è tra le persone che gli investigatori intendono ascoltare nell’ambito di un’inchiesta più ampia.
Secondo gli accertamenti in corso, almeno cinque cittadini italiani sarebbero coinvolti nelle verifiche relative a presunti episodi avvenuti durante l’assedio di Sarajevo, durato dal 1992 al 1995.
Gli investigatori ipotizzano che decine di stranieri provenienti da diversi Paesi europei e dalla Russia abbiano raggiunto la Bosnia durante la guerra per prendere parte a quelle che venivano descritte come vere e proprie sessioni di tiro contro la popolazione civile.
L’immagine evocata dalle accuse è sconvolgente: uomini benestanti che, lontani dai bombardamenti e dai rischi quotidiani vissuti dagli abitanti della città, avrebbero osservato Sarajevo dall’alto delle colline circostanti utilizzando fucili di precisione per colpire persone comuni mentre attraversavano strade, piazze o mercati.
La testimonianza che ha riacceso l’attenzione
Uno degli elementi che hanno attirato l’interesse degli inquirenti riguarda le dichiarazioni dell’ex moglie di uno dei principali indagati.
La donna ha raccontato agli investigatori episodi risalenti alla loro vita insieme, sostenendo che l’ex marito fosse tormentato da incubi collegati alle attività svolte durante la guerra bosniaca.
Secondo la sua ricostruzione, l’uomo le avrebbe confidato di aver partecipato a trasferte organizzate durante il conflitto, raggiungendo l’area di guerra insieme ad altre persone provenienti dall’Italia.
La testimonianza descrive anche la presenza di fotografie in abiti militari e di un documento che avrebbe consentito il passaggio nelle zone controllate dalle forze impegnate nel conflitto.
Particolarmente inquietante è il riferimento a una sorta di annotazione riportata sul retro del lasciapassare. La donna ha riferito di aver visto simboli e segni che, a suo dire, sarebbero stati utilizzati per tenere il conto delle persone uccise.
Si tratta naturalmente di dichiarazioni che dovranno essere verificate e confrontate con gli altri elementi raccolti dagli investigatori.
I sospetti sugli italiani coinvolti
Tra gli indagati compare un sessantaquattrenne residente nell’area di Alessandria. Nei giorni scorsi le forze dell’ordine hanno effettuato una perquisizione presso la sua abitazione, sequestrando documentazione, immagini fotografiche e un silenziatore.
Gli esperti dovranno stabilire se quest’ultimo possa essere compatibile con armamenti utilizzati durante il conflitto bosniaco.
L’uomo ha respinto ogni accusa relativa ai presunti safari umani. Ha ammesso di essere stato presente in Bosnia durante la guerra, sostenendo però di aver combattuto al fianco di formazioni paramilitari serbe e negando di aver partecipato ad attività organizzate a pagamento.
Secondo la sua versione, il proprio lavoro presso l’amministrazione comunale non gli avrebbe consentito di sostenere costi elevati per viaggi di quel tipo.
Nel fascicolo figurano inoltre altri cittadini italiani provenienti da diverse regioni del Paese. Gli investigatori ritengono che alcuni di loro condividessero orientamenti politici estremisti e che utilizzassero Trieste come punto di ritrovo prima di raggiungere l’ex Jugoslavia.
Sarajevo, laboratorio dell’orrore europeo
Per comprendere la gravità delle accuse bisogna ricordare cosa rappresentò l’assedio di Sarajevo.
Per quasi quattro anni la capitale bosniaca visse isolata, sottoposta a bombardamenti continui e al fuoco dei cecchini appostati sulle alture circostanti. Migliaia di persone morirono semplicemente mentre cercavano di svolgere attività quotidiane: andare a scuola, fare la spesa, attraversare una strada.
Secondo le stime più accreditate, circa 11 mila civili persero la vita a causa dei colpi d’artiglieria e dei tiratori scelti.
L’eventualità che qualcuno abbia trasformato quella tragedia in una forma di svago rappresenta un salto ulteriore nell’abisso morale della guerra.
Non si tratterebbe infatti di soldati coinvolti in combattimenti, ma di individui che avrebbero osservato il conflitto come uno spettatore osserva un evento sportivo, con la differenza che il bersaglio erano esseri umani.
Dal documentario alle indagini internazionali
Le attuali inchieste trovano origine in un documentario realizzato nel 2022 dal regista sloveno Miran Zupanič.
L’opera cinematografica ha riportato all’attenzione pubblica testimonianze e racconti relativi ai presunti safari umani di Sarajevo, spingendo successivamente giornalisti e magistrati ad approfondire la vicenda.
Tra coloro che hanno contribuito a riaccendere i riflettori sul caso vi è anche il giornalista italiano Ezio Gavazzeni, le cui ricerche hanno favorito l’apertura di un fascicolo da parte della Procura di Milano.
Nelle prossime settimane il lavoro investigativo entrerà in una fase importante. I magistrati coinvolti nei diversi Paesi europei dovrebbero confrontarsi presso Eurojust, l’agenzia dell’Unione Europea che coordina la cooperazione giudiziaria internazionale.
Una questione che riguarda tutta l’Europa
Al di là degli esiti processuali, che spetterà esclusivamente ai tribunali accertare, questa vicenda pone interrogativi profondi.
Per anni l’Europa ha raccontato la guerra nei Balcani come una tragedia confinata ai margini del continente. Le accuse oggi al vaglio degli investigatori suggeriscono invece una realtà più scomoda: alcuni cittadini dell’Europa occidentale potrebbero aver partecipato attivamente a quell’orrore non per necessità militari, ma per scelta personale.
Se le accuse dovessero essere confermate, non saremmo di fronte soltanto a un crimine. Sarebbe la dimostrazione di come il privilegio economico, combinato con l’assenza di empatia, possa arrivare a trasformare la vita umana in un bersaglio.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più sconvolgente dell’intera vicenda: l’idea che qualcuno abbia guardato una città assediata e abbia visto non una tragedia, ma un passatempo.