Grano italiano scoppiano le polemiche

Grano italiano scoppiano le polemiche

La diatriba, annosa, su grano italiano e pasta italiana è uno dei temi più d’attualità di questo caldo infine estate. Interviste e posizioni profondamente contraddittorie sono apparse su importanti testate economiche ed hanno tenuto banco anche nei social di più alto ‘livello’, quelli dedicati ai dibattiti professionali e a scambi di opinione sui trend commerciali del Paese. Tra queste, per riprenderne alcune tra le più significative, le posizioni espresse. Ad esempio, nell’intervista di Francesco Casillo, presidente del Gruppo Casillo, rilasciata a Forbes Italia, pubblicata lo scorso 17 agosto.

Le sue posizioni sono un buon esempio di quali siano gli enormi interessi in gioco, chi stia giocando queste partite, cosa ci sia sul piatto, in termini di cash, non di pasta.  Il gruppo che rappresenta è uno dei principali, se non il principale, operatore italiano nella trasformazione e commercializzazione del grano duro, in Italia e in Europa. Nell’intervista citata ha proprio affrontato il rapporto tra grano italiano, grano estero e qualità del prodotto finale, la pasta. Secondo le sue affermazioni la bontà della pasta a poco o nulla a che fare con l l’origine del grano da cui è prodotta, piuttosto dalla capacità di scegliere e miscelare i migliori grani del mondo.

Migliori in che senso? La domanda spontanea è quella che molti consumatori si pongono, per i più grandi player del settore, per fare la pasta industriale, la qualità conta davvero? Parliamo di qualità fitosanitarie o organolettiche? Quanto contano altre caratteristiche come una più lunga shelf-life cioè una più lunga possibilità di conservazione e scadenza, oppure la tenuta alla cottura. Sono caratteristiche che possiamo ottenere anche con il grano italiano, o per meglio dire con ‘i grani’ italiani visto che siamo anche in questo tra i paesi a maggiore biodiversità del mondo, con tante tipologie di grano coltivato, anche molto diverse per quantità di proteine e di glutine. 

Lo scenario Europeo e il vantaggio competitivo

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Altre voci si sono sollevate sempre contro lo spot a favore della pasta 100% grano Italiano. A questo le prove a supporto sono numerosi pronunciamenti della Corte Europea. Nel 2009 Mariann Fischer Boel, al tempo commissaria all’Agricoltura e allo Sviluppo rurale, rispondeva a così a un’interrogazione parlamentare: “Le campagne pubblicitarie sovvenzionate dallo Stato e dirette a rafforzare le preferenze dei consumatori nazionali a favore dei prodotti degli stessi Stati membri sono incompatibili con l’articolo 28 del Trattato CE perché idonee a impedire l’ingresso nel mercato dei prodotti provenienti da altri Stati membri.”

Si potrebbe ovviare al problema promuovendo e adottando uno standard tecnico particolare per la produzione del grano duro, legato magari alla footprint e alle performance ambientali come la riduzione dei fitofarmaci ammessi e dei fertilizzanti azotati, obbligo di habitat per gli impollinatori e di interventi per la tutela, il ripristino e la valorizzazione del paesaggio. Dare vita a marchi nazionali o territoriali legati ad aspetti qualitativi come DOP, IGP e prodotti biologici, vuol dire differenziare prodotti che hanno gli stessi standard e gli stessi controlli nei 27 Paesi della UE e in alcuni altri riconosciuti equivalenti. Se, invece, l’unica distinzione è l’origine nazionale non va bene.

A che serve davvero il grano straniero nella pasta italiana?

Questo per quanto riguarda l’Europa, dove il maggiore produttore di grano in è la Francia, con una produzione media di circa 36 milioni di tonnellate. Subito dietro, la Germania, si attesta su una produzione media di circa 22 milioni di tonnellate. Tra i Paesi extraeuropei, la Russia è il principale produttore di grano in assoluto, con una produzione media di circa 77 milioni di tonnellate. Altri importanti produttori extraeuropei includono gli Stati Uniti, il Canada e l’Ucraina, con produzioni medie intorno a 49 milioni, 29 milioni e 29 milioni di tonnellate rispettivamente.
In Italia però la legge sembra essere dalla parte degli agricoltori, visto che i grandi operatori del settore hanno fatto ricorso al TAR contro l’obbligo di indicare l’origine del grano in etichetta. E hanno perso la battaglia. Ne hanno però vinta un altra, il ricorso di quasi 40 società del settore molitorio insieme a Italmopa che chiedeva si interrompesse il monitoraggio di ISMEA sui costi della produzione del grano.

Cosa c’è quindi in ballo? Sembra credibile che il problema per l’industria sia non tanto l’origine del grano, quanto un interesse imprenditoriale molto preciso, quello di acquistare il grano al prezzo più conveniente possibile. In questa ottica, il grano estero non serve soltanto a fare la pasta con una ricetta differente. Serve ad avere più alternative nell’acquisto e, quindi, più forza nel determinare il prezzo del grano italiano. La pasta italiana, evidentemente, può essere certo realizzata fatta con il grano di tutto il mondo, magari mantenendo il suo gusto e la sua immagine ed appeal.l Il problema è che senza che venga pagato un prezzo dignitoso al contadino che lavora quel grano, prima o poi il grano italiano rimarrà solo memoria.

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