Giustizia e rabbia: la condanna di Mauro Moretti per la Strage di Viareggio

Giustizia e rabbia: la condanna di Mauro Moretti per la Strage di Viareggio

Viareggio, la giustizia oltre la rabbia: cosa dice davvero la condanna di Mauro Moretti. La responsabilità non può essere una parola vuota.

Ci sono tragedie che non appartengono soltanto alla cronaca. Diventano ferite collettive, capaci di attraversare gli anni senza perdere forza. La strage ferroviaria di Viareggio è una di queste. Trentadue vittime, decine di feriti, famiglie spezzate e un quartiere devastato nella notte del 29 giugno 2009. Da allora sono trascorsi diciassette anni di processi, ricorsi, rinvii e pronunce giudiziarie prima di arrivare alla definitiva conclusione dell’iter penale.

È comprensibile che, dopo un tempo tanto lungo, il sentimento prevalente sia ancora quello della rabbia. Una rabbia che nasce dall’attesa, dall’impressione che la giustizia proceda con tempi incompatibili con il dolore umano e dalla difficoltà di accettare che un procedimento tanto complesso abbia richiesto così tanti passaggi prima di arrivare a una conclusione.

Ma proprio quando prevale l’emotività diventa necessario fermarsi e distinguere ciò che appartiene alla legittima indignazione da ciò che, invece, è stato realmente accertato nelle aule di tribunale.

Il nodo Moretti: perché è stato condannato?

Negli ultimi giorni una parte consistente del dibattito pubblico si è concentrata quasi esclusivamente su Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e di Rete Ferroviaria Italiana. Da una parte chi ha parlato di una condanna inevitabile, dall’altra chi l’ha definita ingiusta o addirittura simbolica.

Il rischio, però, è quello di trasformare una questione giuridica estremamente tecnica in uno scontro ideologico.

La domanda corretta non è se Moretti fosse un manager competente oppure se abbia ottenuto risultati importanti durante la propria carriera. Il processo non riguardava questo.

La vera domanda è un’altra: per quale motivo la magistratura lo ha ritenuto penalmente responsabile?

Le sentenze, confermate fino alla Cassazione, non descrivono una responsabilità oggettiva derivante semplicemente dal ruolo ricoperto. Al contrario, ricostruiscono una responsabilità colposa legata a omissioni nell’ambito dei doveri di garanzia attribuiti alla funzione svolta, ritenendo che l’amministratore delegato della holding disponesse di poteri e strumenti idonei a incidere sulle politiche di sicurezza del gruppo ferroviario.

È una differenza fondamentale.

Controlli mancati o standard di sicurezza insufficienti?

Nel dibattito mediatico è emersa una semplificazione che rischia di alterare il significato stesso della vicenda.

Molti si chiedono se Moretti sia stato condannato perché non avrebbe disposto determinati controlli oppure perché non avrebbe garantito adeguati standard di sicurezza.

La risposta non può essere ridotta a uno slogan.

Le motivazioni della Cassazione spiegano che il tema centrale riguarda il sistema organizzativo della sicurezza e gli obblighi di prevenzione connessi alla posizione di garanzia ricoperta dall’amministratore delegato della capogruppo. I giudici hanno ritenuto che vi fossero omissioni causalmente collegate al verificarsi del disastro, non una responsabilità automatica derivante dalla semplice posizione apicale.

È una distinzione che cambia completamente la prospettiva.

Dire che un manager viene condannato “perché era al vertice” non corrisponde al contenuto delle decisioni giudiziarie.

Dire, invece, che viene ritenuto responsabile per omissioni specifiche rispetto ai doveri connessi al proprio incarico significa descrivere ciò che i giudici hanno effettivamente valutato.

La stampa tra cronaca e tifo

Forse uno degli aspetti più interessanti di questa vicenda riguarda il modo in cui è stata raccontata.

Per anni l’attenzione dei media si è concentrata soprattutto sulle vittime e sui familiari, contribuendo a mantenere viva la memoria di una tragedia che rischiava di essere dimenticata.

Negli ultimi giorni, invece, il baricentro del racconto sembra essersi spostato quasi esclusivamente sulla figura di Moretti.

Una parte dell’informazione ha sottolineato il curriculum dell’ex manager, evidenziandone i successi professionali e descrivendo la condanna come un precedente pericoloso per chi guida grandi organizzazioni. Altri hanno invece insistito sulla necessità di riconoscere finalmente responsabilità precise dopo un processo durato quasi due decenni.

Entrambe le letture hanno una loro dignità.

Quello che rischia di perdersi è la complessità.

Quando il dibattito si riduce alla contrapposizione fra “manager eccellente” e “capro espiatorio”, oppure tra “giustizia finalmente fatta” e “vendetta giudiziaria”, il processo smette di essere analizzato per ciò che realmente contiene.

Eppure proprio le sentenze rappresentano l’unico terreno sul quale dovrebbe svilupparsi qualsiasi discussione seria.

Giustizia e responsabilità non sono sinonimi di vendetta

Il desiderio di vedere individuati dei responsabili è naturale.

Lo è ancora di più quando il prezzo pagato è stato così alto.

Ma una democrazia matura non può permettersi di confondere il bisogno di giustizia con la ricerca di un colpevole a tutti i costi.

La responsabilità penale esiste soltanto quando vengono accertate azioni oppure omissioni direttamente collegate all’evento.

È questo il principio che distingue lo Stato di diritto dalla giustizia emotiva.

Ed è proprio questo il punto che merita di essere ricordato anche oggi.

Non basta ricoprire un incarico di vertice per essere automaticamente responsabili di qualsiasi tragedia. Allo stesso tempo, occupare una posizione apicale non può trasformarsi in uno scudo capace di escludere ogni forma di responsabilità quando esistano obblighi giuridici specifici rimasti inadempiuti.

La vicenda di Viareggio continua a insegnare proprio questo.

Le trentadue vittime meritavano una risposta della giustizia.

I loro familiari avevano diritto a conoscere se esistessero responsabilità individuali.

E quelle responsabilità dovevano essere accertate esclusivamente attraverso prove, valutazioni tecniche e decisioni motivate, non sulla base della pressione dell’opinione pubblica.

Per questo motivo il desiderio, assolutamente comprensibile, di individuare dei responsabili dovrebbe sempre rimanere ancorato a un principio essenziale: le responsabilità devono riguardare azioni od omissioni concretamente accertate e direttamente collegate ai fatti, non la semplice appartenenza a un’organizzazione o il prestigio dell’incarico ricoperto.

È una distinzione che può sembrare sottile. In realtà rappresenta il confine tra una giustizia che accerta e una giustizia che si limita a soddisfare la sete di punizione. Ed è proprio quel confine che, dopo diciassette anni, la vicenda di Viareggio continua a ricordare al Paese.

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