Ex AUPP, la beffa dopo la stabilizzazione: assunti come funzionari, trattati come cancellieri

Ex AUPP, la beffa dopo la stabilizzazione: assunti come funzionari, trattati come cancellieri

Ufficio per il processo, dietro lo scontro tra CCNI, decreto-legge e linee guida CSM non c’è un problema di gerarchia tra fonti normative, ma una scelta politica precisa: risparmiare invece di investire e scaricare il conto sui lavoratori.

Come raccontato su diverse fonti giornalistiche, la stabilizzazione degli ex Addetti all’Ufficio per il Processo (AUPP) ha scatenato una diatriba tutt’altro che formale. La questione attiene all’individuazione della disciplina prevalente nella definizione delle mansioni dei nuovi funzionari giudiziari tra il CCNI del 29 aprile 2026, il decreto-legge n. 100/2026 e le linee guida del CSM del 24 giugno. Dietro il conflitto tra fonti normative però non si nasconde soltanto un problema di gerarchia tra fonti: c’è una scelta politica precisa, quella di non ampliare l’organico complessivo della giustizia e il conto rischia di finire, ancora una volta, sulle spalle di chi, in quegli uffici e in quei tribunali, ci lavora tutti i giorni.

Piante organiche che non crescono

L’ingresso di circa 6.919 funzionari provenienti dall’esperienza PNRR non si è accompagnato a un corrispondente ampliamento delle piante organiche del Ministero della Giustizia. In altre parole, i nuovi posti da funzionario non si sono sommati a quelli già esistenti, ma sono stati in buona parte ricavati spostando risorse dall’area degli assistenti e del personale di cancelleria verso l’area dei funzionari. Non si è trattato di un investimento, bensì di un travaso, un gioco a somma zero.

Questa operazione ha una conseguenza diretta sul fronte del reclutamento del personale di cancelleria, da tempo sotto organico. Il concorso per 2.600 assistenti a supporto della giurisdizione e dei servizi di cancelleria, bandito per coprire proprio quelle scoperture, ha avuto un iter particolarmente accidentato. La graduatoria, infatti, è stata più volte rettificata nel corso della primavera, tanto che la procedura di scelta della sede – già avviata in una prima fase – è stata poi riaperta una seconda volta a seguito dell’ultima rettifica, approvata dalla Commissione RIPAM nella seduta del 14 luglio 2026 e pubblicata il 15 luglio. Una doppia (falsa) partenza che testimonia quanto il percorso di reclutamento del personale di cancelleria proceda a rilento, a circa 9 mesi di distanza dalle prove scritte del concorso, svoltesi tra ottobre e novembre 2025. Nel frattempo, gli uffici restano scoperti e qualcuno deve pur tappare i buchi.

A questo si aggiunge un fattore strutturale destinato a farsi sentire nei prossimi anni, ovvero il prossimo pensionamento di una parte significativa del personale di cancelleria attualmente in servizio. Il turnover che ne deriverà rischia di aprire un vuoto che il concorso da 2.600 unità, per quanto importante, difficilmente potrà colmare da solo se non accompagnato da ulteriori operazioni di reclutamento mirate e che, al momento, non risultano programmate.

Le promesse tradite: quello che il Governo aveva detto

È in questo contesto che va letta la tentazione, più volte emersa nel dibattito, di impiegare gli ex AUPP anche in funzioni di cancelleria. Ma prima di guardare al perché, vale la pena ricordare cosa era stato promesso e da chi. Il viceministro con delega al personale, Francesco Paolo Sisto, aveva usato parole chiare e precise per rassicurare i lavoratori. Le attività di cancelleria, per gli ex AUPP, sarebbero rimaste “solo residuali”, aveva dichiarato, mentre i funzionari avrebbero operato “in via ordinaria in diretta collaborazione con i magistrati, salvo casi di urgente e comprovata necessità”. Una formulazione ribadita a più riprese e presentata come garanzia affinché la professionalità costruita in anni di lavoro sul campo non venisse dispersa in mansioni puramente amministrative.

A distanza di poche settimane, però, la realtà che emerge dagli uffici racconta un’altra storia. Se davvero, ufficio per ufficio, i dirigenti amministrativi si trovano nella condizione – o nella tentazione – di assegnare quote sempre maggiori di ex AUPP a compiti esclusivamente di cancelleria, la clausola dell’urgente e comprovata necessità rischia di trasformarsi nella regola e non nell’eccezione. Cosa resti, in questo scenario, della figura professionale per cui questi lavoratori sono stati selezionati, formati e assunti è una domanda che il Governo dovrebbe porsi prima di chiunque altro.

È chiaro quindi che il Governo, pur di non stanziare nuove risorse per ampliare l’organico della giustizia, ha scelto di spostare personale da un’area all’altra e ora rischia di scaricare il conto di questa scelta sulle spalle dei lavoratori. Non si tratta di un evento imprevedibile, bensì della conseguenza diretta di una decisione politica che ha preferito il risparmio a breve termine a un investimento strutturale su un comparto, quello della giustizia, che pesa direttamente sulla competitività del Paese. I tempi della giustizia civile rappresentano da anni uno dei fattori che allontana gli investimenti esteri dall’Italia ed è difficile immaginare che si possano accorciare spostando le stesse, insufficienti risorse umane da una casella all’altra della scacchiera, invece di aumentarle.

Quando l’incertezza diventa arbitrio

Il rischio, in assenza di criteri chiari e uniformi, è che la ripartizione concreta dei compiti finisca per dipendere dalle scelte organizzative del singolo ufficio, più che da un disegno unitario. Da fonti interne agli uffici giudiziari pare emergere già un segnale forte in questo senso: secondo alcuni, in una Corte d’Appello, dopo un primo giro informale tra i funzionari per raccogliere eventuali preferenze rispetto all’attività da svolgere, l’assegnazione definitiva alle mansioni amministrative non sarebbe avvenuta sulla base di quelle preferenze, né di un criterio motivato, bensì tramite un sorteggio: un funzionario su dieci, estratto a sorte, destinato ad abbandonare il supporto alla giurisdizione per essere adibito a compiti puramente amministrativi.

Un funzionario giudiziario, si badi, non un numero da estrarre da un’urna. Il fatto che si sia arrivati a un simile epilogo, dopo aver persino simulato un ascolto delle preferenze del personale, è un indice rivelatore della distanza tra le rassicurazioni fornite a livello centrale e ciò che accade davvero negli uffici e di quanto poco pesi, alla fine, la voce dei singoli lavoratori quando manca un criterio chiaro a monte. La mancanza di indicazioni univoche rischia di tradursi, ufficio per ufficio, in soluzioni improvvisate, arbitrarie e percepite come un tradimento di quanto promesso da chi, a livello centrale, aveva garantito ben altro.

Un modello possibile

Una proposta alternativa a quella più rigida di una separazione netta tra funzioni giurisdizionali e funzioni amministrative, è stata suggerita da alcuni addetti ai lavori. L’idea è di superare la logica dei compartimenti stagni a favore di un modello basato sull’assegnazione stabile del funzionario a uno o più magistrati di riferimento. In questo schema, il funzionario segue l’intero ciclo dei fascicoli di cui si occupa: dalla predisposizione della bozza di provvedimento fino ai conseguenti adempimenti di cancelleria che quella bozza genera una volta perfezionata dal magistrato. Il vantaggio, secondo chi sostiene questa impostazione, sarebbe duplice: da un lato le cancellerie risulterebbero meno gravate da un flusso di lavoro scollegato dal procedimento di origine; dall’altro i funzionari manterrebbero e anzi consoliderebbero una competenza trasversale, evitando che il lavoro prodotto sul fronte giurisdizionale resti “a metà” a causa della mancanza di personale che lo recepisca a valle.

La voce dei funzionari: la lettera del Comitato Nazionale

A rendere ancora più articolato il quadro è intervenuta anche una lettera aperta del Comitato Nazionale Funzionari UPP, che si è fatto portavoce di un sentimento diffuso di disagio e di sconcerto tra gli ex AUPP. Nel documento, il Comitato lamenta apertamente che le posizioni assunte dalle organizzazioni sindacali firmatarie del CCNI, pur dichiaratamente orientate a tutelare gli interessi dei lavoratori ex AUPP, non sarebbero state precedute da un reale confronto con i diretti interessati, molti dei quali, sottolinea il Comitato con un certo disincanto, sono essi stessi iscritti alle medesime sigle sindacali che oggi dicono di parlare a loro nome.

Nel merito, la posizione del Comitato si allontana sia da quella più rigida del decreto-legge sia da quella dei sindacati orientata a un mansionario più ampio: la richiesta è di un impiego prevalente, nell’ordine del 70%, nelle attività di supporto diretto alla giurisdizione, con un ricorso solo residuale alle funzioni amministrative. L’obiettivo dichiarato è evitare la dispersione di una professionalità specialistica costruita in anni di lavoro sul campo, con il rischio, altrimenti, di una progressiva migrazione di queste competenze verso altre amministrazioni pubbliche. Il Comitato richiama inoltre il mancato completamento delle procedure di stabilizzazione per circa 1.500 lavoratori a tempo determinato, tuttora in attesa di una risposta definitiva, a riprova di come le istanze dei lavoratori restino, ancora una volta, l’ultima voce ad essere ascoltata.

Il vero banco di prova

Al netto delle diverse posizioni in campo, il nodo che rischia di restare irrisolto non è tanto quale fonte normativa debba prevalere tra CCNI, decreto-legge e linee guida del CSM, quanto se si deciderà finalmente di affrontare il problema di fondo dell’organico complessivo della giustizia. In caso contrario, qualunque mansionario venga scritto sulla carta è destinato a essere riscritto nella pratica, ufficio per ufficio, secondo le necessità contingenti di ciascuna sede. Lasciando ancora una volta ai lavoratori, che alla stabilizzazione hanno creduto, il compito di adattarsi a un assetto che nessuno, finora, ha avuto il coraggio di definire con chiarezza. Perché ammettere la verità – che si è scelto di risparmiare invece di investire – costerebbe più di qualsiasi mansionario

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